FLIRTCAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Hal Hartley
Sceneggiatura: Hal Hartley
Fotografia: Michael Spiller
Montaggio: Steve Hamilton
Scenografia: Steven Rosenzweig
Musica: Ned Rifle, Jeffrey Taylor
Prodotto da: Ted Hope
(USA, GERMANIA, 1995)
Durata: 90'
Distribuzione cinematografica: COLUMBIA TRISTAR per BIM
Distribuzione home video: MONDADORI
PERSONAGGI E INTERPRETI
Bill: Bill Sage
Emily: Parker Posey
Walter: Martin Donovan
Dwight: Dwight Ewell
Miho: Miho Nikaido
Ozu: Toshizo Fujisawa

Scrivendo
mesi fa dell'ottimo "Hello Denise", avevo sottolineato come quel film si
differenziasse dal tipico prodotto del cinema indipendente di New York, per la capacità e
la volontà del regista-sceneggiatore di sfruttare a fondo, in termini drammaturgici,
un'idea di partenza che avrebbe potuto esaurirsi in una semplice trovata formalistica.
Questo era dovuto principalmente all'interesse che Salven nutriva nei confronti dei suoi
personaggi, al fatto che quello che aveva da dire sulla vita si fondeva perfettamente con
quello che aveva da dire sul cinema.
Hal Hartley non sembra affatto animato dalla stessa volontà di andare a fondo alle cose.
Egli prende una trama esile - un uomo deve scegliere tra due amanti - che comunque avrebbe
potuto costituire il punto di partenza di una gradevole commedia intimista, e invece di
svilupparla per portare i suoi personaggi alle estreme conseguenze del loro dramma, la
interrompe bruscamente dopo un quarto d'ora. Poi la replica altre due volte, con
personaggi diversi in città diverse (Berlino e Tokio). Il gioco per lo spettatore
consiste nel riconoscere le analogie e le differenze che la stessa storia subisce sotto
l'influenza del diverso contesto sociale e culturale nel quale si svolge. Si tratta,
però, solo di un gioco e null'altro. Hal Hartley pretende in questo modo di essere
profondo senza diventare pedante.
Il
risultato del suo metodo è esattamente il contrario. "Flirt" è un film
superficiale perché quel poco che ci viene raccontato non è sufficente ad emozionarci,
divertirici, o farci riflettere. Ed è anche un film pedante e privo di quella leggerezza
a cui Hartley aspira, perché la ripetizione per ben tre volte della stessa storia con
personaggi diversi non ci dice nulla di più sul dramma raccontato, ma in compenso svela
in modo fin troppo esplicito le ambizioni tutte teoriche dell'autore: provare ad essere
moderni giocando con la drammaturgia tradizionale. Questo genere di esperimento, come fu
già detto autorevolmente da Olivier Assayas (regista francese e critico dei "Cahiers
du cinema") dieci anni fa a proposito dei film di Jim Jarmush, non è in realtà per
niente innovativo. La Nouvelle Vague si era già cimentata in questo tipo di ricerca più
di trent'anni fà.
A forza di scoprire l'acqua calda ad ogni suo film, Hal Hartley finirà per bruciarsi le
dita.
Gianguido Spinelli