|
Bernardo Bertolucci, il declino di un
artista
E'
triste assistere al declino di un artista.
Quando nel 1983 Ingmar Bergman annunciò il suo ritiro, di fronte all'insistenza dei
cronisti che gli chiedevano una spiegazione rispose: "Ho deciso di ritirarmi perché
non voglio vedere Bergman che gioca a fare Bergman".
Quando un regista imita se stesso e si prende sul serio, non ha più nulla da dire . E'
accaduto a Fellini, autore di una lunga sequela di film brutti a partire da
"Casanova"; è accaduto a Wenders, sta accadendo a Bernardo Bertolucci. E' una
situazione che si verifica sopratutto in Europa dove il concetto di cinema d'autore,
inteso come realizzazione di un'opera che non rientri in nessun genere codificato ma che
rispecchi unicamente una visione personale del mondo e delle cose da parte del regista, ha
prodotto effetti deleteri su tutta l'industria cinematografica.
Il cinema anglosassone, sopratutto quello americano, non risente di questi problemi e non
a caso. Tutti i registi americani, anche i più grandi, sono costretti a cimentarsi prima
di tutto coi generi. Se a prima vista ciò può sembrare un handycap, limitativo per la
creatività del regista, in realta' si rivela un'opportunità magnifica, poiché permette
di sperimentare sotto una rigidità produttiva che richiede un copione forte e delle
regole strutturali. La storia del cinema c'insegna che là dove ci sono delle regole il
vero artista è portato a sovvertirle, con risultati spesso straordinari. Welles,
Hitchcock, Wilder, Scorsese, Coppola, Spielberg, Fellini, Bergman, Kurosawa, Truffaut
(l'elenco potrebbe essere infinito) hanno realizzato opere straordinarie all'interno dei
generi, confrontandosi con loro.
Non appena l'artista si sente superiore ai generi e decide di non avere più bisogno di
una storia, ma semplicemente di un canovaccio, per comunicare attraverso il suo stile,
delle sensazioni o delle percezioni del mondo, allora si sfocia nel manierismo più
sterile e nella noia che, per chi fa cinema, è il primo nemico da sconfiggere.
Chi scrive, dunque, non ha alcuna intenzione di polemizzare ma, semplicemente, di
constatare con amarezza che Bernardo Bertolucci sembra avere esaurito la sua vena creativa
di cineasta. Spero di sbagliarmi ma sono anni ormai che il cinema di Bertolucci si sta
trasformando in una visione estetizzante della vita e del mondo. Questa evoluzione
negativa è iniziata con "L'ultimo imperatore", epopea storica noiosa e
sopravvalutata, è continuata con "Il te' nel deserto", straordinario per
intensità espressiva nella prima parte, imbarazzante nella seconda, ed è esplosa
nell'inutile "Piccolo Buddha", favola pedante ed incredibile per chi ama il
cinema di Bertolucci.
"Io ballo da sola" è forse il culmine di questa discesa creativa.
Cosa è rimasto in questo film del regista che ha saputo raccontare con passione l'Italia
di "Strategia del ragno", "Il conformista" e "Novecento",
che ha saputo filmare, rischiando sulla propria pelle il linciaggio morale, l'amore, la
disperazione e la confusione in "Ultimo tango a Parigi"?
Niente.
Cos'è
"Io ballo da sola?". La versione matura de "Il tempo delle mele".
Bertolucci si è trasformato in un Humbert Humbert che insegue la sua Lolita-Liv Tyler, in
una Toscana di plastica.
In una villa si aggirano personaggi stilizzati e inconsistenti che ciarlano di sciocchezze
fingendo di dire cose profonde. La sceneggiatura di Susan Minot (la scrittrice minimalista
americana autrice di "Scimmie") non approfondisce i ruoli e Bertolucci mette in
scena personaggi incapaci di trasmettere emozioni, fatta eccezione per Jeremy Irons, unico
personaggio profondo e toccante. Per il resto è imbarazzante vedere attori come Carlo
Cecchi e Stefania Sandrelli aggirarsi nel film come meteore per sparire nel nulla senza
avere lasciato nulla.
E' che dire poi dell'uso della musica? Da Verdi alla compilation rock di successo c'è una
voragine apparentemente incolmabile. Bertolucci l'ha riempita tutta.
Come se non bastasse il regista non sa più filmare i paesaggi e, di conseguenza, la
realtà che li circonda. In "Io ballo da sola" la campagna toscana non ha vita.
Non percepiamo né quelle sensazioni di carnalità e fisicità che ci trasmettevano la
pianura padana messa in scena in innumerevoli film, né la freddezza e l'asetticità della
Roma fascista de "Il conformista.
Che tristezza vedere Bertolucci alla televisione (la tanto odiata televisione) rilasciare
interviste sull'olio e il vino toscano. Il regista parmense ha affermato spesso di essersi
allontanato dall'Italia perché incapace di seguirla, di raccontarla. E' vero. Bertolucci
non sa e non può raccontare la realtà italiana perché si è trasformato in uno dei
personaggi vuoti di "Io ballo da sola". Radical chic miliardari che vivono nel
loro eremo dorato, disquisendo dei problemi italiani con una sufficienza snobistica.
Non si possono spiegare altrimenti, ad esempio, i patetici, infantili riferimenti alla
nostra società che il regista mette timidamente in scena. L'antenna televisiva che viene
piantata di fronte alla villa della famiglia ne è solo un esempio. Fellini aveva
raccontato questo nel suo ultimo e peggior film "La voce della luna" del 1990 e
già allora tutto sembrava così vecchio, così inutile.
Rabbrividiamo leggendo che il prossimo lavoro del regista dovrebbe intitolarsi
"1968", atto terzo della sua trilogia sull'Italia. Noi spettatori non abbiamo
bisogno di inutili prediche moralistico-politiche. Vogliamo soltanto vedere del buon
cinema. Bertolucci accantoni l'Italia e i suoi problemi, acquisti i diritti di un buon
romanzo (allontanandosi dalla fase di scrittura, la più pericolosa) e c'incanti ancora
con i movimenti della sua macchina da presa.
Maurizio
Imbriale |