LA STANZA DI
CLOE
(THE QUIET ROOM)CAST TECNICO ARTISTICO
Regia, soggetto e sceneggiatura: Rolf de Heer
Fotografia: Tony Clark
Musiche: Graham Tardif
Montaggio: Tania Neheme
Prodotto da: Domenico Procacci, Rolf de Heer
(Italia-Australia, 1996)
Durata: 90'
Distribuzione cinematografica: MIKADO
PERSONAGGI E INTERPRETI
La bambina a 7 anni: Chloe Ferguson
La bambina a 3 anni: Phoebe Ferguson
La madre: Celine O'Leary
Il padre: Paul Blackwell


Dell'australiano Rolf de Heer, lo spettatore di casa nostra ricorderà certamente
"Bad Boy Bubby" (1993), parabola filosofica di smodate ambizioni incentrata
sulla figura di un giovane tenuto segregato per 35 anni dalla madre e dalla stessa
costretto a subire abusi sessuali: alla fine, eliminata la genitrice, il buon Bubby
riusciva ad inserirsi in qualche modo nella società, trovandovi un ruolo e sposando una
infermiera dal cuore d'oro.
Raccontata con toni survoltati e parossistici, la vicenda risultava indigesta per il suo
cocktail di crudezza ed umorismo tutto di testa, calcolato col bilancino e mai sfiorato da
una reale partecipazione dell'autore: era dunque lecito non riporre eccessive attese in
questo "La stanza di Cloe", presentato a Cannes in concorso e coprodotto
dall'italiano Domenico Procacci. A sorpresa, invece, il film risulta tra i più
interessanti e meno prevedibili della stagione: il regista, eliminato quanto di
superficiale ed irritante v'era nell'opera precedente, è riuscito nella difficile impresa
di raccontare il mondo di una bambina attraverso gli occhi della medesima, con una
tenerezza e sensibilità mai querula né indulgente al vittimismo.
Per di più, la famiglia di Cloe è descritta come normale ed affettuosa: solo litigi ed
incomprensioni, che alla fine sfociano nella decisione di separarsi, ma senza tragedie od
eccessi di violenza. Ebbene, la bimba prende la decisione - semplice e crudele - di non
parlare più coi suoi genitori: solo noi spettatori, con un procedimento quasi
hitchcockiano, ne sentiamo la voce come materializzazione dei pensieri.
E restiamo commossi ed attoniti, sospesi fra partecipazione e tenerezza: praticamente sola
in scena, la piccola protagonista (interpretata magistralmente dalla settenne Chloe
Ferguson) dice della radicale alterità dell'infanzia rispetto all'età adulta: ci fa
sentire inadeguati ed inadempienti, egoisti anche, ma allo stesso tempo desiderosi di
stabilire un contatto, di - per dirla con le sue parole - avere fantasia. Un invito
garbato, un monito lieve, un istanza sussurrata perché i finali delle storie possano
essere, come nel film, lieti.
Francesco
Troiano