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| INTERVISTA A JEAN PAUL RAPPENEAU
Quando ha letto "L'ussaro sul
tetto"?
Com'è sparita questa paura di affrontare il romanzo di Giono? J.P.R.: Prima di "Cyrano" sono stato a lungo convinto che il regista dovesse essere l'autore totale del proprio film e, dunque, anche scriverne la sceneggiatura. E' ciò che ho fatto per i miei primi quattro film. Quando ho ricevuto la proposta di girare Cyrano, all'inizio ho rifiutato dimenticando che il lavoro teatrale era stato un feticcio della mia infanzia. Poi, ho tentato di fare un adattamento e le emozioni antiche sono risorte. Mi sono nuovamente appassionato al personaggio, a quella straordinaria storia e ho fatto il film. Dopo "Cyrano", le cose sono cambiate. Invece di chiedermi come dopo ogni film: "che storia originale posso inventarmi?", mi sono detto: "Adesso quale libro, che credo irrealizzabile, posso provare a girare?" Immediatamente, l'"Ussaro" si è trovato sul mio tavolo. I miei primi film erano delle commedie ma, con Cyrano, mi sono reso conto che la grandezza dei sentimenti, la presenza del destino, questo genere "opera", mi appartenevano quanto lo spirito espresso dai miei film precedenti, e forse ancora di più. Ci sono dei legami tra gli eroi de "L'ussaro" e quelli di "Cyrano": quel pudore tra uomo e donna, quel fuoco che cova al di sotto, cose che vanno molto lontano senza che i corpi si tocchino. La fine dell'"Ussaro" mi sconvolge sempre: qualcosa poteva accadere, non succede nulla. Accadrà più tardi, forse. Come ha affrontato l'adattamento? J.P.R.: Innanzi tutto ho riletto il libro, cosa che non facevo da tempo.
Perplessità. Da che punto affrontare il soggetto? In primo luogo, il famoso incontro
Angelo-Pauline nel libro arriva tardi. Il periplo di Angelo, prima di questo incontro, non
poteva venire soppresso. Sarebbe stato assurdo. Ma questo viaggio, questo errare (che nel
libro è seguito dall'errare di Pauline accompagnata da Angelo) non era filmabile così
com'era. A meno che non si volesse fare un film molto lungo, dai ritmi molto lenti,
qualcosa come "Fino alla fine del mondo" di Wenders. Non era assolutamente il
mio genere. Per interpretare Angelo, Giono suggeriva di prendere uno sconosciuto per la strada. Lei come ha agito? J.P.R.: Ho preferito non pensare a questo problema del ruolo di Angelo durante la stesura della sceneggiatura. Mi rassicuravo pensando che non era mai accaduto che non si trovasse un attore per interpretare un personaggio anche se, come in questo caso, la scelta era particolarmente difficile. Ho visto molti attori, ma mi sono presto convinto che bisognava trovare il famoso sconosciuto di cui parlava Giono. Angelo, l'angelo venuto da altri luoghi, non poteva essere un attore che portasse con sé l'immagine di altri film. Ho fatto molte ricerche e provini per quasi un anno. Poi ho incontrato Olivier Martinez ed i suoi primi provini mi hanno bruscamente fatto capire quello che cercavo da tempo senza averlo trovato: l'energia, il fuoco interiore, un miscuglio di brutalità e finezza, di pudore e d'intrepidità. Con lui uno dei misteri del libro trovava una risposta. Bisognava essere una forza della natura per attraversare l'epidemia senza esserne mai colpito. Olivier ha molto lavorato, molto letto. Si è profondamente immerso nella storia del XIX secolo. Ha imparato ad andare a cavallo e a battersi con la sciabola. E' divenuto, come lo vedrete nel film, un cavaliere straordinario. Si è preparato con una volontà di acciaio. Il giovane uomo di oggi, pazzo per il jazz e le moto, è diventato Angelo. E Juliette Binoche? J.P.R.: Era da molto che speravo di lavorare con lei. Possedeva già ciò che amo nel personaggio di Pauline: il mistero, l'insolenza, la dolcezza e la forza. Ma ciò che ha portato in più, cioò che ha donato in ogni scena e che io non mi aspettavo, quel "supplemento d'anima" che mi faceva rabbrividire e che spesso mi ha fatto venire le lacrime agli occhi, resta per me un'esperienza unica. Un dono dal cielo. A cura di Gianguido Spinelli |
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