IL GIURATO
(THE JUROR)CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Brian Gibson
Soggetto: dal romanzo di George Dawes Green
Sceneggiatura: Ted Tally
Fotografia: Jamie Anderson
Montaggio: Robert Reitano
Scenografia: Jan Roelfs
Musica: James Newton Howard
Prodotto da: Irwin Winkler
(USA 1996)
Durata: 120'
Distribuzione cinematografica: COLUMBIA
Distribuzione cinematografica: COLUMBIA
PERSONAGGI E INTERPRETI
Annie: Demi Moore
"Il Maestro": Alec Baldwin
Oliver: Joseph Gordon-Levitt
Juliet: Anne Heche
Eddie: James Gandolfini
Louie Boffano: Tony Lo Bianco
Joseph Boffano: Michael Rispoli

Chiamata
a far parte della giuria in un processo di mafia, una ragazza madre (Demi Moore) viene
ricattata dalla malavita per far assolvere l'imputato. La donna si ritrova così di fronte
alla terribile alternativa tra il dover assolvere il mandante di un omicidio nel quale ha
perso la vita un ragazzo che ha la stessa età di suo figlio, oppure seguire la propria
coscienza mettendo in pericolo la vita del proprio minacciato di morte dalla mafia.
C'erano molti modi per sviluppare l'ottimo soggetto de "Il giurato", thriller
basato su un'abile combinazione di sottogeneri contaminati tra loro (il thriller
psicologico, il courtroom-drama, il film di gangster), ma non siamo sicuri che quella
scelta dallo sceneggiatore Ted Tally ("Il silenzio degli innocenti") sia stata
la strada più felice.
Sembra che Ted Tally sia stato mosso principalmente dalla preoccupazione di evitare tutti
i cliché dei sottogeneri contenuti nel film. A cominciare dal courtroom-drama, ovvero il
film che si svolge in un'aula di giustizia. Contrariamente a quanto lascia intendere il
titolo, "Il giurato" infatti evita di rappresentare il dibattimento in aula, o
di concentrarsi sulla discussione a porte chiuse che si svolge tra i giurati per decidere
dell'innocenza o della colpevolezza dell'imputato. Questa tappa viene solamente sfiorata
nel film, ma quel poco che si vede ci dà un assaggio di quello che il film avrebbe potuto
essere se solo avesse avuto il coraggio di puntare su una struttura più teatrale, basando
l'azione principale sull'unità di luogo.
In quella sequenza, la protagonista si ritrova alle prese con una situazione altamente
drammatica, intrappolata in un doppio conflitto. Da una parte il travaglio interiore: Demi
Moore sa che l'imputato è un assassino. Ma se non convince la giuria della sua non
colpevolezza, finirà per condannare a morte suo figlio. Non può quindi far altro che
sottostare al ricatto. Ma una volta superato il dilemma, la protagonista si trova a dover
affrontare un compito molto arduo: deve convincere in poco tempo tutti gli altri membri
della giuria che le prove - pur schiaccianti - presentate dall'accusa contro l'imputato,
non sono sufficienti per condannarlo aldilà di ogni ragionevole dubbio. Un'impresa quasi
impossibile, che la donna deve superare sfruttando la sua forte personalità e il suo
fascino, ovvero quelle doti per le quali è stata giudicata dalla mafia come l'unica
personalità nella giuria in grado di influenzare tutti gli altri. La sua lunga opera di
convincimento dialettico viene seguita a distanza attraverso una microspia dal killer
della mafia che è stato incaricato di occuparsi di lei, un uomo esperto nel manipolare
gli altri, che ha saputo riconoscere in lei le stesse qualità di manipolazione.
Con
questo materiale, ce n'era abbastanza per realizzare un film psicologico di manipolazione
che si svolgesse quasi interamente nell'aula della giuria e nell'albergo nel quale i
giurati vengono segregati per evitare ogni influenza esterna, sul modello del capolavoro
di Sydney Lumet, "12 angry men" (La parola ai giurati). Una simile struttura
avrebbe permesso di liquidare in fretta, nel primo atto, l'esposizione del ricatto subito
dalla protagonista e l'impossibilità per lei di poter agire altrimenti chiedendo aiuto
all'esterno (un concetto che il film impiega oltre un'ora a ribadire). E avrebbe altresì
permesso di operare una sintesi tra il dramma della protagonista e il rapporto ambiguo che
si instaura tra lei e l'uomo che la ricatta e la controlla. Una simile struttura avrebbe
sopratutto conferito al film un suo stile, una sua eleganza.
Lo sceneggiatore non l'ha pensata allo stesso modo ed ha rifiutato la straordinaria
sintesi che gli offriva il suo soggetto, preferendo complicare l'azione in una
composizione barocca, dispersiva e discontinua. Si stenta a capire dove si trovi il
barometro drammatico della storia in un film in cui tutta la prima ora viene sprecata per
esporre le regole del gioco che un Hitchcock avrebbe spiegato in una sola scena di dieci
minuti. Tempo prezioso viene sprecato per costruire la relazione ambigua tra vittima e
carnefice, in cui il fascino conferito all'antagonista ci fa presagire un rapporto erotico
che non si realizza mai. Senza parlare dei continui e pretestuosi colpi di scena ai quali
il film deve sottoporsi per mantenere l'attenzione del pubblico, in una sequela di climax
successivi che non evitano la prevedibilità dell'azione ma anzi ne peggiorano la
retorica.
Giudicare un film per quello che avrebbe potuto essere e non per quello che è potrà
apparire pretenzioso. Eppure è l'unico modo per ricercare i motivi che spiegano il
fallimento di un'operazione che aveva tutti gli elementi per riuscire. "The
Juror" conferma ancora una volta la tendenza degli sceneggiatori hollywoodiani
specializzati in thrillers a sottovalutare la lezione hitchcockiana - intesa come l'arte
della sintesi - rendendosi responsabili dell'involuzione del cinema di genere rispetto ai
modelli del passato.
Gianguido Spinelli