"Luna e l'altra" è il nuovo film di
Maurizio Nichetti con Iaia Forte come protagonista. E' una pellicola piena di poesia e di
serenità mescolate alla consueta malinconia e all'usuale ironia del regista milanese.
A prima vista, tenuto conto anche del cast che va da Iaia Forte ad Aurelio Fierro, dai
Gemelli Ruggeri al protagonista dello Spot Kodak nel ruolo di Ciriciribin, sembrerebbe un
film realizzato da Fellini negli anni Novanta. In realtà, molteplici sono le suggestioni
presenti in "Luna e l'altra", sebbene racconti la storia non originalissima
dello sdoppiamento magico di una donna e della sua ombra. Ed è proprio questa magia,
mista all'allegria surreale dei protagonisti del circo e alla simpatia e alla profonda
umanità dei personaggi a fare da contrasto con le immagini della grigia periferia
milanese del Dopoguerra.
Angela Finocchiaro, in una recente intervista al nostro giornale, ci ha
detto che originariamente questo ruolo era stato scritto per lei...
La sceneggiatura ha subito moltissime modifiche nel corso del tempo e non solo per la
scelta dei personaggi. Cinque anni fa, quando è nato questo progetto, avevo in mente
Angela per la parte della protagonista. In realtà poi lei ha avuto una figlia e non
potendo girare, ho scelto per sostituirla Iaia Forte, che, con sé, ha portato l'ennesimo
cambiamento alla sceneggiatura. Così è venuta fuori la storia della famiglia di emigrati
napoletani a Milano, che mi ha permesso di "togliermi un rospo", raccontando
come, quando io ero bambino, storie d'amore tra persone provenienti da punti diversi della
penisola erano assolutamente all'ordine del giorno. Spiegare che non è vero che Milano
sia una città intransigente, dove storie d'amore tra nord e sud ci sono state e ci
saranno sempre e ricordare quello che Milano è sempre stata, ovvero, un crogiuolo di
genti diverse è stato il mio modo di schierarmi.
Perché ha scelto Iaia Forte per questo ruolo?
A me serviva un'attrice di carattere con una forte interiorità, capace di fare suo il
personaggio in ogni minimo particolare. Con queste caratteristiche ci si nasce, purtroppo
non si possono imparare a scuola, e Iaia ce l'ha.
Il tendone di un circo è uno dei luoghi chiave di questa pellicola. Quale è il
fascino che esercita su di lei il circo?
E'molto maggiore di quanto si veda in "Luna e l'altra". Tanti anni fa a Milano
io ho lavorato nel circo Mellini ed ho sempre desiderato fare un film su questa forma di
spettacolo. Me lo sono sempre vietato, però, perché credo che dopo Chaplin e dopo
Fellini, nessuno possa permettersi di girare sul circo. Questo film che è ambientato in
epoca pretelevisiva, due mesi prima di "Lascia o raddoppia?", che andò in onda
la prima volta nel novembre del 1955, mi permetteva, però, di recuperare il circo come
forma d'arte più vera e non sclerotizzata dal mezzo televisivo.
Lei fa un uso del circo e della sua fascinazione che ricorda un po' quello del Woody
Allen di "Ombre e nebbia"...
Tutti i film ambientati sotto un tendone richiamano qualcos'altro. Per esempio, l'ultima
inquadratura de "Il cielo sopra Berlino" di Wim Wenders è copiata da Chaplin, e
così via.
Negli ultimi tempi moltissime sono le storie al cinema che vedono lo sdoppiamento
del personaggio. Un esempio per tutti è quello di Micheal Keaton in "Mi sdoppio in
quattro". Cosa ne pensa?
Nella mia totale immodestia penso che "Mi sdoppio in quattro." sia un omaggio al
mio film "Stefano Quantestorie", nel quale io facevo sei personaggi: questa è
la prova che agli americani basta moltiplicarsi in meno personaggi di noi per finire sui
giornali.
In "Luna e l'altra" c'è un sentimento più europeo ed è questa la strada che
noi dobbiamo seguire. Non possiamo confrontarci con gli americani sul numero di
sdoppiamenti dei personaggi oppure sulla grandezza delle astronavi. Dobbiamo essere capaci
di esprimere vere emozioni e vere sensazioni. Nel mio film queste componenti sono
presenti, non si può dire altrettanto di "Mi sdoppio in quattro". E' vero in
America ci sono attori come Stallone e Sharon Stone, ma per i miei film questi attori non
servono. Per le mie storie io ho bisogno di persone come Aurelio Fierro e Iaia Forte che
lasciano intravedere la propria umanità attraverso gli occhi. Le mie storie hanno un
forte sapore neorealista, ma io cerco di riproporle, anche agli americani, con una
sensibilità moderna. Non si può rimpiangere il cinema di cinquant'anni fa. Bisogna
raccontare le stesse emozioni e gli stessi sentimenti in una chiave nuova, attuale.
Qual è il suo rapporto con gli effetti speciali?
Gli effetti speciali non devono essere il motivo per cui la gente viene al cinema, bensì
un mezzo per raccontare una storia. Io, col mio lavoro, rivendico la possibilità di
"fare spettacolo", raccontando storie piene di sensibilità. Desidero fare film
che rasserenino il pubblico, che ha un miliardo di motivi per essere preoccupato e non mi
piace che la gente pensi che tutto quello che viene dall'America, zeppo di effetti
speciali, sia "oro colato". Molti film sono "bufale" e ci sono
parecchi "bidoni". Molto spesso rido nel leggere sui giornali specializzati come
vengono realizzati alcuni effetti speciali, perché io che faccio del cinema so benissimo
che non è possibile girare così delle immagini. Questi sono imbrogli da ufficio stampa.
Soltanto che se un imbroglio viene dal Minnesota è più "credibile" e
apprezzabile di una storia che viene da Pavia.