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INTERVISTA A PEDRO ALMODOVAR
Vi offriamo il resoconto della conferenza stampa
tenuta da Almodovar per la presentazione italiana del suo ultimo film "Il fiore del
mio segreto".
Almodovar: Buongiorno. Mi chiamo Pedro Almodovar e faccio film.
Perché tanto dolore in questo film? Come è stato accolto in Spagna?
Almodovar: Questo lo chiederei all'essere che ci creato, se c'è
qualcuno che ci ha creato effettivamente.
Se invece siamo prodotti del caso, non posso chiederlo a nessuno. Io credo che l'essere
umano sia un'enorme fabbrica di piacere e di dolore. E nelle storie che racconto, a volte
presto più attenzione al piacere, altre volte presto più attenzione al dolore. E nel
piacere includo anche il piacere di vivere. E nel dolore includo tutti i tipi di emozione.
E in questo caso ho prestato più attenzione all'emozione. Spero che non vi dispiaccia,
qui in Italia. Ho fatto un film come "Il fiore del mio segreto" anche per
cambiare. A volte mi annoio ad essere considerato un "ragazzo simpatico".
Qualcuno ha detto che lei ha tradito il suo pubblico...
Alomdovar: Assolutamente no. Nessuno è arrivato a questi estremi. La parola
tradimento è una parola troppo forte. E anche troppo morale per me. Prima alludevo alle
emozioni. E anch'io sono un'essere umano, come credo sappiate. E come tutti sono
sfaccettato. Quindi non ho tradito me stesso, né nessun altro. Semplicemente mi sono
concentrato su un aspetto che forse non era venuto fuori nei miei film precedenti. Penso
che comunque questo film si identifichi molto con me, col mio vissuto.
A proposito del suo modo di presentarsi, che è una citazione di John Ford...
Alomodovar: Esatto. Anche se John Ford diceva qualcosa di più preciso: mi
chiamo John Ford, faccio westerns. Io diciamo, faccio westerns di passione.
Nei suoi film ci sono tre citazioni di film: "Casablanca", "Ricche e
famose", "L'appartamento". Perché ha scelto proprio quei film come punti
di riferimento?
Almodovar: Quando cito un film, non lo faccio come un cinefilo; lo faccio come
una persona che si alimenta di cinema.
Nutrirmi dei film degli altri fa parte della mia esperienza, del mio vissuto. Dato che nei
miei film mi servo sempre del mio vissuto personale, includo in questo vissuto anche il
fatto di vedere film, il fatto di andare al cinema. Nel caso specifico, le tre citazioni
hanno un ruolo attivo, in quanto fanno parte dei personaggi, fanno parte del dialogo. Per
esempio, di "Casablanca", che è un film spesso citato in tutte le salse, ho
estrapolato una frase che non è stata mai citata: una frase che fa riferimento alla
funzione dei colori nei film, e dei costumi. Si presume che i costumi esistano per rendere
belle le attrici nei film, ma la loro funzione non si esaurisce in questo. I costumi, come
tutto quello che appare in un film, trasmettono emozioni. Quindi ho messo in bocca a
Humphrey Bogart, un personaggio poco sospetto, un commento sulla moda nei film. Mi serviva
per spiegare l'emozione del mio personaggio. Come in "Casablanca", Marisa è
l'unica che ha un vestito colorato in mezzo ad una folla di grembiuli bianchi. In quella
scena del mio film, c'è questa manifestazione, in cui tutti i manifestanti, studenti di
medicina, indossano un camice bianco. Marisa è l'unica vestita di rosso e blu. E questo,
ovviamente, il personaggio non potrà mai dimenticarlo. Nel caso di "Ricche e
famose", citato nel finale, si tratta di una citazione che ha molti significati
all'interno del film. Non è solo un'omaggio ad un grande maestro (George Cuckor), ad un
grande regista di donne, ma anche ad un maestro di un genere che si collega al mio film:
quello che gli americani chiamano "woman picture"(un film sulle donne). In
inglese, l'espressione "rich and famous" include i due sessi, ma non in
spagnolo. La mia protagonista alla fine dice all'uomo: "sembriamo i due personaggi di
"ricche e famose" (al femminile). E non è che vuole dare dell'omossessuale
all'uomo che le sta di fronte. Sta facendo riferimento non solo alla sua attività di
scrittrice, ma anche, in modo molto sottile, ad un processo interessante che si verifica
nel personaggio di Angelo. Quest'ultimo è talmente preso da questa donna, che in lui si
verifica un processo di femminizzazione. Il che non significa che diventa omossessuale; da
innamorato, si trasforma nella migliore amica della donna. E questo è un fenomeno molto
interessante per gli uomini. Infine, per quanto riguarda la citazione
dell'"Appartamento", ho voluto rendere omaggio ad uno dei miei maestri, Billy
Wilder; inoltre, c'è una somiglianza tra la sala di redazione del giornale "El
pais" dove si svolge la scena del mio film, e la famosa scenografia inventata da
Trauner per il film di Wilder. Come forse saprete, quella scenografia sembrava enorme,
perché Trauner, lo scenografo di Wilder, aveva piazzato dei nani seduti dietro a
scrivanie sempre più piccole, a partire dalla metà della sala, creando così la
prospettiva della scenografia in profondità.
E' possibile supporre che ci sia una correlazione tra la svolta che questo film
rappresenta nella sua opera, e la svolta politica che la Spagna ha subito ultimamente?
Almodovar:
Tutti i film, anche i più frivoli, sono in relazione con il nostro presente, anche i film
che rifiutano l'aspetto politico o sociologico. In questo caso, io non credo che ci sia
una svolta nella mia opera. Ho semplicemente cambiato genere cinematografico. Si tratta di
un film più drammatico, più realista. Questo lo si decide in fase di sceneggiatura.
All'interno di questo realismo deciso a tavolino, doveva ovviamente esserci una
rappresentazione della Spagna attuale, meno astratta che nei miei film precedenti. Per
esempio, per quanto riguarda i bar che appaiono nel mio film, volevo che riflettessero la
situazione sociale di oggi. Così ho chiesto al mio aiuto-regista di piazzare nel bar, in
secondo piano: un povero, un disoccupato, una casalinga, uno yuppie, e un nero. Oggi nelle
strade della Spagna c'è molto attrito politico. Quindi volevo che questo conflitto
apparisse negli esterni del film. Per questo c'è quella scena di manifestazione degli
studenti di medicina, che è una situazione quotidiana a Madrid. Doveva apparire
chiaramente che questo film è ambientato nella Spagna del 1995. Ma aldilà di queste
allusioni al malcontento sociale, il film parla sopratutto di una guerra più che mai
attuale: la guerra tra uomini e donne. Una guerra che esiste da sempre. Una guerra locale,
tra persone che vivono insieme. Per rispecchiare questa guerra ho fatto allusione nel film
ad un'altra guerra attuale, la guerra in Bosnia, una guerra tra fratelli, la peggiore che
ci possa essere. E alludo anche al paradosso che c'è nella vita di molte persone, che non
sanno applicare nella loro vita quotidiana e sentimentale quello stesso coraggio che
mettono nella loro professione. Il personaggio di Paco, per esempio, è un militare di
professione che partecipa ad una missione di pace dell'ONU. Ma allo stesso tempo non è
capace di risolvere i problemi della sua donna, che è la vera vittima di questa guerra.
Credo che sia una cosa che accade a tutti noi: magari abbiamo molto coraggio nelle nostre
decisioni professionali, poi ci dimostriamo vigliacchi nella nostra vita intima. A me
succede sempre.
Perché in questa guerra dei sessi lei ha scelto stranamente delle donne che si
trovano in una situazione tradizionale. Sono donne che subiscono il diktat degli uomini.
Donne sottomesse. ..
Almodovar: Non sono d'accordo. L'amante di Paco, ad esempio, quando apprende che
Paco ha lasciato sua moglie per lei, invece di fare quello che lui vorrebbe, e cioè
rimanere nel letto e fare l'amore tutta la notte, lo pianta e va a trovare la povera
moglie per consolarla. Si mostra solidale con l'altra donna e ignora l'uomo. Quello che è
certo, è che questi personaggi dipendono dalle loro passioni. Determinano i loro atti in
base alla loro situazione sentimentale. In questo caso si tratta di una donna, ma avrebbe
potuto essere un uomo. Nel film non parlo della situazione della donna in quanto tale, ma
dell'essere umano quando ama disperatamente. La stessa situazione avrebbe potuto
verificarsi rovesciando i sessi. Se ho scelto di fare del personaggio che soffre una
donna, è solo perché trovo che le donne piangono meglio al cinema, vivono in modo più
spettacolare i loro sentimenti. Anche noi uomini piangiamo ovviamente, e soffiamo molto. E
la solitudine è dura anche per un uomo. Però quando faccio un film su questi problemi,
preferisco mettere una donna al centro del dolore. Perché mi sembra che la donna sia più
spontanea, più sorprendente, e ha meno pudore. E mi piace fare film con le donne. E se
c'è una cosa che manca nel cinema, sono proprio i film con le donne. Anche se quest'anno
ci sono stati più film con protagoniste donne di quanto ce ne siano stati in passato. Il
mio film parla di una donna in crisi, di una donna che soffre di solitudine. Però alla
fine vediamo come questa donna si trasforma nella padrona della propria solitudine. Se nel
finale del film, la donna fosse caduta nelle braccia del primo uomo che le fosse capitato,
allora si potrebbe parlare di un film misogino. Invece accade una cosa diversa: quando lei
si trova di fronte ad un uomo giovane e bello (Joachim Cortez) che le si offre, lei
rifiuta, ha ormai superato questa fase. E' ormai indipendente. Quando diventa padrona
della propria solitudine, invece di fare l'amore con un bel giovane, preferisce andare a
passare la serata con un'amico. Si tratta quindi della storia di una donna che si libera
dalla schiavitù della passione. Si tratta in fondo di una film su una donna che si
emancipa dalla sofferenza sentimentale.
A cura di Gianguido Spinelli |