| INTERVISTA A ALLISON
ANDERS
Lei ha avuto una vita piuttosto movimentata. Come
è approdata al cinema?
Vengo da un paesino poverissimo del Kentucky. I miei genitori erano ancora giovanissimi
quando si separarono e poi trovarono altri partner. Sfortunatamente il mio patrigno era un
tipo orribile che ci maltrattava e così quando avevo circa quindici anni scappai di casa
ed andai a vivere sulla spiaggia, in una città in Florida che si chiama Coco Beach. Erano
gli anni Sessanta ed ero una grande fan dei Beatles ed è stato proprio da Paul Mc Cartney
che ho imparato a scrivere i personaggi femminili. Cercavo delle risposte nelle sue
canzoni e onestamente credo che nessun altro uomo abbia mai scritto storie di donne
altrettanto vere ed intense come quelle che si trovano nelle sue canzoni. Pensa ad
"Eleanor Rigby" o a "She's Leaving Home". Sono scritte da un punto di
vista squisitamente femminile.
Ma da lì in poi il percorso verso il grande schermo ha
continuato ad essere piuttosto tortuoso...
Assolutamente. E tutto avrei pensato nella mia confusa esistenza meno che avrei finito col
fare la regista.
Quando avevo sedici anni il mio patrigno cercò di uccidere mia madre, me e le mie
sorelle. Ci puntò contro il fucile, ma riuscimmo a scappare e poco dopo ci trasferimmo in
California. Era il 1969 e mia madre scoprì di lì a poco di essere incinta della mia
sorellina, così quell'uomo orribile fu richiamato a far parte della nostra esistenza e
l'unica alternativa alla fuga fu per me evadere con la fantasia. Nel frattempo si sparse
la voce che Paul McCartney era morto così cominciai a "parlare con lui" col
"piattino", immaginando queste lunghe conversazioni col defunto Paul ed avendo
persino una gravidanza isterica. Alla fine mi ritrovai in manicomio per un tempo
brevissimo e quando uscii cominciai a fare l'autostop e a girovagare per tutta l'America
portandomi dietro il fantasma di Paul e molti altri che nel frattempo si erano uniti a lui
e popolavano il mio universo parallelo. Dopo un po' di tempo sparirono e ritornai alla
realtà con un grande bagaglio di esperienza e fu allora che decisi di cominciare a
scrivere per il cinema.
E cos'hai scritto?
Una sceneggiatura intitolata "Paul Is Dead" nella quale racconto questa mia
esperienza di semi-pazzia. Paul McCartney l'ha poi letta ed ha chiamato il suo disco
"Paul Is Alive" e sua figlia mi ha telefonato un giorno dicendomi "Volevo
dirti che in un intervista rilasciata ad MTV Europe papa' ha dichiarato che se ha deciso
di commentare su questa voce che si era sparsa in merito alla sua presunta morte e' stato
a causa della tua sceneggiatura!". Cosi' non solo questa esperienza mi ha condotto
dove sono adesso, ma ho anche un disco dei Beatles che e' stato chiamato com'e' stato
chiamato a causa della mia pazzia! (ride).
Lei ha trascorso anche un lungo periodo in Europa...
E' vero. Mi sono innamorata di un inglese che ho conosciuto su un pullman in America e che
mi ha detto "Ehi, se vieni a Londra vieni a trovarmi!" Non credo che fosse serio
al riguardo e ci rimase abbastanza di stucco quando mi presentai a casa sua circa un anno
dopo. E' strano come la musica sia sempre stata una costante nella mia vita perche' nel
periodo che trascorsi a Londra lavorai in un pub chiamato The Open Ancor ed erano gli anni
dell'esplosione della musica pop-rock, all'inizio degli anni Settanta - un periodo
favoloso sul quale qualcuno farebbe meglio a fare un film prima che lo faccia io! E in
quel pub stavano costruendo uno studio di registrazione che poi divenne la Stiff Records,
quella di Elvis Costello, Ian Dury, The Buzzcocks e tutti gli altri.
Ma la musica secondo lei e' un veicolo migliore per
esprimere il dolore e la rabbia che non il cinema?
E' un veicolo diverso, pero' posso dire che per me la musica e' stata ed e' tuttora una
fonte di ispirazione tremenda, molto piu' di quanto non lo siano i film. Non vado
spessissimo al cinema ma ascolto musica in continuazione. Ne sono totalmente dipendente. E
preferisco la musica pop a quella rock, il che ci riporta allo scontro tra i fan dei
Beatles e quelli dei Rolling Stones. Io e mia figlia litighiamo sempre al riguardo. Lei e'
una rocchettara, ma io amo la musica pop perche' anche se sembra piu' vuota e piu'
sciocca, in realta' ha una componente ironica che manca al rock, e le canzoni raccontano
storie molto piu' tormentate. Ovviamente mi riferisco alla musica pop degli anni Sessanta,
non a quella di oggi.
Il personaggio principale di "Grace Of My Heart"
e' quello di una giovane cantautrice che cerca il suo posto e una sua strada in un mondo
di uomini. Lei si sente vicina a questo personaggio?
Moltissimo perche' ritengo che il percorso intrapreso da qualche anno a questa parte da
molte donne filmaker e' simile a quello delle cantautrici degli anni Sessanta che si
muovevano da un tipo di canzoni piuttosto semplici verso un tipo di composizioni che era,
sia nei testi che nelle musiche, molto piu' articolato. Le registe di oggi si sono rese
conto che non possono raccontare le loro storie rimanendo costrette nella struttura
classica dei "tre atti" e stanno cominciando ad infrangere le regole e a
sperimentare strade narrative molto piu' complesse e irregolari, se vogliamo chiamarle
cosi'.
Che tipo di feedback ha avuto dalle cantautrici che hanno
visto il suo film, se ce ne sono stati?
Joni Mitchell, ad esempio, mi ha detto - riguardo alla scena in cui Matt Dillon dice ad
Illeana Douglas "Il tuo disco sara' migliore del nostro perche' sara' molto piu'
personale" - che le sarebbe piaciuto che qualcuno si fosse espresso in maniera cosi'
positiva con lei mentre preparava il suo album "Blue". Invece la maggior parte
dei suoi colleghi maschi le disse "Oh Joni, dovresti tenerti per te un po' di quella
roba cosi' intima e cosi' femminile!". "Blue" fu una vera rivoluzione.
E ad una giovane filmaker agli inizi cosa consiglierebbe?
Di vivere il più intensamente possibile, di non aver paura di innamorarsi per paura di
soffrire. Le direi di sperimentare di tutto, ma soprattutto la gioia, il dolore e i
sentimenti più forti, perché sono quelli poi che servono da base per creare dei
personaggi interessanti e per raccontare delle belle storie.
Sandra
Bordigoni |