Tempi Moderni

I film del 1996


Bernardo Bertolucci, il declino di un artista

berto.jpg (12756 bytes)E' triste assistere al declino di un artista.
Quando nel 1983 Ingmar Bergman annunciò il suo ritiro, di fronte all'insistenza dei cronisti che gli chiedevano una spiegazione rispose: "Ho deciso di ritirarmi perché non voglio vedere Bergman che gioca a fare Bergman".
Quando un regista imita se stesso e si prende sul serio, non ha più nulla da dire . E' accaduto a Fellini, autore di una lunga sequela di film brutti a partire da "Casanova"; è accaduto a Wenders, sta accadendo a Bernardo Bertolucci. E' una situazione che si verifica sopratutto in Europa dove il concetto di cinema d'autore, inteso come realizzazione di un'opera che non rientri in nessun genere codificato ma che rispecchi unicamente una visione personale del mondo e delle cose da parte del regista, ha prodotto effetti deleteri su tutta l'industria cinematografica.
Il cinema anglosassone, sopratutto quello americano, non risente di questi problemi e non a caso. Tutti i registi americani, anche i più grandi, sono costretti a cimentarsi prima di tutto coi generi. Se a prima vista ciò può sembrare un handycap, limitativo per la creatività del regista, in realta' si rivela un'opportunità magnifica, poiché permette di sperimentare sotto una rigidità produttiva che richiede un copione forte e delle regole strutturali. La storia del cinema c'insegna che là dove ci sono delle regole il vero artista è portato a sovvertirle, con risultati spesso straordinari. Welles, Hitchcock, Wilder, Scorsese, Coppola, Spielberg, Fellini, Bergman, Kurosawa, Truffaut (l'elenco potrebbe essere infinito) hanno realizzato opere straordinarie all'interno dei generi, confrontandosi con loro.
Non appena l'artista si sente superiore ai generi e decide di non avere più bisogno di una storia, ma semplicemente di un canovaccio, per comunicare attraverso il suo stile, delle sensazioni o delle percezioni del mondo, allora si sfocia nel manierismo più sterile e nella noia che, per chi fa cinema, è il primo nemico da sconfiggere.
Chi scrive, dunque, non ha alcuna intenzione di polemizzare ma, semplicemente, di constatare con amarezza che Bernardo Bertolucci sembra avere esaurito la sua vena creativa di cineasta. Spero di sbagliarmi ma sono anni ormai che il cinema di Bertolucci si sta trasformando in una visione estetizzante della vita e del mondo. Questa evoluzione negativa è iniziata con "L'ultimo imperatore", epopea storica noiosa e sopravvalutata, è continuata con "Il te' nel deserto", straordinario per intensità espressiva nella prima parte, imbarazzante nella seconda, ed è esplosa nell'inutile "Piccolo Buddha", favola pedante ed incredibile per chi ama il cinema di Bertolucci.
"Io ballo da sola" è forse il culmine di questa discesa creativa.
Cosa è rimasto in questo film del regista che ha saputo raccontare con passione l'Italia di "Strategia del ragno", "Il conformista" e "Novecento", che ha saputo filmare, rischiando sulla propria pelle il linciaggio morale, l'amore, la disperazione e la confusione in "Ultimo tango a Parigi"?
Niente.
ballo1.jpg (15405 bytes)Cos'è "Io ballo da sola?". La versione matura de "Il tempo delle mele".
Bertolucci si è trasformato in un Humbert Humbert che insegue la sua Lolita-Liv Tyler, in una Toscana di plastica.
In una villa si aggirano personaggi stilizzati e inconsistenti che ciarlano di sciocchezze fingendo di dire cose profonde. La sceneggiatura di Susan Minot (la scrittrice minimalista americana autrice di "Scimmie") non approfondisce i ruoli e Bertolucci mette in scena personaggi incapaci di trasmettere emozioni, fatta eccezione per Jeremy Irons, unico personaggio profondo e toccante. Per il resto è imbarazzante vedere attori come Carlo Cecchi e Stefania Sandrelli aggirarsi nel film come meteore per sparire nel nulla senza avere lasciato nulla.
E' che dire poi dell'uso della musica? Da Verdi alla compilation rock di successo c'è una voragine apparentemente incolmabile. Bertolucci l'ha riempita tutta.
Come se non bastasse il regista non sa più filmare i paesaggi e, di conseguenza, la realtà che li circonda. In "Io ballo da sola" la campagna toscana non ha vita. Non percepiamo né quelle sensazioni di carnalità e fisicità che ci trasmettevano la pianura padana messa in scena in innumerevoli film, né la freddezza e l'asetticità della Roma fascista de "Il conformista.
Che tristezza vedere Bertolucci alla televisione (la tanto odiata televisione) rilasciare interviste sull'olio e il vino toscano. Il regista parmense ha affermato spesso di essersi allontanato dall'Italia perché incapace di seguirla, di raccontarla. E' vero. Bertolucci non sa e non può raccontare la realtà italiana perché si è trasformato in uno dei personaggi vuoti di "Io ballo da sola". Radical chic miliardari che vivono nel loro eremo dorato, disquisendo dei problemi italiani con una sufficienza snobistica.
Non si possono spiegare altrimenti, ad esempio, i patetici, infantili riferimenti alla nostra società che il regista mette timidamente in scena. L'antenna televisiva che viene piantata di fronte alla villa della famiglia ne è solo un esempio. Fellini aveva raccontato questo nel suo ultimo e peggior film "La voce della luna" del 1990 e già allora tutto sembrava così vecchio, così inutile.
Rabbrividiamo leggendo che il prossimo lavoro del regista dovrebbe intitolarsi "1968", atto terzo della sua trilogia sull'Italia. Noi spettatori non abbiamo bisogno di inutili prediche moralistico-politiche. Vogliamo soltanto vedere del buon cinema. Bertolucci accantoni l'Italia e i suoi problemi, acquisti i diritti di un buon romanzo (allontanandosi dalla fase di scrittura, la più pericolosa) e c'incanti ancora con i movimenti della sua macchina da presa.

Maurizio Imbriale