NON
TUTTI HANNO LA FORTUNA DI AVER AVUTO I GENITORI COMUNISTI
(PAS TOUT LE MONDE A LA CHANCE D'AVOIR EU DES PARENTS COMMUNISTES)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Jean-Jacques Zilbermann
Sceneggiatura: Jean-Jacques Zilbermann e Nicolas Boukhrief
Fotografia: Bruno Delbonnel
Montaggio: Joèle Van Effenterre
Scenografia: Jean Vincent Puzos
Musica: Serge Franklin
Produzione: Maurice Bernart
(FRANCIA 1994)
Durata: 90'
Distribuzione cinematografica: FILMAURO per NEMO
Distribuzione home video: BMG VIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Irène: Josiane Balasko
Bernard: Maurice Benichou
Régine: Catherine Hiegel
Zio Charlot: Jean-François Derec
Ivan: Victor Nieznanov
E'
senz'altro alla presenza di Josiane Balasko e al successo, nella passata stagione, della
sua commedia "Gazon maudit" ("Peccato che sia femmina"), che dobbiamo
la distribuzione di questo film uscito nelle sale parigine più di due anni fà. Non si
spiega altrimenti per quale motivo tanti altri film francesi dello stesso tipo non
riescano a trovare spazio nelle sale cinematografiche italiane. "Non tutti..."
infatti, è il classico film di esordio alla francese, che rientra pienamente in un genere
specifico del cinema d'oltralpe: la cronaca autobiografica antidrammatica.
Con quest'appellativo intendiamo indicare quei film nei quali il regista racconta una
parte della propria vita, prevalentemente l'infanzia, sul tono della cronaca,
possibilmente senza accentuarne l'aspetto drammatico. Anche perché spesso la vita reale
raccontata non contiene elementi forti dal punto di vista romanzesco. Il pezzo di vita
vera raccontata da Jean-Jacques Zilbermann riguarda sua madre e la sua storia d'amore
platonico con un soldato sovietico, membro del coro dell'Armata Rossa. Siamo nel 1958,
alla vigilia del referendum sul passaggio dalla quarta alla quinta repubblica. Iréne,
ebrea scampata all'Olocausto, moglie del proprietario di un piccolo negozio di scarpe e
madre di un bambino (il regista stesso, da piccolo) nutre una profonda passione per il
comunismo, dovuta ad un naturale senso di riconoscenza per quell'Amata Rossa che, entrando
ad Auchwitz nel '45, le ha salvato la vita. Suo marito però, è un simpatizzante
gaullista che non condivide la militanza attiva di Irène e non ne capisce i risvolti
sentimentali ed emotivi. Così, quando giunge a Parigi, per una turnée di concerti, il
Coro dell'Armata Rossa, Iréne, in rotta col marito, trova consolazione nello sguardo
dolce e rassicurante di Ivan, un soldato sovietico che incarna l'ideale virile e politico
della donna. Il tradimento coniugale avverrà però solo in senso spirituale,
coerentemente con la passione di Iréne, che è ideale e non materiale. Tutto tornerà poi
nell'ordine, col marito che in nome della riconciliazione famigliare, deciderà di mettere
da parte le proprie idee e di iscriversi al partito comunista.
L'interesse principale di questa simpatica opera prima sta nella descrizione accurata
dell'ambiente e dell'atmosfera di un mondo, quello della Parigi della fine degli anni
cinquanta, e dello spirito che pervase i simpatizzanti comunisti di quell'epoca.
Zilberman, giustamente, rifiuta di giudicare i suoi personaggi per i loro ideali politici
e insiste sull'intreccio inestricabile tra questi ideali e le loro vicende personali. La
militanza per il comunismo è descritta più come uno stato d'animo emotivo che come una
scientifica visione del mondo. "Non tutti..." è un film nostalgico, ma esprime
la nostalgia di un'infanzia felice, non la nostalgia del comunismo. L'ironia sottile nasce
dalla differenza tra le speranze espresse da Iréne di un mondo migliore e la loro
successiva smentita fornita dalla storia che il pubblico di oggi conosce.
Se quindi Zilbermann affronta il suo soggetto con il tono giusto, il film soffre tuttavia
dei limiti del genere al quale appartiene. Quello appunto dell'autobiografia. Che è
spesso incompatibile con le esigenze della drammaturgia. Quando un autore trasforma una
vicenda personale in un film parte dal presupposto che il legame affettivo che ha con
questa vicenda finirà per trasmettersi anche al pubblico. Sarà sufficiente riportare i
fatti esattamente come uno se li ricorda per ottenere questo risultato. Da ciò ne
consegue una costruzione del racconto per accumulo, in cui gli aneddoti del passato si
succedono l'un l'altro senza essere collegati tra loro da un conflitto drammatico unitario
e coerente.
L'operazione non sempre riesce, poiché il pubblico, che non condivide le
stesse esperienze dell'autore, ha una diversa percezione degli aneddoti raccontati e non
si identifica per forza con i personaggi del film. E quello che conta al cinema non è
tanto il riconoscersi in un personaggio, quanto l'identificarsi con lui. Ma
l'identificazione nasce quando esiste un conflitto riconoscibile ed universale. Zilbermann
avrebbe realizzato un film più emozionante se avesse avuto il coraggio di dimenticare le
proprie emozioni legate a fatti personali, se insomma avesse tradito se stesso e la sua
autobiografia per trasformarla in materiale drammaturgico.
Un esempio di incompatibilità tra autobiografia e cinema ci viene dal rifiuto di Roman
Polanski di trarre un film dalla propria infanzia che pure, essendosi svolta nel ghetto di
Cracovia durante l'occupazione nazista, comportava elementi altamente drammatici. Ma
Polanski aveva capito che per trarne una buona sceneggiatura avrebbe dovuto modificare
alcuni fatti della sua infanzia. E d'altra parte, non se la sentiva di essere infedele
alla propria storia personale. Così decise di rinunciare al progetto.
Con questo non vogliamo dire che Zilbermann abbia realizzato un film inutile, ma
semplicemente ricordare che raccontare per immagini esperienze personali porta a fare del
mezzo cinematografico un uso limitato.
Gianguido Spinelli