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INTERVISTA A ROB COHEN
Il regista Rob Cohen, presente a Roma per promuovere l'uscita del suo nuovo
film "Daylight" con Sylvester Stallone (girato interamente a Cinecittà), ha
incontrato i giornalisti in una piccola ed elegante sala del Grand Hotel. Tempi Moderni
era presente alla conferenza stampa ed ha posto alcune domande al regista. Quella che
segue è la cronaca dell'incontro con l'autore, che ha piacevolmente sorpreso i
partecipanti per la cordiale simpatia ma anche per lo squisito gusto cinefilo. A tale
proposito a chi gli rimproverava di aver esordito con un piccolo ma intenso film come
"A Small Circle of Friends" per poi dedicarsi ad opere di maggior successo
commerciale ma di minore spessore artistico, Cohen ha risposto paragonando se stesso a
Lillian Gish che in "Way down East" salta da un lastrone di ghiaccio all'altro
per non affogare. L'autore ha inoltre insistito particolarmente sul fatto che tutti i suoi
film (cioè' "Dragon la storia di Bruce Lee", "Dragonheart" e
"Daylight") non si limitano a mostrare solo rumorosi effetti speciali, ma
cercano di esporre i lati più "alti" dei loro protagonisti, insistendo sulla
forza dell'animo più che su quella dei muscoli.
"Daylight" si iscrive di diritto nella categoria
dei film "catastrofici" che vanta numerosi ed importanti predecessori. Come
regista è stato ispirato da qualcuno di questi film o ha affrontato un genere a lei
completamente nuovo?
Sono sempre stato un grande fan del cinema catastrofico e d'azione, quindi ho accettato
con piacere di girare "Daylight", tantopiù che il cast e la sceneggiatura erano
ottimi ed era quindi molto difficile sbagliare. Di influenze ne ho avute molte, prima di
girare mi sono andato a rivedere due film che amo moltissimo e che, malgrado le apparenze,
hanno molto in comune con "Daylight".
Innanzitutto "U-Boot 96" di Wolfgang Petersen, un capolavoro: il film si svolge
all'interno di un sottomarino durante la seconda guerra mondiale, ma lo spirito di
fratellanza che c'è nei protagonisti, che restano uniti per riuscire a salvarsi da una
situazione angosciante, è molto simile a quello di "Daylight". Nel mio film ho
voluto mettere l'accento proprio su questo: persone di tutti i tipi, le razze e le
credenze, che non si conoscono e che hanno poco in comune, rimangono uniti e si aiutano
vicendevolmente perché è questo l'unico modo di uscire da una situazione apparentemente
senza scampo. Prendete, ad esempio, il personaggio interpretato da Stallone: non è uno
dei classici super eroi del grande schermo, non è Rambo. E' un uomo come tutti gli altri,
forse più coraggioso, ma quando un camion intrappola il guardiano George e lui prova a
spostarlo, ha bisogno dell'aiuto di tutti per riuscirci, non è Superman da solo vale
poco. Lo definirei come un capo democratico che, pur ponendosi alla guida del gruppo non
cerca di prevaricarlo, di avere a tutti i costi l'ultima parola. Abbiamo creato il
personaggio insieme, lavorando sulla psicologia: all'inizio delle riprese c'era una
battuta di Stallone rivolta ad un uomo che, da solo, prova ad uscire dal tunnel scalandone
i crepacci come fosse una montagna: "Non ce la farai mai!". Sly ci ha pensato su
poi ha deciso di rifare la scena, questa volta dicendo: "Spero che tu ce la
faccia!", aveva perfettamente capito lo spirito del personaggio. Ritornando al tema
dei film che mi hanno influenzato, potrei citare anche "L'avventura del
Poseidon", che è senza dubbio il mio film preferito in tema di catastrofi, anche se
la sua influenza su "Daylight" è stata minore rispetto all'opera di Petersen.
Quando fu annunciata la produzione di "Daylight"
girava una voce secondo la quale la storia doveva essere ambientata nel tunnel sotto la
Manica che collega Parigi e Londra e che, in seguito ad un'azione legale dei diretti
interessati, era stata cambiata. Può confermare o smentire questa notizia?
Non è vero, non è mai successo nulla del genere. L'idea di "Daylight" nasce da
un articolo che ho letto su Times Magazine in cui si raccontava di un terribile incendio
avvenuto nel tunnel sottomarino che collega New York al New Jersey, causato da una fuga di
solfato di sodio, una sostanza molto tossica. Praticamente abbiamo creato i personaggi su
questo avvenimento, la causa dell'incidente nel film non è inventata, né impossibile.
Come si è trovato a lavorare in Italia? Ripeterebbe
l'esperienza?
Benissimo, sono entusiasta dell'Italia e di Roma in
particolare. A Cinecittà ho trovato grandi professionisti, oltre a studi che per ampiezza
(il tunnel del film è stato completamente ricostruito in un teatro di posa ed era lungo
oltre mezzo chilometro, nda) e attrezzature possono competere con i migliori del mondo.
Inoltre i costi di produzione si sono abbassati di circa otto milioni di dollari, perché
girare in Italia costa molto meno che negli USA. Ripeterei l'esperienza domani stesso, se
non fossi così stanco. Ho girato "Daylight" insieme a "Dragonheart",
passavo da un film all'altro, da un set all'altro (e "Dragonheart" lo ha girato
in Cecoslovacchia, nda) e ora sono un po' provato dall'esperienza. In Italia abbiamo fatto
tutto tranne gli effetti di computer grafica, che sono stati curati dalla Industrial Light
& Magic in America ed altri effetti realizzati con modellini e animatronics, sempre in
America.
Come mai questi particolari aspetti del film non sono
stati realizzati in Italia? Crede che per quanto riguarda gli effetti speciali l'Italia
sia ancora arretrata?
Il primo aspetto del film che abbiamo curato sono stati proprio gli effetti speciali. Non
sapevamo ancora dove lo avremmo girato, ma gli effetti dovevano essere pronti sin dal
principio perché oggi, malgrado gli sforzi che un autore faccia per dare credibilità e
spessore alla storia e ai personaggi, sono gli effetti che portano la gente al cinema e
permettono di rientrare dalle spese sostenute. Prendete "Independence Day", ad
esempio. E' un mix gigantesco di effetti speciali, i personaggi non hanno spessore, eppure
ha guadagnato miliardi di dollari. Sia chiaro: io non ce l'ho con "Independence
Day", non lo critico. Anzi: è un ottimo film, molto divertente, e spero che
"Daylight" incassi quanto lui. L'Industrial Light & Magic è il meglio che,
al giorno d'oggi, si può chiedere per realizzare gli effetti speciali e su questo la
produzione è stata inflessibile: o il meglio o nulla.
Come si è trovato a dirigere Stallone?
Molto bene, fra noi c'è stata subito intesa. Stallone ha capito che, alla soglia dei 50
anni, non può continuare a fare Rambo per tutta la vita. Neanche lo vuole, fra l'altro.
Vorrei far notare che in "Daylight" non si leva mai la camicia, non mostra mai i
muscoli. E' un uomo come tanti, con tutte le paure, i limiti e le debolezze di una persona
qualsiasi. Per il suo nuovo film è addirittura ingrassato trenta chili per esigenze di
copione. Quando l'ho visto non lo riconoscevo più, con quella pancia! E' una persona
molto dolce, anche se ha i suoi vezzi da star.
Tipo?
Segretarie personali, aerei personali per arrivare in tempo a Planet Hollywood (ride),
tutte quelle cose che fanno lievitare il costo di un film come "Daylight" fino
ad ottanta milioni di dollari. Io sono contrario a questi budget, pensare che solo
Stallone ha preso diciotto milioni di dollari mi fa girare la testa, ma devo dire che se
li è ampiamente guadagnati. E' stato sottoposto ad ogni genere di stress fisico, ha
girato per centodieci giorni nell'acqua, al freddo, in mezzo ai topi. Alla fine era
duramente provato, ed io gli sono molto grato per l'impegno e la professionalità.
"Daylight" esce in USA e in Italia in
contemporanea. E' preoccupato per il successo del film? Ha paura che sia schiacciato dalle
numerose pellicole che inondano le sale nei periodi festivi?
Sono preoccupato, ma non più di tanto. Il mondo è impazzito, le produzioni fanno uscire
quattro, cinque pellicole di grande richiamo in un solo week-end. Il mio film, ad esempio,
uscirà contemporaneamente a "The Preacher's Wife" con Denzel Washington e
Whitney Huston, che fra l'altro è bellissimo e consiglio a tutti di vedere, ed altre
pellicole che ora non ricordo o non voglio ricordare. Che devo dire, è una follia farsi
la guerra selvaggiamente fra di noi, ma funziona così. Spero che vada bene, ora la mia
più grande preoccupazione è passare un po' di tempo con mia moglie, che praticamente non
vedo da due anni, e con mio figlio, che ha nove anni e che vorrei iniziare a conoscere.
Tutto il resto è secondario.
Luigi
De Angelis |