La Cuba castrista è molto lontana dal personaggio
del giovane Ernesto Che Guevara interpretato da Antonio Banderas in "Evita".
Eppure grazie al suo fascino e alla sua abilità "mimetica" Banderas ha saputo
rendere molto bene il personaggio del giovane dottore argentino con idee rivoluzionarie,
ancora non reso "icona" dalla retorica raffigurazione del guerrigliero
pasionario.
E Banderas, dal canto suo, è molto tranquillo riguardo alla sua interpretazione, grazie
alla consapevolezza di avere soddisfatto un regista esigente come Alan Parker.
Signor Banderas, come è stato interpretare un musical?
Io ho la musica nel sangue e mi considero una persona molto "musicale". Suono il
piano e la chitarra, ma non in pubblico. Ho cantato in alcuni film come "Mambo Kings
"e "Desperado", ma questa volta, cantando in "Evita" le cose sono
andate in maniera molto diversa. In un'opera come questa noi dovevamo cantare seguendo
delle idee; non potevamo soltanto immettere i nostri sentimenti nelle canzoni che
interpretavamo. Noi eravamo dei personaggi "storici" con un copione ben preciso
e dovevamo seguirlo fino in fondo. E' stato, poi, un lavoro molto claustrofobico, se non
addirittura "cieco", perché incidendo la colonna sonora quattro mesi prima non
sapevamo bene come sarebbero stati i nostri personaggi. Alan Parker, in questo, è stato
bravissimo. Aggiungere elementi quasi recitativi al nostro cantare è stato come darci una
traccia per quello che avremmo dovuto fare in seguito sul set.
Lei ha iniziato a lavorare con Pedro Almodovar in film europei, ora lavora
stabilmente negli Stati Uniti. Che tipo di difficoltà ha incontrato nel mondo del cinema
americano?
Nell'arco di tutta la mia carriera io ho fatto piccoli passi e non ho mai azzardato quello
che si è soliti chiamare "il grande salto". Con Almodovar è stata la stessa
cosa e quando sono andato negli U.S.A. ho iniziato tutto daccapo partendo dal principio.
Se guardate film come "Philadelphia" oppure "La casa degli spiriti" vi
accorgete a malapena che ci sono anch'io, ma a me piaceva molto essere circondato da tanti
ottimi attori e registi. In "Intervista col Vampiro" avevo già acquistato
maggiore spazio, poi ho fatto film che via via mi hanno portato ad interpretare i ruoli
principali. Mi ritengo un lavoratore, e soprattutto, poiché non mi piace lo star-system
preferisco essere considerato come un attore che iniziato la sua carriera partendo dal
basso. Nel mio paese, la Spagna, sono stato molto criticato per essere andato in America,
ma di questo, in fondo, non mi è mai importato molto.
Lei viene considerato un sex-symbol. Quanto conta questo nella sua carriera?
Io sono assolutamente indifferente di fronte a questa situazione. Se mi mettessi
seriamente a meditare su questo, significherebbe la fine della mia carriera.
Cosa pensa
di Madonna nel ruolo di Evita Peron?
Madonna è stata perfetta. Quando nel 1991 io feci il primo provino per questo film rimasi
assolutamente sbalordito dalla serietà con la quale Madonna aveva intrapreso questo
lavoro. Si deve molto a lei e alla sua caparbietà se il film è stato realizzato. Con
un'attrice come lei è difficile non trovarsi bene, perché è una lavoratrice
instancabile ed è una donna molto precisa ed attenta a quello che sta facendo.
La vostra produzione è stata molto contestata durante il lavoro in Argentina.
Questo ha costituito un problema per lei?
A parte qualche scritta sui muri, non c'è stata nessuna violenza nei nostri confronti.
All'inizio, non è stato molto piacevole, ma io credo che ogni artista abbia l'obbligo di
seguire una propria libertà espressiva. Il film esamina in maniera molto accurata una
realtà storica e quella che si vede sullo schermo è stata la nostra maniera di
raccontarla.
Cosa pensa del suo personaggio?
E` molto "brechtiano". E' un narratore che ha delle idee e delle opinioni, non
è un personaggio piatto, anzi, vive intensamente le cose che sta raccontando. Ha un lato
sardonico, ironico e, alle volte umoristico. La chiave del personaggio è che ha un
debole, una specie di attrazione per il personaggio di Evita Peron e per quello che
rappresenta. Questo costituisce per lui una specie di contrasto interiore.
Molto divertente è pensare al rapporto che come narratore ha col pubblico. Entra ed esce
dalla scena, ammicca verso di esso come in un'opera di Brecht. Rendere tutto questo sullo
schermo è stato molto difficile, perché dinanzi a me c'era soltanto la cinepresa, per
interpretare un ruolo che era stato scritto e pensato per un grande teatro. Mentre
lavoravo, però, pensavo che quella cinepresa rappresentasse i milioni di persone che
avrebbero visto il film è questo mi ha molto aiutato.