L'ALBERO DI
ANTONIA
(ANTONIA'S LINE)CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Marleen Gorris
Sceneggiatura: Marleen Gorris
Fotografia: Willy Stassen
Montaggio: Michiel Reichwein, Wim Louwrier
Scenografia: Harry Ammerlaan
Musica: Ilona Sekasz
Produzione: Hans De Weers, Antonino Lombardo, Judy Countihan
(OLANDA, 1995)
Durata: 93'
Distribuzione cinematografica: Lucky Red
Distribuzione home video: FOX VIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Antonia: Willeke Van Ammelrooy
Danielle: Els Dottermans
Bas: Jan Decleir
Deedee: Marina De Graaf
Dito Storto: Mil Seghers
Janne: Michael Pas
Thérèse: Verlee Van Overloop
Lara: Elsie De Brauw
Dora Van Der Groen

"L'albero di Antonia" è la storia di un albero genealogico molto
particolare: quello piantato da una donna, Antonia, che torna nel suo villaggio natio dopo
la guerra e vi fonda una famiglia. La figlia di Antonia, Danielle, genera Thérèse e
Thérèse genera Sarah. A questa discendenza naturale, si aggiungono altri personaggi
bizzarri: Willem Lo Scemo, malamente sfruttato dagli altri contadini del villaggio;
Deedee, una ragazza ritardata, selvaggiamente maltrattata dal padre e dal fratello
stupratore; un prete spretato; Letta, una donna permanentemente incinta; Dito Storto, il
filosofo del villaggio, eremita e profondamente pessimista.
Tutti questi personaggi hanno in comune il fatto di essere emarginati dalla retriva
società contadina nella quale vivono; e proprio in virtù della loro diversità entrano a
far parte della famiglia di Antonia, nella quale si realizza la sintesi di un'ideale di
comunità anticonformista, in cui la donna è libera e padrona di se stessa.
Il merito principale di Marleen Gorris, regista olandese al suo quinto lungometraggio, è
di aver realizzato un film femminista servendosi di un genere letterario che è tipico
della cultura patriarcale: la cronaca familiare. Ne "L'albero di Antonia",
infatti, sono assenti le figure del capofamiglia, della moglie e dei figli maschi che
costituiscono solitamente l'asse portante di questo genere letterario e cinematografico.
Il troncone principale dell'albero genealogico di Antonia è composto unicamente da donne.
Gli uomini vengono sistematicamente evacuati dal racconto ed hanno come unica funzione
quella di prestare il loro seme per generare altre donne.
Essi trovano posto nella comunità di Antonia/Marleen Gorris solo se accettano una
posizione subalterna. Ras, un anziano contadino che chiede ad Antonia di sposarlo per
allevare i suoi tre figli maschi, viene accettato solo nei limiti di un rapporto
extramatrimoniale che ha come unico scopo quello di soddisfare i bisogni sessuali della
donna. Il prete spretato viene sedotto da Letta non perché lei desideri un uomo, ma
perché ha bisogno di un uomo per soddisfare il suo continuo desiderio di procreare. Ma
quando Letta muore, l'uomo abbandona il villaggio. E benché lo faccia di sua spontanea
volontà, è difficile non vedere, dietro a questa uscita di scena, la volontà
dell'autrice di evacuare dal suo racconto un uomo che, trovandosi da solo a capo di una
famiglia di dodici figli, potrebbe rappresentare un centro di potere alternativo a quello
occupato di fatto da Antonia.
Dito Storto, l'intellettuale misantropo, ha una funzione educatrice nei confronti della
nipote di Antonia. Quando la ragazza ha ormai raggiunto la piena maturità, anche Dito
Storto viene eliminato. Soprafatto dal proprio pessimismo nei confronti dell'umanità,
egli si uccide. Ma questa scomparsa coincide con il raggiungimento della piena maturità
da parte della sua allieva, e quindi con l'esaurimento della sua funzione di maestro.
A questi uomini via via allontanati dal mondo di Antonia e della Gorris, si aggiungono
altre figure maschili più marginali, tutte negative: il prete cattolico, simbolo di una
religione che ha confinato le donne ad un ruolo subalterno, è trattato come una figura
grottesca e tacciato di collaborazionismo durante la guerra. Pitte, il più anziano dei
figli di una famiglia locale, è uno psicopatico e uno stupratore. Janne, suo fratello, lo
uccide per appropriarsi dell'eredità paterna. Il giovane belloccio di cui la figlia di
Antonia si serve per rimanere incinta, scompare rapidamente dal film dopo aver svolto il
suo compito di inseminazione.
Se abbiamo elencato questi personaggi maschili, è per mettere in risalto le manifeste
intenzioni femministe della regista. Che appaiono tanto più palesi in quanto la sua
cronaca si svolge nel mondo contadino del dopoguerra, un mondo, cioè, che è
l'espressione stessa della società patriarcale, e nel quale la famiglia generata da
Antonia appare come un'utopia. Marleen Gorris ne è cosciente e ricorre ad uno stile da
fiaba per sottolineare come la famiglia di Antonia non rappresenti, purtroppo, il mondo
com'è realmente, ma il mondo come vorrebbe che fosse.
Questo sovvertimento sistematico dei valori maschilisti sui quali ancora oggi si regge la
nostra società conferisce al film una dimensione liberatoria che piacerà al pubblico
femminile e a tutti quelli che combattono la diseguaglianza tra i sessi. Tuttavia, quelli
che credono realmente nell'eguaglianza tra uomo e donna, e quindi amano un cinema in cui i
personaggi maschili e femminili siano trattati con lo stesso amore o lo stesso odio, senza
discriminazione di sesso, non mancherranno di rimanere perplessi di fronte a
"L'albero di Antonia". Che ha il difetto di proporci l'esatto rovescio femminile
del cinema misogino imperante: un cinema senza "nuances" psicologiche, acritico,
senza conflitti interiori, senza contraddizioni, in cui la donna viene idealizzata in
quanto tale e l'uomo emarginato in quanto tale. Alla visione semplicistica di Marleen
Gorris preferiamo la profondità dell'Almodovar de "Il fiore del mio segreto",
che affronta la guerra perenne tra i sessi con la generosità e la compassione di chi ha
capito che l'uomo e la donna sono uniti o separati dagli stessi sentimenti e dalle stesse
contraddizioni.
Gianguido Spinelli