Tempi Moderni

I film del 1996


RITRATTO DI SIGNORA
(THE PORTRAIT OF A LADY)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Jane Campion
Sceneggiatura: Laura Jones,
tratto dall'omonimo romanzo di Henry James
Fotografia: Stuart Dryburg
Scenografia e costumi: Janet Patterson
Montaggio: Veronika Jenet
Musica: Woiciech Kilar
Produttori: Monty Montgomery, Steve Golin
(USA, 1996)
Durata: 137'
Distribuzione cinematografica: UIP per RCS
Distribuzione Home video: RCS

PERSONAGGI E INTERPRETI

Isabel Archer: Nicole Kidman
Gilbert Ormond: John Malkovich
Madame Merle: Barbara Hershey
Henrietta Stackpole: Mary-Louise Parker
Ralph Touchett: Martin Donovan
Mrs Touchett: Shelley Winters
Lord Warburton: Richard E. Grant
La contessa Gemini: Shelley Duvall
Edward Rosier: Christian Bale
Caspar Goodwood: Viggo Mortensen
Mr Touchett: Sir John Gielgud

ritrat1.jpg (15080 bytes)Provo una certa antipatia nei confronti di Isabel Archer. L'eroina di "Ritratto di signora", che con il suo carattere indipendente e vitale è considerata una femminista ante litteram, mi è sempre parsa piuttosto come una ragazzina viziata, vittima della propria inesperienza. D'altronde lo stesso James affermò che: "L'idea di fondo è che la poverina, la quale, coi suoi sogni di libertà e di nobiltà, crede di aver compiuto un gesto generoso, spontaneo ed avveduto, si ritrova in realtà schiacciata dagli ingranaggi del convenzionale."
In fondo "The portrait of a lady" è il primo compiuto trattamento di un caso di manipolazione umana; la prima analisi esauriente di ciò che significa strumentalizzare una persona. Sotto questo aspetto la storia di "Ritratto di signora" non è solo il semplice scontro tra il candore americano e la malizia europea, ma la vicenda d'una creatura sensibile e acuta che ha scambiato l'eleganza esteriore per finezza morale.
Non amo molto il cinema di Jane Campion, spesso a mio avviso provocatorio più nella forma che nella sostanza e ampiamente sopravvalutato. Tuttavia la trasposizione di "Ritratto di signora" dalla pagina scritta al grande schermo è riuscita, e la regia della Campion non è mai stata così misurata come in quest'opera.
Non è la prima volta che le opere di Henry James vengono trasposte sullo schermo. Ricordiamo che già William Wyler nel 1949 con "L'ereditiera" (dal romanzo "Washington square"), Jack Clayton con "Suspence" (da "Giro di vite") nel 1961, Peter Bogdanovich con "Daisy Miller" nel 1974, e James Ivory con "I bostoniani" nel 1987, avevano affrontato i lavori del grande romanziere americano vissuto tra la metà dell'ottocento e i primi del novecento. Tuttavia di quello che viene considerato il suo capolavoro non esistevano ancora trasposizioni cinematografiche. Troppo lungo e con troppi personaggi, si riteneva evidentemente impossibile da condensare in sole due ore.
ritrat2.jpg (17754 bytes)Il film inizia con dei titoli di testa molto originali: volti e corpi di donne, vestite anni '70, si succedono sullo schermo. La Campion vuole evidenziare l'importanza della protagonista che con le sue scelte ha anticipato di un secolo l'emancipazione femminile. Questa prima sequenza e il finale sono le uniche scene in cui la Campion "tradisce" il libro. In seguito, e per tutto lo svolgimento della storia, la regista resta fedele al romanzo e mette in scena le vicende di Isabel Archer, giovane americana che, in Europa per un viaggio di piacere, riceve l'inattesa eredità di suo zio. Il suo desiderio di nuove esperienze e allo stesso tempo la sua indipendenza la portano a rifiutare ben due proposte di matrimonio: quella di Lord Warburton, brillante politico inglese e quella di Caspar Goodwood, facoltoso industriale americano.
In viaggio in Italia, accompagnata dal suo fidato (e segretamente innamorato di lei) cugino Ralph (Martin Donovan), Isabel cadrà nella trappola tesale dall'affascinante e perfida Madame Merle (Barbara Hershey) e sposerà l'artista fallito Gilbert Osmond (un John Malkovich più che mai detestabile). Isabel capirà troppo tardi di avere commesso un errore fatale e di avere perso la sua preziosa libertà. Ed è qui che la Campion effettua una leggera modifica che però pesa profondamente su tutto il film. Nel romanzo, infatti, la protagonista, rientrata in Inghilterra per vegliare il cugino malato di tisi, assisterà alla sua morte e, consapevole di averlo sempre amato, tornerà alla sua prigione romana, sapendo di avere sbagliato tutto. James dunque concludeva il racconto su un sacrificio borghese che contraddiceva con la statura dell'eroina. Nel film invece la Campion lascia la protagonista indecisa sul suo futuro, dandole così un'opportunità di riscatto che nobilita la sua personalità.
Lontana dalla rappresentazione minuziosa di un'epoca come quella realizzata da Martin Scorsese in "L'età dell'innocenza" e altrettanto distante dal gusto un po' manieristico dei film di James Ivory, Jane Campion concentra la propria cinepresa sui volti degli attori e penetra le loro anime mettendo a nudo le contraddizioni dell'essere umano.
C'è inoltre un parallelismo tra la Campion e Isabel Archer. Il tema principale del romanzo di James (e di quasi tutti i suoi lavori) è il contrasto tra l'ingenuità del nuovo mondo, contrapposto alla corruzione della vecchia Europa. Non sappiamo se anche la Campion abbia "subito" la fascinazione del vecchio mondo, sappiamo però che è neozelandese ed ha certamente provato quel senso di vertigine che può avvertire una "straniera" nel nostro paese. Inoltre la Campion è una donna ed il film è permeato di una sensibilità tutta femminile. I personaggi vibrano, supportati da un cast eccellente: su tutti l'intensa Nicole Kidman, commovente nella sua interiorità. Eccellente Barbara Hershey nel ruolo di villain consapevole della propria mediocrità. Di John Malkovich abbiamo già detto. Lasciateci spendere una parola per il grande John Gielgud nei panni dell'aristocratico Ralph Touchett. Solo un grande come lui poteva morire sullo schermo sbadigliando.

Maurizio Imbriale