CRASHCAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: David Cronenberg
Sceneggiatura: David Cronenberg,
sulla scorta dell'omonimo romanzo di J. G. Ballard
pubblicato in Italia da Bompiani
Fotografia: Peter Suschitzky
Scenografia: Carol Spier
Costumi: Denise Cronenberg
Musica: Howard Shore
Montaggio: Ronald Sanders
(Canada, 1996)
Prodotto da: Robert Lantos, Jeremy Thomas
Durata: 100'
Distribuzione cinematografica: FILMAURO
Distribuzione home video: FILMAURO
PERSONAGGI E INTERPRETI
James Ballard: James Spader
Catherine Ballard: Deborah Unger
Helen Remington: Holly Hunter
Vaughan: Elias Koteas
Gabrielle: Rosanna Arquette



Ha
scritto una volta Jean Luc Godard: "Ci sono due generi di artisti: alcuni camminano
per la strada a capo eretto, guardando dritto in avanti. Osservano, progettano ed
organizzano: i loro lavori sono interessanti, efficaci, ben svolti e talvolta anche
splendidi. Questo è il gruppo dei sempre ammirati. Poi c'è l'altro tipo, quelli che
camminano a testa bassa, persi nei propri pensieri e facendo sogni ad occhi aperti. Ogni
tanto sono costretti a sollevar lo sguardo, sempre all'improvviso, e di colpo lanciano al
mondo rapide occhiate trasversali. Questo è il gruppo che vede veramente: per quanto
eccentrico o confuso sia il loro stile, essi vedono con meravigliosa chiarezza".
David Cronenberg appartiene, di diritto, a questo secondo ambito: cineasta azzardoso se
mai ve ne furono, alle prese con una personale e problematica poetica del corpo e delle
ossessioni ad esso connesse, egli ha tentato per due volte l'impresa quasi impossibile di
rendere con la concretezza delle immagini testi assai ostici alla trasposizione filmica.
Ma se ne "Il pasto nudo" (1992) improvvisava liberamente come in una spericolata
jam session sulla falsariga della pagina di Burroughs, in questo "Crash" egli si
studia di rimaner fedele (fatti salvi alcuni alleggerimenti delle cose più crude,
probabilmente per timore di una classificazione censoria troppo penalizzante negli States)
al romanzo di Ballard: non se ne fa interprete, ma diligente traduttore in celluloide.
Il risultato è un film che può apparire, ad una prima visione, eccessivamente freddo e
teorico; ma, ad una più attenta rilettura, mostra invece come il Nostro sia riuscito nel
compito più difficile, quello di render visibile e quasi palpabile il rapporto
sintagmatico tra necro e scopofilia ch'è il vero nucleo dell'opera. Infatti, come ha
esattamente osservato David Punter nella sua "Storia della letteratura
dell'orrore" (Editori Riuniti), il raccapriccio presente nei testi ballardiani
"ha propriamente a che fare con la morte del desiderio, con l'automatizzazione del
sentimento": è giusto ciò che Cronenberg arriva a comunicare con i suoi atoni e
disastrati personaggi, comparse di un balletto tanatoforo fatto di pulsioni sessuali
capaci di vivere solo in presenza del dolore ed in assonanza col medesimo. L'atroce,
disperante finale dice di una solità (il neologismo è di Ida Magli) infinita, di una
pena immedicabile resa con partecipe strazio da un cast che si rivela formidabile al
servizio di un film attraente e repulsivo, lancinante e contraddittorio.
Francesco
Troiano
Intervista a David Cronenberg