Tempi Moderni

Interviste


INTERVISTA A JEAN PAUL RAPPENEAU

Quando ha letto "L'ussaro sul tetto"?

ussaro3.jpg (9862 bytes)J.P.R.: Nel 1953, poco tempo dopo la sua pubbicazione. Era il primo libro di Giono che leggevo. Uno choc molto forte... Mi rendo conto, oggi, che nei miei film ho cercato spesso di ritrovare le grandi emozioni delle letture della mia giovinezza. Sono stato un lettore appassionato prima di diventare un cinefilo. L'amore per il cinema è subentrato all'amore per i libri. Ma più tardi, divenuto cineasta, sono tornato alle emozioni suscitate dalle letture della mia infanzia e della mia adolescenza. Cosa leggeva un ragazzo di provincia nel dopoguerra? Che libri trovava nella biblioteca di famiglia? Gli autori del XIX secolo: Dumas, Jules Verne, Hugo, Dickens e Stendhal che è stato il mio dio.
Quando ho letto l'"Ussaro sul tetto" quancosa ha fatto sì che mi ricordasse Stendhal. La coppia Angelo Pardo-Pauline de Théus ha raggiunto, nella mia personale mitologia, quella di Julien Sorel e di Matilde de la Mole ne "Il rosso e il nero". Per me la scena chiave dell'"Ussaro" è quella dell'incontro tra i due eroi. Mi è sempre apparsa una delle più belle scene d'incontro, nella letteratura francese, tra un uomo e una donna. Quando ho iniziato a fare film, spesso mi veniva in mente che un giorno avrei voluto... forse... filmare quell'incontro e il viaggio di due giovani persone attraverso la Provenza colpita dal colera. Ma avevo paura del libro, troppo vasto, troppo bello, quasi inaccessibile. Ne ero attirato e respinto.

Com'è sparita questa paura di affrontare il romanzo di Giono?

J.P.R.: Prima di "Cyrano" sono stato a lungo convinto che il regista dovesse essere l'autore totale del proprio film e, dunque, anche scriverne la sceneggiatura. E' ciò che ho fatto per i miei primi quattro film. Quando ho ricevuto la proposta di girare Cyrano, all'inizio ho rifiutato dimenticando che il lavoro teatrale era stato un feticcio della mia infanzia. Poi, ho tentato di fare un adattamento e le emozioni antiche sono risorte. Mi sono nuovamente appassionato al personaggio, a quella straordinaria storia e ho fatto il film. Dopo "Cyrano", le cose sono cambiate. Invece di chiedermi come dopo ogni film: "che storia originale posso inventarmi?", mi sono detto: "Adesso quale libro, che credo irrealizzabile, posso provare a girare?" Immediatamente, l'"Ussaro" si è trovato sul mio tavolo. I miei primi film erano delle commedie ma, con Cyrano, mi sono reso conto che la grandezza dei sentimenti, la presenza del destino, questo genere "opera", mi appartenevano quanto lo spirito espresso dai miei film precedenti, e forse ancora di più. Ci sono dei legami tra gli eroi de "L'ussaro" e quelli di "Cyrano": quel pudore tra uomo e donna, quel fuoco che cova al di sotto, cose che vanno molto lontano senza che i corpi si tocchino. La fine dell'"Ussaro" mi sconvolge sempre: qualcosa poteva accadere, non succede nulla. Accadrà più tardi, forse.

Come ha affrontato l'adattamento?

J.P.R.: Innanzi tutto ho riletto il libro, cosa che non facevo da tempo. Perplessità. Da che punto affrontare il soggetto? In primo luogo, il famoso incontro Angelo-Pauline nel libro arriva tardi. Il periplo di Angelo, prima di questo incontro, non poteva venire soppresso. Sarebbe stato assurdo. Ma questo viaggio, questo errare (che nel libro è seguito dall'errare di Pauline accompagnata da Angelo) non era filmabile così com'era. A meno che non si volesse fare un film molto lungo, dai ritmi molto lenti, qualcosa come "Fino alla fine del mondo" di Wenders. Non era assolutamente il mio genere.
ussaro1.jpg (8288 bytes)Dovevo introdurre su quel canovaccio un ritmo drammatico, serrato. Il colera è una guerra, una guerra civile. Quella gente che fugge per le strade mi evocava l'esodo del 1940, che avevo vissuto e che si ritroverà nel film. Ma se c'è una guerra, c'è anche un periodo anteguerra. Mi sono ricordato dell'atmosfera di Aix-en-Provence descritta da Giono in "Angelo", il primo libro del ciclo dell'"Ussaro". Aix con le sue fontane, le sue graziose donne... Mi sono, allora, messo a cercare un intreccio che partisse da lì e che spingesse il personaggio verso l'Alta Provenza ed il colera. Rileggendo "Angelo" e l'inizio di "Bonheur fou", ho trovato quell'atmosfera di complotto che a Giono tanto piaceva, quasi un feuilleton. Partendo da indicazioni che venivano dallo stesso Giono, ho allora inventato con NIna Companez "un'azione di polizia" in cui degli agenti austriaci, arrivati dall'Italia, ricercano un gruppo di carbonari rifugiati in Provenza. Angelo fugge da Aix per avvisare i suoi amici esiliati e va a finire nel pieno dell'inizio dell'epidemia, che lo spettatore scoprirà contemporaneamente al nostro personaggio. La prima storia penetra così in una seconda, quella del cataclisma e poi, ben presto, in una terza, la storia d'amore fra Angelo e Pauline. Questi tre temi finiranno per intrecciarsi tra di loro. Un intreccio che nel film culmina nella scena del fiume e della morte dell'amico italiano. E' una delle scene che preferisco. Non è nel libro, ma si può immaginare che Giono avrebbe benissimo potuto scriverla. Ho spesso pensato ad una lettera che Giono scrisse ai suoi amici quando iniziò il romanzo: "Parte come un fulmine e diviene un mostruoso romanzo picaresco, bizzarro, tenero, strabiliante e finalmente grave. Questo è ciò che mi diverte!" Penso di essere stato fedele a questo spirito. Certe frasi a proposito del libro hanno rafforzato in me l'idea che bisognasse girarlo. I critici hanno scritto: ""L'Ussaro", attraverso l'orrore e la morte, è un'epopea della giovinezza e della gioia", o ancora: "Vi è in questo libro quasi un gioco alla Marivaux sullo sfondo di una catastrofe". Il film è un pò questo, almeno spero.

Per interpretare Angelo, Giono suggeriva di prendere uno sconosciuto per la strada. Lei come ha agito?

J.P.R.: Ho preferito non pensare a questo problema del ruolo di Angelo durante la stesura della sceneggiatura. Mi rassicuravo pensando che non era mai accaduto che non si trovasse un attore per interpretare un personaggio anche se, come in questo caso, la scelta era particolarmente difficile. Ho visto molti attori, ma mi sono presto convinto che bisognava trovare il famoso sconosciuto di cui parlava Giono. Angelo, l'angelo venuto da altri luoghi, non poteva essere un attore che portasse con sé l'immagine di altri film. Ho fatto molte ricerche e provini per quasi un anno. Poi ho incontrato Olivier Martinez ed i suoi primi provini mi hanno bruscamente fatto capire quello che cercavo da tempo senza averlo trovato: l'energia, il fuoco interiore, un miscuglio di brutalità e finezza, di pudore e d'intrepidità. Con lui uno dei misteri del libro trovava una risposta. Bisognava essere una forza della natura per attraversare l'epidemia senza esserne mai colpito. Olivier ha molto lavorato, molto letto. Si è profondamente immerso nella storia del XIX secolo. Ha imparato ad andare a cavallo e a battersi con la sciabola. E' divenuto, come lo vedrete nel film, un cavaliere straordinario. Si è preparato con una volontà di acciaio. Il giovane uomo di oggi, pazzo per il jazz e le moto, è diventato Angelo.

E Juliette Binoche?

J.P.R.: Era da molto che speravo di lavorare con lei. Possedeva già ciò che amo nel personaggio di Pauline: il mistero, l'insolenza, la dolcezza e la forza. Ma ciò che ha portato in più, cioò che ha donato in ogni scena e che io non mi aspettavo, quel "supplemento d'anima" che mi faceva rabbrividire e che spesso mi ha fatto venire le lacrime agli occhi, resta per me un'esperienza unica. Un dono dal cielo.

A cura di Gianguido Spinelli