Tempi Moderni

I film del 1996


NON TUTTI HANNO LA FORTUNA DI AVER AVUTO I GENITORI COMUNISTI
(PAS TOUT LE MONDE A LA CHANCE D'AVOIR EU DES PARENTS COMMUNISTES)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Jean-Jacques Zilbermann
Sceneggiatura: Jean-Jacques Zilbermann e Nicolas Boukhrief
Fotografia: Bruno Delbonnel
Montaggio: Joèle Van Effenterre
Scenografia: Jean Vincent Puzos
Musica: Serge Franklin
Produzione: Maurice Bernart
(FRANCIA 1994)
Durata: 90'
Distribuzione cinematografica: FILMAURO per NEMO
Distribuzione home video: BMG VIDEO

PERSONAGGI E INTERPRETI

Irène: Josiane Balasko
Bernard: Maurice Benichou
Régine: Catherine Hiegel
Zio Charlot: Jean-François Derec
Ivan: Victor Nieznanov

comun1.jpg (12694 bytes)E' senz'altro alla presenza di Josiane Balasko e al successo, nella passata stagione, della sua commedia "Gazon maudit" ("Peccato che sia femmina"), che dobbiamo la distribuzione di questo film uscito nelle sale parigine più di due anni fà. Non si spiega altrimenti per quale motivo tanti altri film francesi dello stesso tipo non riescano a trovare spazio nelle sale cinematografiche italiane. "Non tutti..." infatti, è il classico film di esordio alla francese, che rientra pienamente in un genere specifico del cinema d'oltralpe: la cronaca autobiografica antidrammatica.
Con quest'appellativo intendiamo indicare quei film nei quali il regista racconta una parte della propria vita, prevalentemente l'infanzia, sul tono della cronaca, possibilmente senza accentuarne l'aspetto drammatico. Anche perché spesso la vita reale raccontata non contiene elementi forti dal punto di vista romanzesco. Il pezzo di vita vera raccontata da Jean-Jacques Zilbermann riguarda sua madre e la sua storia d'amore platonico con un soldato sovietico, membro del coro dell'Armata Rossa. Siamo nel 1958, alla vigilia del referendum sul passaggio dalla quarta alla quinta repubblica. Iréne, ebrea scampata all'Olocausto, moglie del proprietario di un piccolo negozio di scarpe e madre di un bambino (il regista stesso, da piccolo) nutre una profonda passione per il comunismo, dovuta ad un naturale senso di riconoscenza per quell'Amata Rossa che, entrando ad Auchwitz nel '45, le ha salvato la vita. Suo marito però, è un simpatizzante gaullista che non condivide la militanza attiva di Irène e non ne capisce i risvolti sentimentali ed emotivi. Così, quando giunge a Parigi, per una turnée di concerti, il Coro dell'Armata Rossa, Iréne, in rotta col marito, trova consolazione nello sguardo dolce e rassicurante di Ivan, un soldato sovietico che incarna l'ideale virile e politico della donna. Il tradimento coniugale avverrà però solo in senso spirituale, coerentemente con la passione di Iréne, che è ideale e non materiale. Tutto tornerà poi nell'ordine, col marito che in nome della riconciliazione famigliare, deciderà di mettere da parte le proprie idee e di iscriversi al partito comunista.
L'interesse principale di questa simpatica opera prima sta nella descrizione accurata dell'ambiente e dell'atmosfera di un mondo, quello della Parigi della fine degli anni cinquanta, e dello spirito che pervase i simpatizzanti comunisti di quell'epoca. Zilberman, giustamente, rifiuta di giudicare i suoi personaggi per i loro ideali politici e insiste sull'intreccio inestricabile tra questi ideali e le loro vicende personali. La militanza per il comunismo è descritta più come uno stato d'animo emotivo che come una scientifica visione del mondo. "Non tutti..." è un film nostalgico, ma esprime la nostalgia di un'infanzia felice, non la nostalgia del comunismo. L'ironia sottile nasce dalla differenza tra le speranze espresse da Iréne di un mondo migliore e la loro successiva smentita fornita dalla storia che il pubblico di oggi conosce.
Se quindi Zilbermann affronta il suo soggetto con il tono giusto, il film soffre tuttavia dei limiti del genere al quale appartiene. Quello appunto dell'autobiografia. Che è spesso incompatibile con le esigenze della drammaturgia. Quando un autore trasforma una vicenda personale in un film parte dal presupposto che il legame affettivo che ha con questa vicenda finirà per trasmettersi anche al pubblico. Sarà sufficiente riportare i fatti esattamente come uno se li ricorda per ottenere questo risultato. Da ciò ne consegue una costruzione del racconto per accumulo, in cui gli aneddoti del passato si succedono l'un l'altro senza essere collegati tra loro da un conflitto drammatico unitario e coerente. comun2.jpg (14166 bytes)L'operazione non sempre riesce, poiché il pubblico, che non condivide le stesse esperienze dell'autore, ha una diversa percezione degli aneddoti raccontati e non si identifica per forza con i personaggi del film. E quello che conta al cinema non è tanto il riconoscersi in un personaggio, quanto l'identificarsi con lui. Ma l'identificazione nasce quando esiste un conflitto riconoscibile ed universale. Zilbermann avrebbe realizzato un film più emozionante se avesse avuto il coraggio di dimenticare le proprie emozioni legate a fatti personali, se insomma avesse tradito se stesso e la sua autobiografia per trasformarla in materiale drammaturgico.
Un esempio di incompatibilità tra autobiografia e cinema ci viene dal rifiuto di Roman Polanski di trarre un film dalla propria infanzia che pure, essendosi svolta nel ghetto di Cracovia durante l'occupazione nazista, comportava elementi altamente drammatici. Ma Polanski aveva capito che per trarne una buona sceneggiatura avrebbe dovuto modificare alcuni fatti della sua infanzia. E d'altra parte, non se la sentiva di essere infedele alla propria storia personale. Così decise di rinunciare al progetto.
Con questo non vogliamo dire che Zilbermann abbia realizzato un film inutile, ma semplicemente ricordare che raccontare per immagini esperienze personali porta a fare del mezzo cinematografico un uso limitato.

Gianguido Spinelli