Tempi Moderni

I film del 1996


METALMECCANICO E PARRUCCHIERA IN UN TURBINE DI SESSO E POLITICA

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Lina Wertmuller
Soggetto e sceneggiatura: Leo Benvenuti,
Piero De Bernardi, Lina Wertmuller
Fotografia: Blasco Giurato
Scenografia: Enrico Job
Costumi: Cristiana Lafayette
Musica: Lilli Greco, D'Angiò
Prodotto da: Bruno Altissimi e Carlo Saraceni
Durata: 101'
Distribuzione cinematografica: MEDUSA
Distribuzione home video: MEDUSA

PERSONAGGI E INTERPRETI

Tunin: Tullio Solenghi
Zvanin: Gene Gnocchi
Rossella: Veronica Pivetti
Anitina: Cyrielle Claire
Palmina: Piera Degli Esposti
Mariolina: Cinzia Leone
Tazio: Giacomo Centola
Volga: Alexandra La Capria
Natascia: Maria Zulima Job

metal1.jpg (4424 bytes)Siamo nella Padania che da qualche anno occupa le prime pagine dei nostri giornali, precisamente a Pizzighettone tra Romagna e Lombardia. Si inizia il 27 marzo e si finisce il 21 Aprile non dello stesso anno, le date simboliche delle ultime strombazzatissime competizioni elettorali.
C'Ë un esponente di Rifondazione, un pidiessino e due leghiste. Il sesso, la politica e un manipolo di caratteri grotteschi secondo le corde della Wertmuller. La quale ci tiene a divertirsi e a divertire, e in quest'ordine a mio parere a causa dei risultati. Che si realizzano, per molti versi, nel solito film a titolo inspiegabilmente lungo, solito tocco di originalità, per un altrettanto consueto miscuglio di banalità sociologiche - il "rifondarolo" è un Don Chisciotte, il pidiessino (il peraltro simpaticissimo Gene Gnocchi), malinconicamente piu moderato, ha una epicureica teoria del tempo libero, le leghiste sono delle parrucchiere ignoranti e arriviste - condite di quella bonomia che rischia facilmente di diventare disprezzo per gli oggetti della descrizione. Perché poi, rispetto ai vecchi film degli anni '70 della Wertmuller, qui sembra sempre tutto unicamente da ridere e francamente nel modo piu fatuo che si possa immaginare, tra i dispetti della guerra tra i sessi e la altrettanto farsesca battaglia della politica. In conclusione, il ricorso così pervicace allo stereotipo si rivolta contro il film e lo ricaccia in quell'immaginario televisivo di cui magari voleva essere la satira.

Alfonso Iuliano