Tempi Moderni

Interviste


"An Englishman in New York"
Intervista a Hugh Grant

soluz3.jpg (12119 bytes)Il trentaseienne Hugh Grant è maledettamente inglese, su questo non c'è dubbio. Con l'eterna aria di chi può avere lasciato Cambridge o Oxford da appena un paio d'ore, parla e si muove torturando quasi con perfido e nevrotico accanimento la camicia azzurra e i pantaloni. Sotto l'occhio implacabile della statuaria fidanzata Elizabeth Hurley - produttrice del film e, ahinoi, non ancora nel nude-look "indossato" per andare alla prima del kolossal di proporzioni bibliche (è proprio il caso di dirlo) "Sansone e Dalila", in cui Liz interpreta Dalila - Grant parla del nuovo film "Extreme measures-Soluzioni estreme", insistendo, ripetutamente sul suo viscerale amore per l'Italia e sul suo "gusto" per la vita del nostro paese.

Mr. Grant, lei ha dichiarato che in questo film è una sorta di "eroe per caso". Che cosa voleva dire?
La sceneggiatura richiedeva un personaggio molto "europeo", non una sorta di eroe hollywoodiano. Infatti, quando nel film le cose incominciano a "complicarsi", ecco che io mi comporto esattamente come una persona qualunque impaurita da ciò che gli sta accadendo. Nella trama io sono un uomo qualunque, non certo qualcuno che sta andando in cerca di avventure. Il mio senso etico, però, mi obbliga ad intervenire nel momento esatto in cui scopro che qualcosa di terribile sta accadendo nel mondo cui appartengo. Ho trovato questa sceneggiatura veramente interessante. Io e Liz, che ha prodotto questa pellicola, ci stiamo lavorando da un paio d'anni. Abbiamo scelto il regista Michael Apted ("Gorky Park", "Chiamami Aquila", "Il segreto di Agatha Christie") e il mio "nemico", l'incredibile Gene Hackman.

Lei farebbe un film d'azione?
Dopo quattro commedie una di seguito all'altra, un thriller come questo era proprio quello che mi ci voleva. Detto questo è chiaro che io non sono né Stallone, né Schwartzenegger. Mostrare i muscoli, con una benda sull'occhio, farmi chiamare "Serpente" (Il riferimento è chiaramente a "2013 - Fuga da Los Angeles con Kurt Russell nel ruolo di Jena Plinskenn", n.d.r.) non mi sembra proprio adatto al mio phisique du role.

Qui a Roma lei ha incontrato casualmente James Ivory che l'ha diretta in "Maurice" e "Quel che resta del giorno" .
Avete parlato di qualche progetto in particolare?

No, ma in compenso abbiamo bevuto insieme qualche birra.

Ci sono stati molti film e serial TV su medici e ospedali, uno su tutti "E.R.".
Cosa avete fatto per "sganciarvi" da ogni possibile paragone?

Innanzitutto la trama: non in tutti gli ospedali, grazie a Dio, si scoprono esperimenti segreti su cavie umane. Poi, abbiamo scelto un ospedale di New York dove va la gente comune e non un costoso ospedale privato.

Lei ha dichiarato che avere girato "Nine Months" è stato un errore per la sua carriera. Vuole spiegarci perché?
Io non sono americano, sono inglese ed in quel film ho fatto una parte da attore americano. Questo mi ha, in un certo senso, snaturato. Il successo a Hollywood è qualcosa di terrificante: gli interessi economici ti costringono a desiderarne sempre di più.

Come è stato lavorare con la sua fidanzata?
Io ammiro Elizabeth per la sua energia e sono abituato al suo carattere autoritario. Io sono molto pigro e lo divento sempre più negli anni. Se fosse per me, passerei le giornate a letto. Faccio molta fatica ad alzarmi la mattina.

Marco Spagnoli