RDF - RUMORI
DI FONDOCAST TECNICO ARTISTICO
Regia e Sceneggiatura: Claudio Camarca
Fotografia: Raffaele Mertes
Montaggio: Enzo Meniconi
Scenografia: Bruno Amalfitano
Costumi: Ornella Campanale
Prodotto da: Andrea Occhipinti, Kermit Smith,
Rossella Mercurio, Riccardo Trigona
(ITALIA, 1996)
Durata: 100'
Distribuzione cinematografica: LUCKY RED
PERSONAGGI E INTERPRETI
Francesco: Francesco Meoni
Usuraio: Antonello Fassari
Zago: Francesco Dominedo'
Chiara: Giuditta Del Vecchio
Tiresia: Andrea Occhipinti
Donna: Licia Maglietta
Gli
"RDF - Rumori Di Fondo" sono i rumori della citta', della ferraglia che si
espande e si contrae quasi respirasse, della modernita'. E' anche il rumore fastidioso che
abbiamo nella testa e che mai concede pace. Intendo cosi' il significato del titolo del
film di Claudio Camarca. Film che mi attirava per il suo aspetto fortemente carico ed
estremo e che speravo potesse portare un po' di varieta' al nostro cinema, affetto com'e'
dalla timidezza e dal conformismo.
Le premesse c'erano. La vicenda ruota intorno a cinque personaggi: Tiresia (Andrea
Occhipinti) un poliziotto corrotto, giocatore incallito alle prese con i suoi debiti ed
una vita che e' dissoluta quanto priva di amore; un usuraio (Antonello Fassari) divorato
dalla brama di potere; Zago (Francesco Dominedo'), uno skin-head la cui autodistruzione e'
superata soltanto dalla rabbia che porta dentro; Francesco (Francesco Meoni) suo fratello
maggiore che ha un gregge di pecore in un campo ai confini della grande citta' e che e'
diviso tra il tenere lontano dai guai Zago e l'essere segretamente innamorato della sua
ragazza; Chiara (Giuditta Del Vecchio), giovane e fragile creatura accecata dall'amore.
Dopo una lunga presentazione, i cinque personaggi finiranno per confluire tutti quanti
nella sede dell'usuraio, un capannone in lamiera sperduto nei meandri della periferia,
dove in un crescendo drammatico, si consumera' la tragedia - una rapina, un omicidio, ed
infine la catarsi.
E' una
situazione che si adatta bene al racconto cinematografico. Non soltanto la struttura
drammatica ad imbuto, ma anche la possibilita' di portare ciascun personaggio fino al suo
culmine, possibilita' di sintesi, elemento fondamentale di una qualsiasi forma di
narrazione. Sintesi che permette al regista ed ai suoi collaboratori di assumere un punto
di vista netto, di esporsi e di mettersi in gioco attraverso uno stile preciso, che nulla
lascia al caso. Camarca si avvicina a questa idea di cinema. Di questo bisogna dargli
atto. Bisogna anche riconoscergli dei tocchi di virtuosismo ed alcune idee narrative
originali ed intelligenti. Un esempio: sia l'usuraio che il poliziotto sono persone che
non sanno dialogare. Anche mentre parlano con altri, il loro e' un monologo continuo.
Cosi', Camarca li fa parlare da soli. L'usuraio parla quasi sempre in macchina. I suoi
interlocutori, se inquadrati insieme a lui non parlano. Tiresia invece, parla soltanto
attraverso mezzi meccanici o elettronici - il megafono, il cellulare, la radio della
macchina. E noi non sentiremo mai la voce dei suoi interlocutori. Apprezzo queste idee, il
ragionamento che le fa nascere. Eppure, se nei dettagli possiamo trovare alcuni momenti
felici, alla fine del film quello che rimane allo spettatore e' ben poco. Qualche
suggestione, qualche immagine.
Piu' che altro un senso di freddezza. Gia', perche' "RDF" in fondo e' un film
poco generoso e auto- compiacente. Camarca porta la stilizzazione oltre i suoi limiti.
Attraverso l'uso eccessivo di filtri che danno alle immagini un che di video-clip, di
movimenti di macchina azzardati e spesso inutili ai fini del racconto, finisce per
diventare manierista. Troppi sono gli eccessi e non sempre si adattano alla situazione.
Troppa e palese la volonta' inconscia del regista di dimostrarci quello che sa fare.
Questo naturalmente va a discapito del film, sottrae ad esso la verita' e la credibilita'
dei suoi personaggi, ne sminuisce l'efficacia. E' il vecchio problema della cinepresa
troppo presente, troppo opprimente. Questo denota una mancanza di sincerita' da parte di
Camarca, il quale fa credere di aver preso le distanze da quel cinema cosiddetto
"d'autore", fatto in gran parte da persone incapaci di sacrificare la propria
vanita' per il film, incapaci di una visione piu' ampia del cinema. A guardare bene,
Camarca se ne distacca soltanto nella forma. La verita' e' che anche lui e' incapace di
mettersi da parte, di essere solo e semplicemente un tramite. Cosi' come lo sono tutti i
maestri passati e presenti.
Sebastiano Tecchio