LA PROVA
(THE QUEST)CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Jean-Claude Van Damme
Sceneggiatura: Steven Klein e Paul Mones
Fotografia: David Gribble
Musica: Randy Edelman
Scenografia: Steve Spence
Montaggio: John Link e William J. Meshover
Prodotto da: Moshe Diamant per MDP Worldwide
(USA, 1996)
Durata: 99'
Distribuzione cinematografica: MEDUSA
Distribuzione home video: MEDUSA
PERSONAGGI E INTERPRETI
Chris DuBois: Jean-Claude Van Damme
Lord Dobbs: Roger Moore
Harry: Jack McGee
Carrie Newton: Janet Gunn
Maxie: James Remar
Big George: Jack La Motta
Khao: Aki Aleong
Annan: Jodie Charattanawet
Phang: Jen Sung Outerbridge
Khan: Abdel Qissi

Immaginavo
che l'esordio alla regia di Van Damme fosse vittima predestinata di troppo facili
stroncature, ed ero quindi pronto a difenderlo con le unghie e coi denti dalle bordate
della "solita" critica incontentabile e intellettualoide che prova gusto a
distruggere, spesso sulla base di meri pregiudizi, quelle opere che incontrano il maggior
consenso del pubblico. Infatti, dopo una iniziale diffidenza verso il
"personaggio" Van Damme, ho sempre nutrito simpatia per questo attore belga che
ha dimostrato di possedere un cervello scegliendo oculatamente registi e sceneggiature che
valorizzassero le sue doti naturali (principalmente atletiche).
Purtroppo "La Prova" è un disastro completo, dove viene a mancare l'elemento
essenziale di qualsiasi dignitoso b-movie d'azione: il ritmo. Chi si reca al cinema per
vedere un film del genere, vuole principalmente assistere a dei bei combattimenti inseriti
in una trama che ne giustifichi la presenza senza predominarli. "La Prova" ci
mette troppo, veramente troppo tempo per arrivare al sodo e, una volta raggiunto il
"culmine", si spegne in silenzio privando gli spettatori del pathos necessario
per il coinvolgimento emotivo. Di chi è la colpa? Sicuramente di una sceneggiatura
farraginosa (a firma di Steven Klein e Paul Mones) e costellata di innumerevoli episodi
ricchi di umorismo involontario, ma anche della regia del nostro, piatta ed incolore,
priva di qualsiasi elemento spettacolare, la cui eccessiva ambizione deve averlo portato a
compiere il passo più lungo della gamba.
La storia si svolge negli anni '20, ed è molto simile a quella di un altro celebre film
di combattimento, "Mortal Kombat", privata però dell'elemento fantastico. Il
giovane Chris DuBois (Van Damme) è un ladruncolo da quattro soldi, ma dal cuore tenero,
che tira a campare nelle strade di New York insieme ad una banda di ragazzini cui fa
(quasi) da padre. In seguito ad avventure tanto esotiche quanto improbabili, il giovane
viene venduto dal cinico pirata Lord Dobbs (Roger Moore, ormai icona vivente dei b-movies)
a Kaho, una sorta di impresario e contrabbandiere di armi che gestisce un campo di
kick-boxing sull'isola di Muay Thai. DuBois è infatti un lottatore incredibile, anche se
non viene mai spiegato allo spettatore dove abbia appreso e perfezionato tali tecniche, e
Kaho è convinto che un combattente bianco riscuoterebbe molto successo negli incontri
organizzati a Bangkok.
Ben presto DuBois e Lord Dobbs si ritrovano e, di comune accordo, decidono di partire alla
volta della Città Perduta, dove si disputa un torneo fra i più grandi combattenti di
tutto il mondo il cui ambito premio è un gigantesco dragone in oro massiccio, che i due
intendono rubare. L'unico problema è che per partecipare bisogna essere invitati
ufficialmente: sulla pergamena recante l'invito è infatti impressa una cartina che
permette ai lottatori di raggiungere la fantomatica località. I due, accompagnati anche
da una giornalista americana, si uniranno con un tranello al combattente americano Maxie
Devine (James Remar), ed è inutile specificare come, alla fine, lo stesso DuBois
combatterà in vece del campione USA, scopertosi inadeguato appena in tempo per evitare il
massacro.
Il film ha avuto una lavorazione molto lunga (quattro anni), complicata da tutta una serie
di guai, personali e di produzione, che devono aver influito molto sulla sua riuscita
finale. Il progetto ambizioso di portare sulla scena tutti i tipi di combattimento
esistenti al mondo, eseguiti con maestria da veri campioni delle varie discipline, è
stato presto abbandonato preferendo su tutti la disciplina del kick-boxing (forse un
ritorno alle origini "povere" di Van Damme?), condita da numerose sequenze
acrobatiche fini a se stesse. Dispiace dirlo ma, questa volta, Van Damme non ha superato
"la prova".
Luigi De
Angelis