Tempi Moderni

I film del 1996


NINFA PLEBEA

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Lina Wertmuller
Soggetto: dall'omonimo romanzo di Domenico Rea
Sceneggiatura: Lina Wertmuller e Ugo Pirro
Fotografia: Ennio Guarnieri
Montaggio: Pierluigi Leonardi
Scenografia: Enrico Job
Musica: Ennio Morricone
Produzione: Ciro Ippolito e Fulvio Lucisano
(ITALIA, 1996)
Durata: 110'
Distribuzione cinematografica: IIF
Distribuzione home video: COLUMBIA

PERSONAGGI E INTERPRETI

Miluzza: Lucia Cara
Nunziata: Stefania Sandrelli
Pietro: Raoul Bova
Don Peppe: Peppe De Rosa
Gesummina: Isa Danieli
Gioacchino: Ennio Coltorti

ninfa1.jpg (11282 bytes)Fatto inconsueto nel cinema di Lina Wertmuller, "Ninfa plebea" non è un brutto film. Questo è dovuto essenzialmente al fatto che non ci troviamo di fronte ad una sceneggiatura originale dell'autrice, ma al fedele adattamento di un testo solido, il romanzo di Domenico Rea. Il quale si svolge in un immaginario paesino del salernitano durante la seconda guerra mondiale, e dunque ha il merito di allontanare la regista dalle pretenziose analisi pseudosociologiche del mondo attuale alle quali dobbiamo, ad esempio, un disastro come " In una notte di chiaro di Luna". A questo proposito è interessante notare come i nostri vecchi registi sembrano tornare a nuova vita ogni qualvolta si rifugiano nel passato, nel loro passato (la guerra, il dopo guerra) mentre si dimostrano del tutto inadeguati, sia esteticamente che moralmente, ai tempi attuali, che non riescono più a capire. Anche Tornatore, benché più giovane, non sfugge a questa regola, ed è probabilmente questo che ci rende difficile attribuirgli la qualifica di regista moderno.
Tornando a "Ninfa plebea", il beneficio che la Wertmuller trae dal romanzo di Rea sta anche nella storia narrata, che costringe la regista a mettere da parte quella vena ironica e satirica che l'ha resa tristemente famosa a favore di una tenerezza e una generosità che non erano mai apparse con tanta evidenza nelle opere precedenti: dovendo raccontare la storia della crescita e dell'educazione sentimentale di una ragazza del sud - che sembra destinata a fare una brutta fine ma che il racconto decide di salvare in extremis facendole incontrare il principe azzurro - la Wertmuller segue con amore e partecipazione il suo personaggio e descrive con indulgenza il mondo che la circonda, le cui figure e tradizioni sarebbero state oggetto di un sarcasmo facile quanto ovvio. Così invece di indugiare sulla cattiveria e l'invidia che avrebbe potuto suscitare nella gente del paesino il personaggio della madre di Miluzza (Stefania Sandrelli), una donna innamorata del piacere che si concede al soldatino di turno senza curarsi dei pregiudizi altrui, la Wertmuller preferisce soffermarsi sullo sguardo indulgente e comprensivo del povero marito impotente, talmente innamorato della moglie da accettare con pazienza la sua ninfomania. Così anche il personaggio di Don Peppe, il signorotto locale che perde la testa per l'adolescente Miluzza, viene trattato con generosità e compassione, e non con l'occhio severo ed inquisitorio che gli avrebbe riservato una regista come la Marleen Gorris de "l'Albero di Antonia".
Questa generosità con cui la Wertmuller descrive l'universo che ruota attorno a Miluzza, in cui nessuno viene giudicato e condannato, ma tutti come in un film di Renoir hanno le loro ragioni, la dobbiamo al fatto che tutto viene visto e vissuto dal punto di vista della protagonista, e che tutto viene filtrato dal suo sguardo innocente, al quale la regista si è rigorosamente attenuta. Nulla è realmente tragico in questo film, anche se tutto sembra riservare alla ragazza un finale tragico. E quando sopraggiunge, nell'ultimo atto, con il personaggio di Pietro (Raoul Bova), la felicità più pura, lo spettatore si aspetta il rovescio fatale, che invece non si avvera. Miluzza vivrà fecile e contenta, come in una favola. Questo "happy-end", lungi dall'essere consolatorio, appare come una piroetta drammaturgica commovente, come lo è sempre la letteratura o il cinema quando decidono, contro ogni evidenza realistica e narrativa, di salvare il loro amato protagonista dalle grinfie della tragedia.
ninfa2.jpg (9653 bytes)Se quindi, grazie allo sguardo amorevole e generoso che la Wertmuller ha posto sulla sua protagonista, "Ninfa plebea" non è un brutto film, non si può tuttavia affermare che sia un film bello. Ad impedircelo è la precarietà dello stile di Lina Wertmuller, che ancora una volta dimostra di non possedere un talento visivo all'altezza delle sue ambizioni drammaturgiche. L'abuso di primi piani, l'eccesso di "zoom" - un procedimento ottico che ha fatto molto male al nostro cinema - il mancato sfruttamento del formato cinemascope, tradiscono una certa pigrizia della regista, per la quale la macchina da presa è uno strumento per registrare personaggi che parlano o agiscono, piuttosto che un elemento attivo all'interno di una messinscena attentamente calibrata. Questa mancanza di rigore nella messinscena crea una sensazione di scarto tra la ricchezza del materiale narrato e la povertà dello stile, e nega al film quella dimensione classica che un soggetto simile avrebbe meritato.

Gianguido Spinelli