Tempi Moderni

I film del 1996


MARCIANDO NEL BUIO

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Massimo Spano
Soggetto: Daria Lucca e Massimo Spano
Sceneggiatura: Claudio Lizza e Massimo Spano
Fotografia: Bruno Cascio
Montaggio: Franco Fraticelli
Scenografia: Enzo Forletta
Musica: Pino Donaggio
Produzione: Zeudi Araya Cristaldi
(ITALIA,1995)
Durata: 120'
Distribuzione cinematografica: ZEUDY e FRANCO CRISTALDI FILM

INTERPRETI

Jean Marc Barr, Massimo Dapporto, Thomas Kretschmann
Roberto Citran, Mariella Valentini, Flavio Albanese

marcia1.jpg (9155 bytes)Quando si tratta di giudicare un'opera prima italiana, accade spesso, prima ancora di determinarne la bellezza o la bruttezza, di dover capire se si tratti o meno di un film a pieno titolo. Certi film nascono morti in partenza. Diventa inutile giudicarne il risultato, ma interessante soffermarsi su quello che è successo nella fase del concepimento.
Mi si dice, da fonti vicine agli autori della sceneggiatura, che "il testo" fosse bellissimo, e che le ragioni del fallimento siano tutte da ricercare nella mancanza di idee della regia. Non ho modo di verificare queste voci, non avendo a disposizione il copione originale, ma quest'affermazione mi sembra quantomeno singolare e nello stesso tempo significativa dell'equivoco che continua ad imperare tra la gente che fa o promuove il cinema italiano.
Mi sembra singolare, poiché continuo ad essere convinto che tra sceneggiatura e regia non esistano differenze sostanziali, e che una sceneggiatura ben scritta contenga di fatto l'intera messa in scena di un film. Che cosa si intende dire quando si afferma che da un film sono assenti idee di regia? Che gli attori sono mal diretti? O che il découpage e le inquadrature sono sbagliate? Non è certo il caso di "Marciando nel buio" che si avvale di un buon cast, correttamente diretto da un regista che sembra dotato di un buon livello tecnico.
Se invece, con "idee di regia", si allude alle idee drammaturgiche, alla costruzione di ogni singola scena, ai dialoghi, ai gesti, ai piccoli tocchi che devono contribuire a rendere il tutto vivo e credibile, allora si sta parlando di tutto quello che costituisce la sostanza e l'anima di una sceneggiatura. Le idee che non ci sono nella regia di Spano, dovevano per forza essere anche assenti dal copione (firmato tra l'altro, dallo stesso regista assieme a Claudio Lizza), altrimenti sarebbero state messe in scena in fase di realizzazione. A meno che il film non abbia subito tagli obbligati al montaggio, un'ipotesi sempre meno credibile in un paese dove il produttore non possiede più il "final cut" di un film, e dove l'autore regna incontrastato.
Se dunque da una parte è una contraddizione in termini, d'altra parte l'imputazione di tutti i mali del film alla sola regia, che avrebbe deturpato un testo bellissimo, dimostra ancora una volta quanto approssimativo sia in Italia, da parte di agenti, produttori ed attori, il modo di giudicare il valore di una sceneggiatura. Il quale si esaurisce di solito nella valutazione del solo soggetto, ovvero dell'idea della storia, e mai del modo in cui la storia viene raccontata e sviluppata nei dettagli.
Sul valore del soggetto possiamo anche essere d'accordo: l'idea di "Marciando nel buio" era interessante e promettente. Essa prevedeva un film ambientato nel mondo dei militari di carriera (un microcosmo poco visto nel cinema italiano dai tempi di "Marcia trionfale") che doveva diventare uno specchio deformato dell'animo corrotto e malato dell'Italia di oggi. Un esercito nel quale gli ufficiali hanno una doppia vita: virili comandanti di giorno, travestiti di notte per arrotondare il loro magro stipendio. E' in questo fosco universo che il giovane Saro, militare di leva, finisce per perdere la propria innocenza ma nello stesso tempo scopre un valore fondamentale come l'amicizia: vittima di uno stupro da parte di un brillante e stimato capitano, Saro vuole denunciare il fatto ma viene ripetutamente dissuaso da un sergente che nutre per lui un profondo affetto e tenta di proteggerlo dalla vendetta dei superiori.
marcia2.jpg (10167 bytes)Interessante tentativo di fare in Italia un "courtroom-drama" di ambientazione militare, il soggetto di Daria Lucca e Massimo Spano viene vanificato da una sceneggiatura sbagliata, che soffre dei mali endemici della maggior parte delle sceneggiature del giovane cinema italiano: precaria struttura narrativa, approssimativa caratterizzazione dei personaggi, totale assenza di diffidenza nei confronti dei cliché del genere trattato.
La precarietà della struttura è palese sopratutto nella fase più delicata di una sceneggiatura: l'esposizione dei personaggi e del conflitto, il fatidico primo quarto d'ora, nel quale si decide la sorte dell'intero film. Non abbiamo in questa sede né lo spazio né il tempo per procedere ad un'analisi dettagliata di tutti i difetti dell'esposizione. Ci limiteremo quindi a constatare che manca una presentazione effettiva del protagonista, di cui non sappiamo assolutamente nulla, né psicologicamente, né sociologicamente, prima della metà del film. Di conseguenza, non abbiamo nessun elemento per identificarci con lui e rimaniamo rigorosamente all'esterno del suo dramma. Questo distacco freddo non era sicuramente voluto dagli autori, poiché essi fanno volentieri ricorso, in seguito, ad una certa retorica melodrammatica che presuppone l'empatia con il protagonista per essere emotivamente efficace.
Manca ugualmente, nell'esposizione, la presentazione del microcosmo nel quale la vicenda si svolge: la caserma, l'universo militare, rimangono astratti sia geograficamente che psicologicamente. Non basta fare totali in cinemascope di adunate notturne su sfondo di elicotteri che atterrano o decollano, per ricreare un'atmosfera.
Lo studio attento dell'infinità di pellicole americane di ambientazione militare avrebbe fornito agli autori uno strumento utile per ricreare un minimo di atmosfera nel loro film. Ad indurli ad evitare un'esposizione classica può essere stata la paura di cadere nella trappola del "cinema di reclutamento" che minaccia tutti i film antimitaristi ogni qualvolta si soffermano sulla descrizione della vita di caserma. Ma "Full metal jacket" offre un esempio valido di come si possa ricreare l'atmosfera e l'alienazione del servizio militare senza rischiare di esaltarlo. O forse si è voluto evitare i cliché del film sui militari rifiutando semplicemente di confrontarsi col genere al quale, volente o nolente, il film appartiene?
Un esempio interessante della noncuranza dell'esposizione ci viene fornito da una piccola omissione, apparentemente insignificante, ma gravida di conseguenze: quando Saro, il protagonista, appare per la prima volta nel film, è in uniforme, col berretto in testa. Quando lo rivediamo per la seconda volta è in abiti borghesi. Sembra stupido, ma il repentino cambio di costume rende difficile identificare il personaggio. Lo spettatore stenta a riconoscerlo, perdendo minuti preziosi in cui dovrebbe concentrarsi sull'esposizione del suo rapporto con il sergente, premessa essenziale per il proseguio del dramma (rapporto che comunque non è costruito per niente). Questo tipo di confusione è difficilissimo da prevedere sul copione, dove i personaggi sono indicati col loro nome. Ma un regista-sceneggiatore deve accorgersi in anticipo di queste trappole e porvi rimedio, invece di peggiorare la confusione dell'esposizione con il ricorso sistematico all'ellissi.
Il cinema non perdona: tante cose che sembrano sensate ed evidenti in sceneggiatura non funzionano sullo schermo. La regia, in fondo, è l'arte della preveggenza e della premonizione. Massimo Spano, e tutti quelli che lo hanno aiutato in fase di scrittura e produzione, hanno per ora dato prova di una certa cecità, realizzando un film che sulla carta non era ancora nato.

Gianguido Spinelli

Intervista a MASSIMO SPANO di Francesco Troiano