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INTERVISTA A OLIVER STONE
Condivide l'analisi di Norman Mailer sul suo
film?
Oliver Stone: Norman Mailer è stato molto generoso nel suo giudizio. Penso che
capisca i problemi circa l'illustrazione dei personaggi storici nella finzione. Sopratutto
i personaggi della storia recente, che sono morti da poco tempo, come Nixon due anni fà.
E penso che Mailer reagisse di fronte a quel fardello di natura psichica, quella rabbia
che il film ha suscitato in America. Attorno a Nixon c'è sempre stato un attegiamento
passionale di amore o odio che molta gente ha riversato sul film che d'altra parte non
voleva suscitare questo genere di sentimenti. Così molta gente non ha capito il punto
centrale di "Nixon". I drammaturgi, quando sono artisti, hanno il compito di
calarsi nei panni del personaggio. Personalmente non amo Nixon. Ma come drammaturgo
empatizzo con quella che è stata la sua angoscia, la sua sofferenza di essere umano, che
per certi versi mi ricorda quella di mio padre.
A quali criteri si è ispirato per il lavoro di ricerca storica su Nixon?
Oliver Stone:Abbiamo cercato di essere obiettivi. Abbiamo letto delle biografie su
Nixon, abbiamo visionato chilometri di filmati su di lui, abbiamo letto tutto quello che
è stato scritto pro e contro di lui. Ma a partire da un certo punto, ci sono delle cose
che non si possono sapere, come le conversazioni dentro le mura della Casa Bianca, eccetto
quello che era stato registrato sui nastri. A quel punto, fatta la ricerca, il drammaturgo
deve fare quello che chiamerei il "salto di fede", cioè fidarsi della propria
intuizione per immaginare, inventare quello che ha potuto dire il personaggio e come ha
potuto dirlo.
Come mai gli anni sessanta e settanta l'affascinano tanto? Si può anche parlare di
ossessione?
Oliver
Stone: Che differenza c'è tra fascino e ossessione? A parte gli scherzi, c'è stato
un periodo cruciale della storia americana tra il '63 e il '73, un decennio nel quale
l'America è cambiata per sempre. In quel decennio ci sono stati avvenimenti che hanno poi
determinato la nostra storia presente: in quel periodo John Kennedy, Bob Kennedy, Martin
Luther King furono assassinati, tutti in circostanze molto oscure e sospette. In quel
decennio, Nixon fu dimesso. Tutti questi personaggi avevano qualcosa in comune: avevano
lottato contro forze più grandi di loro e ne sono stati sopraffatti. Anche Nixon, a modo
suo, tentò di cambiare le cose, con l'apertura alla Cina, con la distensione con l'URSS,
con la conclusione della guerra in Vietnam. Tutte cose che hanno risvegliato quello che
nel film viene chiamato "la bestia", cioè il sistema, quel concentrato di
interessi e di poteri che detiene il vero dominio. Molti storici ufficiali tendono a farci
credere che tutti questi avvenimenti accaduti in questo decennio sono accaduti
casualmente, che non c'è un legame tra di loro. Questi non sono storici seri. E questo è
un problema nel nostro Paese: il fatto che nessuno nel nostro Paese voglia affrontare
seriamente quegli avvenimenti, quei semi che sono stati piantati in quel decennio e che
poi hanno determinato quello che l'America è diventata oggi. E quando gli storici non
fanno il proprio compito, allora la palla passa nelle mani dei drammaturgi, degli artisti.
Devo aggiungere che i miei film sono senz'altro opere di intrattenimento ma che nello
stesso tempo suscitano interesse perché il pubblico percepisce che si tratta di film
basati su una ricerca molto approfondita, e che tendono alla ricerca della verità che
oggi non si trova più nei testi di storia o nei documentari su quel periodo. Ma credo che
non si possa caratterizzare tutto il mio cinema come un cinema sugli anni sessanta o
settanta: "Salvador", "Wall Street" e "Talk Radio" si
svolgono negli anni ottanta, "Natural Born Killers" negli anni novanta. Non sono
quindi completamente intrappolato negli anni settanta.
Lei però è l'unico regista che sembra aver ricoperto questo ruolo di
sopperire alle lacune degli storici. "Nixon" può considerarsi l'ultimo capitolo
di questa sua missione? Oppure tornerà ad occuparsi ancora di quel fatale decennio?
Oliver Stone: Probabimente io vado a vedere nelle ombre della storia. E' davvero un
peccato e una disgrazia che per aver posto certe domande su quel periodo io sia stato
ripagato con una montagna di ostilità e di insulti, nel mio Paese. E' come se la gente
nel mondo contemporaneo soffrisse di amnesia. Come se questi eventi fossero diventati dei
non-eventi per dirla alla George Orwell. Rimarreste scioccati dalla superficialità dei
testi di storia che vengono usati nelle scuole medie americane. Ma diciamoci la verità: i
maggiori antagonisti dei miei film sono stati i media, i media gestiti politicamente, che
si sono molto risentiti con me per aver osato toccare certi temi al posto loro: quello era
il loro territorio. E mi hanno reso la vita difficile al tal punto da indurmi a rinunciare
a realizzare gli altri due capitoli di quel decennio: l'assassinio di Martin Luther King e
quello di Bob Kennedy. Non voglio fare la fine di Charlie Chaplin, non voglio dover
lasciare il Paese. Ma sono triste e scioccato perché secondo me i film da me realizzati
su quel periodo sono in fondo dei colpi abbastanza morbidi rispetto a quello che realmente
è successo negli anni settanta. Viviamo in un periodo davvero strano. E mi auguro che il
futuro diventi più sincero, più veritiero.(...) Per "Nixon" la verità
documentata di cui disponevamo erano sessanta ore di nastro registrato delle sue
conversazioni. Ma in realtà ci sono quattromila ore che sarebbero state registrate. Nixon
le ha tenute segrete illegalmente da privato cittadino fino alla sua morte. E chi è
venuto dopo di lui ha continuato questa battaglia per tenerle segrete. E' interesse dei
"Nixoniti", e per Nixoniti intendo dire la nuova destra, di seppellire il caso
Watergate nell'ambito della loro lotta contro i democratici. E' nel loro interesse
continuare ad ignorare l'inganno, le menzogne, le bugie che Nixon ha portato alla Casa
Bianca. Ma diciamoci la verità: se pure potessimo registrare ogni singola parola che
questi personaggi dicono dietro le famose porte chiuse, le registrazioni non verrebbero
mai messe a disposizione del pubblico;; perché ciò che leggiamo sui giornali è molto
diverso da come viene effettivamente gestito il potere nella realtà.
Lei si dipinge come un artista emarginato. Eppure molti dei suoi film, come
"Platoon", hanno avuto dei riconoscimenti ufficiali.
Oliver Stone: Accade che ti danno dei riconoscimenti per film controversi quando
sei più giovane e meno conosciuto. Ma quando diventi famoso, quando ti ritrovi in cima
alla montagna, il vento soffia molto più forte e gelido. A quel punto diventa difficile
mantenere quella perseveranza che è necessaria per realizzare opere di questo tipo;
perseveranza di guardare in fondo alle cose. Inoltre, Nixon e Kennedy sono figure che
presentano una difficoltà particolare. Attorno a questi due personaggi c'è tanta
controversia, tanta passione isterica. E la cosa mi intristisce perché credo che solo
attraverso un dibattito moderno, contemporaneo, si possa superare quel clima da guerra
civile che nel Paese si è venuto da sempre a creare attorno a questi due personaggi. Ma
non bisogna dimenticare che anche "Platoon" fu accolto in modo molto
controverso. Ancora oggi molta gente mi rimprovera di avere fornito un quadro troppo
negativo dell'esperienza americana in Vietnam. "Nato il quattro di Luglio" fu un
film molto discusso. Pat Buchanan recentemente ha ancora attaccato il film dichiarando che
la sola verità è che Oliver Stone è il più grande bugiardo del mondo. E che l'unica
cosa vera che raccontava quel film era che Ron Kovic fu ferito in Vietnam. La cosa buffa a
proposito di "Nixon" è che alcuni critici mi hanno rimproverato questa volta di
non aver fatto un film abbastanza arrabbiato, di aver fatto un film troppo equilibrato,
troppo moderato.
Pensa di essere stato più generoso con Nixon d quanto non lo siano stati i suoi
contemporanei?
Oliver Stone: Certo. Come drammaturgi, abbiamo dato a Nixon il beneficio del
dubbio, privilegiando l'empatia che dovevamo avere col personaggio piuttosto che guardarlo
con distacco. Privilegiando l'aspetto umano. Per esempio, non abbiamo parlato del ruolo
nefasto di Nixon rispetto al Cile, anche se una battuta del film vi fa allusione: quando
Nixon dice: "il Cile è in cima alla nostra lista, fra poco ce ne occuperemo".
Il film fa capire che Nixon sta dietro a tutta una serie di operazioni non molto chiare e
pulite in tutto il mondo. Ma "Nixon" non voleva essere un film di denuncia, di
messa in stato di accusa, voleva essere un ritratto umano del personaggio, che analizzava
le sue emozioni contorte, le sue contraddizioni. Naturalmente, quando i "soliti
sospetti", cioè Kissinger, le figlie di Nixon, Haigh, tutte queste persone hanno
attaccato il film, non ne siamo rimasti affatto sorpresi. Perché tutte queste persone
cercano di ritagliarsi un posto al sole nella Storia.
Lei sa se Clinton ha apprezzato il film?
Oliver Stone: Non so se lo abbia visto. Ma se mai lo avesse apprezzato, non è
nella posizione di dare un giudizio pubblico, che potrebbe ritorcersi contro di lui in un
momento come questo, in cui è messo sotto pressione per lo scandalo Whitewater. Poi, dal
momento in cui ha presenziato ai funerali di Nixon con un'elegia, la cosa diventa ancora
più difficile. Un'elegia su Nixon che potrei definire il suo "discorso di
Marcantonio."
La stampa americana le ha rimproverato di stabilire un collegamento tra
l'assassinio di Kennedy e la candidatura di Nixon.
Oliver Stone: E' facile essere frainteso. Nel film sono stato molto chiaro: Nixon
si sente colpevole in qualche modo della morte di John Kennedy. Sa qualcosa di più su
quest'attentato. E' quello che gli autori del film dicono di credere.
E sa qualcosa di più perché come vice-presidente di Eisenhower, Nixon rivestì una
carica importante in un periodo in cui la politica americana si fondava sull'eliminazione
o la rimozione di capi di Stato. E come possiamo credere che Nixon non sapesse niente
delle operazioni della CIA in Guatemala, in Africa (con Lumumba), del tentativo di
uccidere Castro nel '60! E' possibile che in tutti quegli anni la CIA abbia preso quelle
iniziative senza che lo sapessero il Presidente o il suo vice-presidente?! Io e i miei
co-sceneggiatori crediamo fermamente nel fatto che Kennedy, per non aver appoggiato le
iniziative anti-Castro promosse da Nixon e Eisenhower, per non aver invaso Cuba nel '62,
finì con l'attirarsi l'odio della destra cubana in esilio; e questo, in qualche modo,
portò al suo assasssinio a Dallas. E Nixon sapeva di essere in parte responsabile di
questo circolo vizioso, in quanto era stato uno dei promotori della politica americana a
Cuba che Kennedy aveva cercato di interrompere una volta diventato presidente, cosa che
gli costò la vita. In due registrazioni del 20 e del 23 giugno 1972, Nixon menziona
l'affare cubano due dozzine di volte. Tra queste due registrazioni c'è un buco di
diciotto minuti nelle registrazioni che è scomparso. Non ci vuole molto a immaginare che
Nixon sapesse cose su Cuba che non voleva che il pubblico sapesse e che per questo fece
scomparire quei diciotto minuti. Eppure il pubblico era perfettamente al corrente della
politica americana nei confronti di Cuba e di tutte le operazioni annesse e connesse.
Quindi, quello che Nixon voleva nascondere doveva essere qualcos'altro... qualcosa che si
nascondeva dietro a tutto questo. Non abbiamo detto cosa, ma abbiamo supposto che ci fosse
un segreto di cui lui, e solo lui, era al corrente. E per aver sostenuto questa tesi, io e
i miei co-sceneggiatori siamo stati linciati come bugiardi e fabbricanti di falsi storici
dalla stampa americana. Io non credo che le nostre intuizioni fossero tanto lontano dalla
verità.
C'è ancora qualcosa che lei vorrebbe raccontare di quel decennio, a parte la
difficoltà materiale di realizzarlo alla quale lei prima faceva allusione?
Oliver Stone: Ho già detto che mi piacerebbe raccontare altri capitoli di quel
periodo, ma non credo che me ne daranno la possibilità. L'abbinamento tra la stampa
politica e la pressione sugli studios rendono la realizzazione di questi progetti molto
più difficile.
Non crede che il fatto di aver impostato il film su Nixon sull'aspetto
intimistico-psicologico possa in qualche modo eludere la denuncia sulle sue
responsabilità politiche?
Oliver Stone: Se in questo senso lei vuole intendere che la politica è separata
dalla vita privata, che il giudizio politico non deve appoggiarsi sull'introspezione
psicologica, non sono d'accordo. A me pare che Nixon, di tutti i presidenti, è proprio
quello che ha personalizzato di più la Casa Bianca. Ha fatto della Casa Bianca il dominio
in cui lui poteva agire. La Casa Bianca è diventata il suo palcoscenico, il suo
confessionale...
Allora, dal punto di vista del privato, che cosa l'ha colpita di più in quel
personaggio, sia in positivo che in negativo?
Oliver Stone: La cosa più positiva che ho trovato in lui, ma che poi si rivela
essere anche negativa, è il grado di sofferenza e di angoscia al quale era arrivato Nixon
nella sua vita, sofferenza che poi lo ha spinto a prendere determinate decisioni
politiche. Una cosa di lui che trovo assolutamente negativa è la sua incapacità di dire
la verità, il suo continuo bisogno di mentire.
Di solito nel cinema ci si occupa di personaggi pubblici quando sono morti. Le
interesserebbe fare un film su Clinton oggi, visto come l'illusione della rinascita del
mito di Kennedy?
Oliver Stone: Potrebbe essere un film interessante, ma personalmente non mi
interessa farlo. Io non faccio solo soggetti politici. E inoltre, gran parte di quello che
Clinton fa come Presidente sta ancora prendendo forma in questi giorni, e sicuramente
sarà un Presidente molto diverso se sarà rieletto. Quindi sarebbe comunque un film
prematuro.
Ci parli del suo rapporto di lavoro con Anthony Hopkins.
Oliver Stone: Hopkins è un attore straordinario. Ha l'abilità di scomparire nel
personaggio che deve interpretare. Lavora molto duramente. Era perfetto per la parte. Come
inglese, possiede lo stesso senso di repressione dei propri sentimenti e delle proprie
emozioni che erano di Nixon, e questo senso di isolamento e di tristezza nel proprio
comportamento.
Inoltre, è un grande mimo. Ha studiato attentamente i tic e i modi di fare di Nixon. Se
si guarda attentamente la sua interpretazione nel film, si può notare che nessuno dei
suoi movimenti è simile a quello che ha fatto in altri film. Di solito, gli attori della
sua età si affidano ai propri trucchi del mestiere, alle proprie abitudini che poi
riproducono in tutti i film. Lui invece reinveste se stesso al cento per cento nella
parte, reinventa un nuovo metodo. Il che richiede un lavoro duro, che non è ovvio per un
attore della sua età e della sua reputazione. E' anche una persona molto umana, e se mai
c'è qualcosa che lo distingue dal personaggio che ha interpretato, è proprio il calore
umano che ha dato a Nixon, e che forse Nixon non possedeva nella stessa misura. Il vero
Nixon aveva occhi diversi, nei quali non si poteva mai guardare. Hopkins ha uno sguardo
diverso, più penetrabile.
Come valuta l'accoglienza di "Nixon" negli Stati Uniti, dal punto di vista
del successo commerciale?
Oliver Stone: Negli Stati Uniti molta gente ha ancora troppi pregiudizi positivi o
negativi su Nixon, e questo ha influenzato molto l'impatto del film, che è stato
deludente: in America, la gente non ama confrontarsi col proprio passato, almeno con
questo passato. Ma in Europa, la gente è più sofisticata, più distaccata dalla figura
di Nixon, e più interessata ai personaggi e alla psicologia dei personaggi. Quindi penso
che il film funzionerà meglio in Europa.
I suoi progetti futuri?
Oliver Stone: Ho lavorato molto su "Nixon", ho fatto dieci film in dieci
anni... Sono arrivato ad un bivio; della mia carriera. Sono tra l'altro diventato padre di
una bambina. Credo che sia un momento ideale per fermarsi e riposarsi.
A cura di Gianguido Spinelli |