James Ivory è visibilmente sollevato
dall'avere terminato la produzione del suo ultimo film "Surviving Picasso",
tanto da far sospettare che l'unico vero "sopravvissuto" sia proprio lui. Girato
tra mille difficoltà (basti pensare che esiste pochissimo materiale filmato sul pittore
di Guernica) la rottura dei rapporti con la famiglia di Picasso lo ha costretto perfino a
far realizzare appositamente per il set dove si girava, quadri, disegni e sculture
ispirati al lavoro dell'artista spagnolo, ma che in nessun modo potessero riprodurre opere
realmente esistenti. Ivory, in questo film, torna a dirigere Anthony Hopkins per la terza
volta ("Quel che resta del giorno", "Casa Howard") e affronta
nuovamente un personaggio realmente esistito dopo il deludente "Jefferson in
Paris"del 1994.
Mr.Ivory, perché un film su Picasso?
Il mio interesse per Picasso viene da molto lontano. Sin da quando da ragazzo alla fine
degli anni Quaranta studiavo architettura all'Università dell'Oregon. Quando passai ad un
corso generale di belle arti che includeva la pittura, mi accorsi di come il genio di
Picasso a quell'epoca venisse considerato una delle massime risorse mondiali della nostra
epoca. Laggiù nell'Oregon, Picasso era considerato il massimo.
Tutti gli studenti e anche alcuni professori volevano essere come Picasso, ovvero vivere
come lui e come gli altri grandi pittori del ventesimo secolo. Io non ero diverso dagli
altri. Quando giunsi a Parigi all'età di ventidue anni, vivevo tra molti pittori
americani. In quegli anni Picasso si era trasferito nel sud della Francia, ma la sua fama
e la sua influenza erano ovunque. Per i giovani pittori Picasso era un dio.
E' per questo che mi interessava molto raccontare la storia personale di Picasso che è
sempre stata separata dalla sua personalità artistica. Dopo avere letto il libro di
Françoise Gilot "La mia vita con Picasso" ho deciso di raccontare i dieci anni
che questa donna così energica e forte ha vissuto col pittore spagnolo. Ispirandomi anche
al libro di Arianna Stassinopoulos "Picasso : Creatore e distruttore" ho voluto
tentare di spiegare come la personalità di Picasso sia stata in grado di creare una
maniera nuova di "vedere e immaginare".
Che cosa la affascina e che cosa non le piace per niente di Picasso?
Picasso è come artista e come uomo il sogno di qualunque regista. Chi vorrebbe, infatti,
dirigere un film su un personaggio unidimensionale del tutto positivo o negativo ? Io non
credo che la vita artistica di Picasso così come quella di un qualunque altro grande
pittore possa essere separata da quella privata. Non possiamo distinguere, come si tende a
fare, le opere dalle persone. Ed è questo che io ho voluto raccontare nel mio film: un
personaggio complesso con pregi e difetti da accettare o rifiutare in blocco.
Quale è stata per lei la cosa più difficile per lei nel girare questo
film?
Innanzitutto io non volevo girare una specie di documentario. Per problemi di diritti non
ho potuto fare riferimento direttamente a nessuna opera di Picasso, ma anche potendo non
credo che avrei mai mostrato il pittore al lavoro. La creazione di un quadro oppure di una
scultura è un'opera troppo cerebrale per essere resa cinematograficamente come dovrebbe.
Picasso non era un artista come Pollock che aveva un approccio molto "fisico" al
lavoro. Egli era, infatti, molto metodico e riflessivo mentre lavorava e mostrare questo
sarebbe stato noioso, visto che tra l'altro è stato già mostrato in un documentario di
Jacques Clouzot, realizzato nei primi anni cinquanta che si chiama "Il mistero
Picasso". L'altra cosa che mi ha un po' creato difficoltà è stata l'assoluta
mancanza di collaborazione da parte della famiglia di Picasso. Claude, il figlio del
pittore scomparso, non voleva, infatti, assolutamente che questo film fosse realizzato.
Come è stato lavorare per la terza volta con Anthony Hopkins?
Non ero mai riuscito a farlo arrabbiare tanto. Dopo "Jefferson in Paris"
utilizzo mentre giro un film il monitor, che ritengo uno strumento di lusso molto utile
per un regista perché gli permette di seguire ogni particolare sulla scena. Questo
irritava tremendamente Anthony, perché lui voleva che lo seguissi da vicino e che fossi
sempre alle sue spalle. Alla fine del film mi ha scritto una lettera dove mi diceva che se
ne fosse stato capace e se lo avesse ritenuto opportuno sarebbe scoppiato più volte a
piangere per come mi ero comportato. Ma forse, la sua, era solo gelosia...