DOOM
GENERATION
(DOOM GENERATION - UN FILM ETEROSESSUALE DI GREGG ARAKI)CAST TECNICO
ARTISTICO
Regia: Gregg Araki
Sceneggiatura: Gregg Araki
Fotografia: Jim Fealy
Montaggio: Gregg Araki
Scenografia: Thérèse Deprez
Musica: Jesus and Mary Chain, Nine Inch Nails, Porno For Pyros,
Front 242, Slowdive, Belly, Curve,
MC 900 FT. Jesus, Meat Beat Manifesto,
Cocteau Twins, Coil, My Bloody Valentine, Ride,
Love And Rockets, The Wolfgang Press, Lush,
Medicine, Babyland, Bigod 20, Aphex Twin,
God Lives Underwater, The Verve
Produzione: Andrea Sperling, Gregg Araki,
Pascal Caucheteux (Francia)
(USA, 1995)
Durata: 85'
Distribuzione cinematografica: LUCKY RED
Distribuzione home video: DELTAVIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Amy Blue: Rose McGowan
Jordan White: James Duval
Xavier Red: Johnathon Schaech

Contrariamente
a quanto vi farà credere il trailer o il manifesto, "Doom generation" non è un
film scandoloso. E questo non è un difetto, ma un merito: il film di Gregg Araki
trascende la semplice provocazione e non vuole offendere nessuno, a dispetto della scena
d'apertura, in cui la macchina da presa si fa largo tra una folla di scalmanati che si
dimenano in una discoteca per soffermarsi sul primo piano della protagonista che ci lancia
uno sguardo pieno di odio apostrofandoci con un "stronzi" di benvenuto. Non è
che ce l'abbia con noi in particolare. E' arrabbiata col mondo intero, e il pubblico ne fa
parte. E' la migliore battuta iniziale che Gregg Araki poteva trovare per introdurci
nell'universo notturno dei suoi tre protagonisti, Amy, Jordan e Xavier, tre "ribelli
senza causa" di fine secolo, che dietro ad una rabbia apparente nascondono un
profondo bisogno di amore. Il film racconta il loro viaggio attraverso un mondo che sembra
volerli morti ad ogni costo. Ogni volta che scendono dalla macchina, incontrano qualcuno
che ha un conto da regolare con loro e, dovendosi difendere, finiscono per uccidere.
Così, non rimane loro altra alternativa che quella di rinchiudersi nel loro guscio, dove
i tre, attraverso una serie di sperimentazioni sessuali, realizzano a poco a poco la loro
utopia: un rapporto triangolare in cui non esiste l'ombra della gelosia o dell'invidia.
Il film è interamente costruito attorno a queste scene di amplesso che si svolgono in
varie stanze di motel, le quali cambiano forma e colore a seconda dello stato d'animo dei
personaggi. Gregg Araki riesce così ad interiorizzare il viaggio dei suoi eroi,
realizzando un road-movie claustrofobico fatto tutto di interni, mentre la violenza del
mondo esterno è incarnata da una serie di cattivi che agiscono contro i tre protagonisti
senza nessuna motivazione logica. Questa volontaria incongruenza di sceneggiatura
contribuisce a creare un clima assurdo, che restituisce con efficacia visiva la visione
allucinata che i tre giovani completamente "fatti" hanno del mondo che li
circonda.
Per l'inventiva "splatter" delle scene di violenza, per le sue scenografie
kitch, per la caratterizzazione anarchica dei suoi protagonisti, "Doom
generation" deve molto ai film di David Lynch di cui Araki sembra un fedele e
rispettoso discepolo. Va ricordato tuttavia che il climax del film, in cui i tre vengono
aggrediti dai naziskin in una scena di ultraviolenza segnata da una luce stroboscopica
intermittente, è sicuramente ispirata all'atroce fine di Diane Keaton in "In cerca
di Mr.Goodbar" di Richard Brooks.
Contrariamente a molti registi del cinema americano cosidetto d'avanguardia, Araki sembra
quindi dotato di una certa memoria cinematografica e di un indubbio talento di narratore.
Se il suo film può lasciare un'impressione di incompiutezza - la storia di Amy, Jordan e
Xavier viene prematuramente interrotta dall'irruzione della violenza del mondo esterno -
non è tanto perché Araki manca di rigore narrativo, quanto per il fatto che i suoi
giovani ribelli non possono sopravvivere alla loro giovinezza.
P.S.: La società distributrice, dopo aver presentato alla stampa la versione integrale
del film, ha deciso di fare uscire nelle sale una versione censurata per evitare il
divieto ai minori di diciotto anni. Il pubblico è avvertito.
Gianguido Spinelli