Tempi Moderni

I film del 1995


LO ZIO DI BROOKLYN

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Daniele Ciprì e Franco Maresco
Soggetto: Daniele Ciprì e Franco Maresco
Sceneggiatura: Daniele Ciprì e Franco Maresco
Fotografia: Luca Bigazzi
Scenografia: Enzo Venezia
Montaggio: Jacopo Quadri
Musica: Joe Vitale
Produzione: Galliano Juso per la Digital Film s.r.l
(Italia, 1995)
Durata: 98'
Distribuzione cinematografica: FILMAURO

PERSONAGGI E INTERPRETI

Don Masino: Pippo Agusta
San Polifemo: Francesco Arnao
Il Mago Zoras: Antonino Bruno
Ciccio Gemelli: Rosario Carollo
Paliddu: Luigi Cinà
La Nana: Bruno Di Benedetto
1&degree; Boss Nano: Giuseppe Di Stefano
2&degree; Boss Nano: Ernesto Gattuso

zio1.jpg (7727 bytes)Jean-Luc Godard sostiene che lo spavento degli spettatori di fronte all'arrivo del treno dei fratelli Lumière nella stazione, non fosse dovuto alla paura di essere schiacciati dalla locomotiva, ma al rifiuto inconscio di riconoscersi sullo schermo. Questa interpretazione psicoanalitica dell'illusione cinematografica è discutibile, ma spiega forse in parte la nostra perplessità di fronte all'opera prima di Ciprì e Maresco.
Una doverosa premessa tuttavia: c'è un momento di assoluta genialità ne "Lo zio di Brooklyn". Dopo una buona mezz'ora di film, un uomo in mutande avanza verso la macchina da presa, osserva la sala e si mette a contare gli spettatori, lamentandosi del fatto che sono troppo pochi. A quel punto accade una cosa stupefacente : il proiezionista interrompe il suono per chiedere se è in sala il proprietario di una Fiat Uno parcheggiata in doppia fila. Uno spettatore si alza immediatamente e abbandona la sala in fretta e furia. Torna il suono sullo schermo, e l'uomo in mutande dice: "ora c'è anche uno spettatore in meno".
Incredibile coincidenza o abile trovata dei registi? Mistero. Comunque un sorprendente esempio di cinema interattivo che dimostra come la locomotiva dei fratelli Lumière sia ancora capace di sorprendere.
Non è poco ma è anche l'unica idea geniale in un film che vorrebbe essere geniale dall'inizio alla fine. Che cos'è, quindi, che manca allo "Zio di Brooklyn" per essere veramente innovativo? Quello che manca a tutti i film italiani, di qualsiasi tendenza: il rigore. Ovvero il perseguimento esasperato e permanente, in ogni sequenza, in ogni scena, in ogni inquadratura, della scelta estetica e narrativa che è stata fatta in partenza. E tanto più la scelta di Ciprì e Maresco è estrema, tanto più flagrante appare la sua incompiutezza.
zio2.jpg (6985 bytes)Più che una scelta, quella dei due autori siciliani appare una vera e propria sfida: "Lo zio di Brooklyn" non si limita ad una rappresentazione della Sicilia affrancata dai soliti luoghi comuni - come essi stessi spiegano nel film attraverso la figura di una guida - ma aspira a sovvertire drasticamente tutte le regole conosciute del racconto cinematografico. Dilatando i tempi, manipolando il suono in modo anti-realistico, piantando in scenografie squallide e apocalittiche dei corpi umani aberranti che sembrano sbeffeggiare in ogni scena quell'idea tipicamente Tornatoresca di un cinema fatto di belle facce commoventi e di paesaggi pittoreschi della nostra "bella terra di Sicilia", Ciprì e Maresco mirano in alto. E va riconosciuto il merito della loro ambizione. Tutto ciò che può combattere il male endemico del cinema italiano - il realismo pittoresco - va accolto con favore.
E' quindi un peccato che la loro sfida non sia mantenuta fino in fondo: quello di cui soffre "Lo zio di Brooklyn", paradossalmente, è la mancanza di una struttura narrativa forte e classica, che avrebbe permesso ai due autori di contrabbandare la loro sfida e trasformarla in vero e proprio stile. In assenza di un racconto lineare, il film diventa presto un susseguirsi di sketchs fatti apposta per esibire il virtuosismo dei due registi, e quella che doveva essere sovversione diventa semplicemente provocazione. A voler essere a tutti i costi iconoclasti si finisce per smascherare il proprio gioco, rendendo prevedibile e addirittura banale un film che avrebbe dovuto essere sorprendente in ogni inquadratura. E così le apparizioni sistematiche dell'uomo in mutande che fa del sarcasmo sul film stesso e sulla nullità degli attori, più che autoironia, suonano come un'abdicazione dei due registi di fronte ad un'impresa di cui non si sentono all'altezza.

Gianguido Spinelli