Tempi Moderni

I film del 1996


CELLULOIDE

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Carlo Lizzani
Soggetto: Ugo Pirro, Furio Scarpelli
Sceneggiatura: Ugo Pirro, Furio Scarpelli, Carlo Lizzani
Fotografia: Giorgio Di Battista
Montaggio: Alberto Gallitti
Scenografia: Luciano Sagoni
Musica: Manuel De Sica
Produzione: Istituto Luce, Dean Film, Production Group, Tele+1, RAI
(ITALIA, 1995)
Durata: 120'
Distribuzione cinematografica: ISTITUTO LUCE
Distribuzione home video: RCS

PERSONAGGI E INTERPRETI

Roberto Rossellini: Massimo Ghini
Sergio Amidei: Giancarlo Giannini
Maria Michi: Anna Falchi
Anna Magnani: Lina Sastri
Peppino Amato: Massimo Dapporto
Aldo Fabrizi: Antonello Fassari
La Contessa: Milva
Tenente americano: Christopher Walken
Jone Tuzi: Francesca Ventura
Federico Fellini: Francesco Siciliano

cellul1.jpg (11074 bytes)"Celluloide" si fonda su un paradosso affascinante: può il cinema confrontarsi con i propri miti ricostruendoli con nuove immagini? E nel caso specifico, può un film diventare lo specchio della lavorazione di un altro film che si proponeva invece di essere lo specchio della realtà extra-cinematografica? Può insomma, il cinema sul cinema parlare del neorealismo?
Che nel raccontare la storia eroica della lavorazione di "Roma, Città aperta", gli autori si siano posti seriamente di fronte a questo dilemma, lo dimostra il prologo di "Celluloide": come se volesse esorcizzare le proprie paure, Lizzani ci presenta gli attori al trucco nei loro camerini, mentre lanciano occhiate sfuggenti ed angosciate alle fotografie dei monumenti che sono chiamati ad incarnare. Massino Ghini si confronta con la fotografia di Rossellini, Lina Sastri guarda di sfuggita quella di Anna Magnani, Giancarlo Giannini osserva quella di Sergio Amidei.
E' il più tranquillo, Giannini: sa che il personaggio che deve interpretare è poco noto, poco visto, poco filmato. Amidei infatti è uno sceneggiatore, e gli sceneggiatori, si sà, rimangono nell'ombra. Ma proprio per questo costituiscono, nei film sul cinema, i personaggi più commoventi, da "Viale del tramonto" in poi. Se quindi "Celluloide" deve la sua parziale riuscita al personaggio di Amidei, non è solo perchè Giancarlo Giannini ci offre la sua migliore interpretazione dopo anni, ma anche perchè il personaggio scritto per lui da Pirro e Scarpelli è inedito, contraddittorio, profondamente sentito dai suoi due colleghi, che nel ricordarlo rendono omaggio alla loro categoria. Ce lo mostrano come il cervello teorico del film, quello che al momento di inventare il finale di "Roma, Città aperta" è capace anche di farne un'analisi estetica; ci dicono attraverso la sua figura che uno sceneggiatore è di fatto un regista potenziale, che ha scelto di non dirigere un film non per lacune tecniche, ma perchè è privo di quella duttilità di carattere che facilita i compromessi artistici e i rapporti personali. Una delle migliori scene è quella in cui lo vediamo goffamente sostituirsi al regista momentaneamente assente, e mettersi a litigare con una delle attrici che è anche la sua fidanzata, rischiando di mandare a monte tutto il film. Questa contraddizione tra la sua coscienza artistica ed il suo cattivo carattere che diventa un freno permanente alla propria creazione è messa in risalto dal personaggio-spalla di Ghini-Rossellini, di cui vengono esaltate, per contrasto, la forza di carattere ed il pragmatismo.
E nel raccontare il binomio regista-sceneggiatore il film dà il meglio di sé, offrendo un utile compendio al dietro le quinte del pur superiore "Effetto notte", nel quale però questo aspetto era paradossalmente ignorato.
Se tutto il film si fosse concentrato su questa trama, lasciando i personaggi più mitizzati - la Magnani, Fabrizi - nell'ombra della loro sacralità, avrebbe potuto rasentare il capolavoro. Purtroppo, "Celluloide" aspira alla coralità tutta hollywoodiana del film sul gruppo di artisti in lotta contro il mondo per allestire uno spettacolo; ed il fatto che lo spettacolo in questione sia uno dei film più conosciuti della storia del cinema rischia di vanificare il progetto stesso, così come era stato per il "Charlot" di Attenborough, un'operazione destinata a fallire fin dal suo concepimento .
cellul2.jpg (10362 bytes)Raccontare personaggi veri assurti a mito è possibile ("Amadeus" lo aveva fatto egregiamente); ma quando i miti sono diventati tali perché sono stati impressi su pellicola, reimprimerli con i volti nuovi di attori attori pur bravi e coscienziosi, costituisce un paradosso sul quale il film rischia di infrangersi in ogni scena. Per poter credere alla Magnani incarnata dalla Sastri lo spettatore è costretto ad accettare, rinnovandola ad ogni sua apparizione, la convenzione narrativa posta dal film, compiendo uno sforzo che non viene richiesto nelle scene in cui vede Rossellini, Amidei, il produttore Amato ed altri personaggi storici diventati leggendari perché stavano dietro alla macchina da presa, non davanti.
Questa schizofrenia del film si riflette nella sua incoerenza estetica: corretta nelle scene d'interni tra Ghini e Giannini, la messa in scena di Lizzani si mostra terribilmente inadeguata quando si tratta di ricostruire un'epoca attraverso l'atmosfera del set o delle strade della Roma liberata. La povertà plastica di "Celluloide" avrebbe trovato una valida attenuante nella vergognosa povertà di mezzi che Lizzani giustamente lamenta, se non ci fosse proprio il cinema di Rosselini a dimostrare che un grande regista può fare un grande film anche in condizioni proibitive.

Gianguido Spinelli