UN DIVANO A
NEW YORK
(A COUCH IN NEW YORK)CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Chantal Akerman
Sceneggiatura: Chantal Akerman e Jean Louis Benoit
Fotografia: Dietrich Lohmann
Scenografia: Christian Marti
Montaggio: Claire Atherton
Costumi: Stèphane Rollot
Musica: Sonia Wieder Atherton
Prodotto da: Règine Konckier e Jean Luc Ormieres
(FRANCIA, 1996)
Durata: 100'
Distribuzione cinematografica: LIFE INTERNATIONAL
PERSONAGGI E INTERPRETI
Bèatrice Saulnier: Juliette Binoche
Henry Harriston: William Hurt
Anne: Stephanie Buttle
Lisbeth Honeywell: Barbara Garrick
Dennis: Paul Guilfoyle
Campton: Richard Jenkins
Tim: Kent Broadhurst


Si parte subito senza preamboli né spiegazioni nell'ultimo film della belga
Chantal Akerman. Henry Harriston, un eminente quanto compassato psicanalista newyorkese
dell'Upper East Side, mette un annuncio sull'Herald Tribune al fine di scambiare il suo
appartamento con un altro di Parigi. A rispondere è Bèatrice, una ballerina bella e
esuberante, che vive nel quartiere di Belleville. Il disordine impera nell'abitazione
parigina e situazione completamente capovolta nell'appartamento newyorkese, tanto ordinato
quanto soffocante. I due si trovano così a vivere l'uno nell'appartamento dell'altro, in
due mondi concepiti per essere opposti a quelli cui erano abituati, e ciò nondimeno a
desiderare sempre piu di incontrarsi. Ma Henry abbandona presto la partita.
Il povero psicanalista non riesce proprio a vivere con gli amanti sul letto di Bèatrice e
con tutto il caos di quella casbah di Belleville (ma forse è impaziente di conoscere
l'inquietante ballerina). A New York, la ragazza, piu eclettica, va invece molto meglio,
dato che ha addirittura preso a esercitare al posto di Henry, con risultati decisamente
migliori e con tutto l'ambiente intorno, compreso il cane Edgar ribattezzato Romeo, che
sembra rifiorire. Tornato a casa e ormai preso dal calembour degli equivoci anche Henry
finirà per farsi psicanalizzare dalla ballerina di Parigi!
La Akerman in quest'ultimo film ritrova New York e si getta senza paure nei territori
della piu spudorata finzione, quindi, della vecchia ma non dimenticata
sophisticated-comedy americana. E lo fa con impagabile e divertita evidenza, non senza una
buona dose di ammiccamento, presupposti d'altronde dalla partecipazione alle regole e ai
giochi della commedia. Ci consegna così un film molto bello, paradossalmente sincero e,
probabilmente, il piu struggente tra i suoi. Un ritorno all'insegna della nostalgia e
dell'affetto, rivestito di una malinconica lontananza che crea un alone lievemente
fantastico, a contrasto con l'ansia di evasione che caratterizza i personaggi principali.
Ritroviamo, in un campionario neanche troppo aggiornato, professionisti nevrotici,
ballerine svampite ma volitive, una fidanzata altezzosa destinata a diventare ex, un
portiere indiscreto e finanche un cane che partecipa dei mutamenti psicologici dei
personaggi. Non i personaggi-attori della Hollywood classica, perché in Henry e
soprattutto in Bèatrice è difficile ritrovare i ruoli già interpretati da William Hurt
e Juliette Binoche, non partecipando i due dello star-system. Ma comunque, per molti versi
sembra di assistere a "Susanna" ("Bringing up baby", 1938, di Howard
Hawks), con l'eroina decisa a portare alle estreme conseguenze la sua follia d'amore
(anche se qui l'uomo è piu coinvolto); a "La ragazza della Quinta Strada"
("Fifth Avenue girl", 1939, di Gregory La Cava), a cui richiamano gli equivoci
giocati come ulteriore commedia nella finzione (Bèatrice che si finge psicanalista,
l'amica travestita da segretaria ed Henry che recita come paziente); e soprattutto a
"Scrivimi fermo posta" (1940, "The shop around the corner", di Ernst
Lubitsch), per l'opposizione ironica vicino/lontano e i due protagonisti che si creano con
la fantasia l'immagine dell'altro invisibile. Il consueto e complesso gioco di
convenzioni, maschere e travestimenti, con trasgressioni inaspettate e nascoste nelle
pieghe delle immagini. E come motivo eccentrico rispetto al riuscito riferimento a scelte
stilistiche collaudate ed esemplari troviamo le ossessioni peculiari all'autorialità
della Akerman. Quindi, ad esempio, un riferimento costante al fuori campo - voci-off e
segreterie telefoniche varie - come richiamo a ciò che non può essere mostrato,
l'interdetto, e che viene per questo maggiormente desiderato - e specificamente
tematizzato nel film, il corpo della madre (di Henry). "Un divano a New York" è
un film che si gioca sul ponte che separa New York da Parigi, ambedue adeguatamente
stereotipate, e del quale, al solito, sappiamo già tutto. Ma ciò non toglie nulla al
piacere di seguire i passaggi ben congegnati, e ciò senza impazienza. Il lieto fine è
anch'esso scontato; ma non abbiamo nessuna fretta di vederlo: quello che conta è
l'attesa, l'equivoco, il rimando e la proiezione di questo discorso tutto prevedibile sul
piano dell'immaginazione e del desiderio.
Alfonso
Iuliano