Mike Leigh è stato riscoperto da non
molto a seguito della fortuna che hanno riscosso i suoi film a partire da "Belle
speranze" ("High hopes", 1988), prima a Venezia, poi a Cannes. Il suo primo
lungometraggio - in Italia lo hanno visto in pochi - è "Bleak moments", che
risale al 1971. Dopodichè Leigh continuò, con un certo anonimato estero, realizzando un
notevole numero di lavori per il teatro e la televisione. Ciò per dire che Leigh non è
certo un giovanotto alle prime armi. Con "Segreti e bugie", è giunta la Palma
d'oro dell'ultimo festival di Cannes.
Signor Leigh, nella sua carriera lei ha fin'ora alternato, a secondo dei periodi e
delle relative fortune, cinema, televisione e teatro: come è arrivato a tanto eclettismo?
e soprattutto, quale di questi mezzi espressivi è il suo preferito?
A proposito della mia carriera, non è molto preciso dire che io mi sono affermato con la
televisione. Negli anni '70 era molto difficile realizzare dei film a soggetto, quindi la
maggior parte dei registi lavoravano per la televisione. Io mi ritengo un film-maker che
fa occasionalmente dei film per la televisione, l'ultimo risale al 1984. Per quel che
riguarda il cinema, esso è la mia passione, il mio amore e la mia gioia, e faccio i miei
film col massimo entusiasmo. Il teatro, invece, cerco di frequentarlo il meno possibile, e
se sono così riluttante è perché lo odio. Ho fatto del teatro quasi esclusivamente
perché è molto piu economico del cinema. Non dico che sia sempre una cosa negativa, ma
comunque è proprio l'istituzione generale che detesto. La cosa fondamentale, però, è
che io sono profondamente innamorato del cinema, incluso il vedere i film. Credo che esso
sia un mezzo molto naturale, e questa è la principale differenza che ha rispetto al
teatro. Sono molto stimolato a girare nei luoghi reali, con le condizioni climatiche piu
diverse e a cui mi devo adattare.
Possiamo dire, quindi, che lei è in contrasto con il cinema tecnologico attuale,
piu virtuale che reale?
Niente affatto, tutto ciò lo trovo molto eccitante e bello. Amo tutte le possibilità che
il cinema può offrire, e compresa quella di poter girare nei luoghi reali. Per altro, i
miei film non credo siano naturalistici; sono soltanto di un realismo convenzionale.
In una sua intervista precedente ha detto che in quest'ultimo film le interessava
lavorare sulle nuove generazioni di neri che si sono notevolmente emancipate. Come ha
lavorato su questo aspetto, e qual'è il suo punto di vista piu in generale?
Il mio è un punto di vista, per essere onesti, molto soggettivo. I miei nonni venivano
dall'Europa orientale ed erano ebrei; i miei genitori, invece, sono nati in Inghilterra.
Sono inglese per la seconda generazione e il mio background, la mia tradizione familiare
è fatta di gente che cercava, in fretta, di diventare piu inglese possibile, e di
nascondere le proprie origini. Io non mi sento ebreo e le mie origini non sono
assolutamente un problema per me. In ogni caso capisco bene come si può sentire un nero o
un asiatico che vuole dimenticare le proprie origini per sentirsi più inglese possibile e
non appartenere più al terzo mondo. Detto questo, trovo che sia importantissimo tornare
alle proprie origini. La domanda è: quali sono le nostre radici? E' importante scoprire
quali sono i nostri amici, e questo è uno dei temi fondamentali del film. E ho cercato di
creare un personaggio di colore che non fosse uno stereotipo, che fosse positivo; e
infatti la maggior parte delle persone che in Inghilterra apprezzano il mio film sono i
neri. E', dunque, un film sull'adozione, quella etnica e quella che riguarda più
comunemente la famiglia.
Lei ha rilanciato, insieme ad altri registi, un certo tipo di cinema inglese
che parla in qualche modo della realtà, con personaggi rappresentativi di un preciso
strato sociale. La generazione precedente era partita nello stesso senso, ma poi quasi
tutti hanno scelto di espatriare ad Hollywood. Come vanno oggi le cose in Inghilterra?
Pensa di riuscire a rimanere ancorato alle sue radici e alla sua cultura?
Devo fare subito una distinzione: realizzare film in Europa mi sembra un'esperienza
assolutamente rispettabile; Hollywood, al contrario, è disgustosa. Hollywood, come
sapete, domina da sempre le scene del cinema un po' in tutto il mondo. Questa era la
situazione, ma con particolare evidenza, negli anni '60 e '70 in Inghilterra. Così il
cinema britannico, in tutto quel periodo, perse e dimenticò completamente la sua
identità. Non venivano quasi più realizzati film inglesi nonostante gli studios di
Londra fossero sempre in piena funzione; ma erano solo film di Hollywood e si preferiva
girare a Pinewood piuttosto che a Cinecittà per ovvie ragioni di lingua. I registi della
generazione precedente furono costretti ad andare a Hollywood per poter lavorare in quel
periodo e lo fecero controvoglia. Questo fenomeno, tra l'altro, esiste ancora. Io, come
Ken Loach, mi ritengo un caso estremo, un eccentrico, perché resisto. Non andrò ad
Hollywood. Potrò, forse, realizzare film in altre parti del mondo dove ci sia necessità,
ma mai a Hollywood, e questo è un mio impegno serissimo.
Considera questo suo ultimo suo film come un ritorno ai toni di "Dolce
è la vita" o "Belle speranze", oppure come una specie di summa o riassunto
complessivo della sua opera, ipotesi che potrebbe essere confermata dalla durata record?
Si si puo' dire, in realtà, che questa è una sintesi dei miei film, così come le cose
della vita sono spesso legate tra di loro senza che se ne abbia coscienza. Ed è anche un
ritorno a un film come "Dolce è la vita". E molti altri sono i paralleli che si
possono fare. In questo caso, possiamo ritrovare i quattro protagonisti maschili dei miei
ultimi quattro film; essi son tutti diversi, ma hanno in comune un certo idealismo. Io li
considero come vari livelli di uno stesso personaggio.
Sappiamo che ha già finito un nuovo film. Ci può dire qualcosa a riguardo?
Si chiama "Carrier girls"; è ambientato a Londra e parla di due donne che hanno
trent'anni nel 1996 e che si sono rincontrate dopo molto tempo. Inoltre, ci sono molti
flash-back - che fin'ora non avevo mai usati - di quando erano studentesse negli anni '80.
Una delle attrici è Katrin Cartlidge che aveva già interpretato "Naked" e poi
"Breaking the waves".