Stephen Frears è il regista di già dodici film,
non sempre di successo, non sempre amati incondizionatamente, ma che comunque hanno
mantenuto la loro importanza, la loro ragione d'essere o forse il loro mistero. Quello che
fa oggi è all'insegna di una bella leggerezza. E parlando con lui ritroviamo proprio un
grandissimo understatement, tradizionalmente "British", grazie al quale il
regista inglese sembra cadere spesso dalle nuvole, soprattutto quando gli si propongono
collegamenti "autoriali" tra i suoi film. Il pregio essenziale che si riconosce
è di saper scegliere delle buone sceneggiature: a qualcuno sembrerà poco ma dati i
risultati dev'esser di sicuro effetto.
Qual'è stato lo stimolo che l'ha spinta a ritornare a Barrytown, sui luoghi
inventati da Roddy Doyle?
Semplicemente perchè ho amato "The Snapper", e mi sono divertito anche molto a
farlo. I romanzi di Doyle mi commuovono e mi fanno ridere. Mi piace il modo con cui
descrive la vita familiare, i litigi, le lotte tra madri e figli.
Questo sembra soprattutto un film sull'amicizia. Quanto conta nel film la sua
particolare esperienza?
Conta molto, cosa c'è di più importante dell'amicizia? Purtroppo, nella vita,
sacrificare qualcosa all'amicizia, come fanno i due protagonisti del film, è sempre più
difficile.
Rispetto ai suoi film precedenti di epoca thatcheriana questi suoi ultimi sembrano
più leggeri, più comici. Pensa che la società sia cambiata o è questione di un suo
nuovo punto di vista?
La differenza con prima sta nel fatto che in Inghilterra la gente si è piuttosto abituata
nel tempo a un tasso di disoccupazione alto, cosa che prima considerava intollerabile. Per
cercare di interessare il pubblico penso che bisogna trattare il problema in questo modo
più leggero. Ci siamo abituati a una situazione drammatica e ora sdrammatizziamo.
Il film, anche se più comico, in definitiva sembra più amaro di "The
Snapper".
Sicuramente i problemi di un uomo di mezza età sono diversi da quelli dei giovani. Un
padre di famiglia che perde il lavoro si sente di aver perso la sua mascolinità, cosa che
può essere tremenda a cinquant'anni.
I personaggi dei suoi ultimi film, soprattutto se confrontati con quelli del
"free cinema", sembrano non aver più sogni ed essere riassunti dall'efficace
formula di Bernie Laplante: "Vola basso".
Sicuramente siamo tutti più disillusi di quanto fossimo negli anni '50; allora si poteva
sognare sugli anni '60. Abbiamo visto quello che è successo e quindi un altro sogno si è
infranto. Con i propri figli uno, in genere, non vuole distruggere tutte le illusioni. La
cosa eccezionale che c'è nei giovani, d'altronde, è che essi cercano costantemente di
sfidare proprio le nostre disillusioni.
Molti suoi film dimostrano un forte interesse per la famiglia. Che cosa rappresenta
per lei il focolare domestico?
Naturalmente posso parlare solo della mia esperienza personale. Per me la famiglia è
tutto. Non mi riconosco e non capisco le persone che non amano la famiglia. Per me è
veramente il centro della mia vita e non riesco a pensare come potrebbe essere altrimenti.
Per quanto riguarda la società, non so francamente cosa aggiungere.
Tutti le riconoscono un grande talento nello scegliere gli attori. In questo caso,
come ha scelto i due protagonisti, che spesso sembrano ricalcare celebri coppie di comici?
Sono in effetti un po' Stanlio e Olio. Colm Meaney dopo "The Snapper" era una
scelta obbligata, poi abbiamo cercato qualcuno che andasse bene insieme a lui e siamo
finiti su Donal O 'Kelly.
A che cosa attribuisce il successo odierno di tanti registi inglesi?
Ken Loach fa il regista da trent'anni, io e Mike Leigh da più di venti. Sono registi che
hanno imparato quello che dovevano imparare e ormai hanno una grande confidenza con la
materia e forse è per questo che hanno successo. Inoltre, probabilmente, perchè loro
fanno film su qualcosa che conoscono, a differenza di me che faccio film sugli irlandesi
senza sapere nulla sull'Irlanda.
Come è arrivato alle musiche di Eric Clapton?
A forza di parlare con Doyle del film ho capito che la musica che lui voleva era una
specie di blues urbano, e da questa definizione siamo arrivati di comune accordo alle
musiche di Eric Clapton.