CELLULOIDECAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Carlo Lizzani
Soggetto: Ugo Pirro, Furio Scarpelli
Sceneggiatura: Ugo Pirro, Furio Scarpelli, Carlo Lizzani
Fotografia: Giorgio Di Battista
Montaggio: Alberto Gallitti
Scenografia: Luciano Sagoni
Musica: Manuel De Sica
Produzione: Istituto Luce, Dean Film, Production Group, Tele+1, RAI
(ITALIA, 1995)
Durata: 120'
Distribuzione cinematografica: ISTITUTO LUCE
Distribuzione home video: RCS
PERSONAGGI E INTERPRETI
Roberto Rossellini: Massimo Ghini
Sergio Amidei: Giancarlo Giannini
Maria Michi: Anna Falchi
Anna Magnani: Lina Sastri
Peppino Amato: Massimo Dapporto
Aldo Fabrizi: Antonello Fassari
La Contessa: Milva
Tenente americano: Christopher Walken
Jone Tuzi: Francesca Ventura
Federico Fellini: Francesco Siciliano

"Celluloide" si fonda su un paradosso affascinante: può il cinema
confrontarsi con i propri miti ricostruendoli con nuove immagini? E nel caso specifico,
può un film diventare lo specchio della lavorazione di un altro film che si proponeva
invece di essere lo specchio della realtà extra-cinematografica? Può insomma, il cinema
sul cinema parlare del neorealismo?
Che nel raccontare la storia eroica della lavorazione di "Roma, Città aperta",
gli autori si siano posti seriamente di fronte a questo dilemma, lo dimostra il prologo di
"Celluloide": come se volesse esorcizzare le proprie paure, Lizzani ci presenta
gli attori al trucco nei loro camerini, mentre lanciano occhiate sfuggenti ed angosciate
alle fotografie dei monumenti che sono chiamati ad incarnare. Massino Ghini si confronta
con la fotografia di Rossellini, Lina Sastri guarda di sfuggita quella di Anna Magnani,
Giancarlo Giannini osserva quella di Sergio Amidei.
E' il più tranquillo, Giannini: sa che il personaggio che deve interpretare è poco noto,
poco visto, poco filmato. Amidei infatti è uno sceneggiatore, e gli sceneggiatori, si
sà, rimangono nell'ombra. Ma proprio per questo costituiscono, nei film sul cinema, i
personaggi più commoventi, da "Viale del tramonto" in poi. Se quindi
"Celluloide" deve la sua parziale riuscita al personaggio di Amidei, non è solo
perchè Giancarlo Giannini ci offre la sua migliore interpretazione dopo anni, ma anche
perchè il personaggio scritto per lui da Pirro e Scarpelli è inedito, contraddittorio,
profondamente sentito dai suoi due colleghi, che nel ricordarlo rendono omaggio alla loro
categoria. Ce lo mostrano come il cervello teorico del film, quello che al momento di
inventare il finale di "Roma, Città aperta" è capace anche di farne un'analisi
estetica; ci dicono attraverso la sua figura che uno sceneggiatore è di fatto un regista
potenziale, che ha scelto di non dirigere un film non per lacune tecniche, ma perchè è
privo di quella duttilità di carattere che facilita i compromessi artistici e i rapporti
personali. Una delle migliori scene è quella in cui lo vediamo goffamente sostituirsi al
regista momentaneamente assente, e mettersi a litigare con una delle attrici che è anche
la sua fidanzata, rischiando di mandare a monte tutto il film. Questa contraddizione tra
la sua coscienza artistica ed il suo cattivo carattere che diventa un freno permanente
alla propria creazione è messa in risalto dal personaggio-spalla di Ghini-Rossellini, di
cui vengono esaltate, per contrasto, la forza di carattere ed il pragmatismo.
E nel raccontare il binomio regista-sceneggiatore il film dà il meglio di sé, offrendo
un utile compendio al dietro le quinte del pur superiore "Effetto notte", nel
quale però questo aspetto era paradossalmente ignorato.
Se tutto il film si fosse concentrato su questa trama, lasciando i personaggi più
mitizzati - la Magnani, Fabrizi - nell'ombra della loro sacralità, avrebbe potuto
rasentare il capolavoro. Purtroppo, "Celluloide" aspira alla coralità tutta
hollywoodiana del film sul gruppo di artisti in lotta contro il mondo per allestire uno
spettacolo; ed il fatto che lo spettacolo in questione sia uno dei film più conosciuti
della storia del cinema rischia di vanificare il progetto stesso, così come era stato per
il "Charlot" di Attenborough, un'operazione destinata a fallire fin dal suo
concepimento .
Raccontare
personaggi veri assurti a mito è possibile ("Amadeus" lo aveva fatto
egregiamente); ma quando i miti sono diventati tali perché sono stati impressi su
pellicola, reimprimerli con i volti nuovi di attori attori pur bravi e coscienziosi,
costituisce un paradosso sul quale il film rischia di infrangersi in ogni scena. Per poter
credere alla Magnani incarnata dalla Sastri lo spettatore è costretto ad accettare,
rinnovandola ad ogni sua apparizione, la convenzione narrativa posta dal film, compiendo
uno sforzo che non viene richiesto nelle scene in cui vede Rossellini, Amidei, il
produttore Amato ed altri personaggi storici diventati leggendari perché stavano dietro
alla macchina da presa, non davanti.
Questa schizofrenia del film si riflette nella sua incoerenza estetica: corretta nelle
scene d'interni tra Ghini e Giannini, la messa in scena di Lizzani si mostra terribilmente
inadeguata quando si tratta di ricostruire un'epoca attraverso l'atmosfera del set o delle
strade della Roma liberata. La povertà plastica di "Celluloide" avrebbe trovato
una valida attenuante nella vergognosa povertà di mezzi che Lizzani giustamente lamenta,
se non ci fosse proprio il cinema di Rosselini a dimostrare che un grande regista può
fare un grande film anche in condizioni proibitive.
Gianguido Spinelli