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UNDERGROUND
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Emir Kusturika
Sceneggiatura: Dusan Kovacevic, Emir Kusturika
Fotografia: Vilko Filac
Montaggio: Branka Ceperac
Scenografia: Miljen Kljakovic
Musica: Goran Bregovic
Produzione: Ciby 2000
(Francia,1995)
Durata: 167'
Distribuzione cinematografica: CECCHI GORI GROUP
Distribuzione home video: CECCHI GORI HOME VIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Marko: Miki Manojlovic
Blacky: Lazar Ristovski
Natalja: Mirjana Jokovic
Ivan: Slavko Stimac

In uno storico articolo degli anni sessanta, Jacques Rivette espresse
il suo disprezzo morale per il film di Gillo Pontecorvo, "Kapò", prendendo a
testimone un'inquadratura del film, in cui la morte di un'ebrea contro il filo spinato di
un campo di concentramento veniva rappresentata da un carrello in avanti, un
"recadrage" (muovere la macchina da presa quando il soggetto è fermo) che
smascherava la speculazione estetica che il regista faceva su una tragedia oggettiva. Per
quanto quella tesi possa apparire estremistica agli occhi di chi pretende kantianamente di
separare la morale dall'estetica, io la condivido ancora oggi e ne faccio uno dei miei
criteri principali di giudizio. Almeno fino a quando non verrà smentito il ruolo capitale
che i fautori della Nouvelle Vague hanno avuto nella storia della critica cinematografica,
e che larga parte degli addetti ai lavori continua ad ignorare.
Eppure questo precedente dovrebbe essere preso in considerazione quando si tratta di
viaggiare attraverso due film attuali che, più o meno direttamente, trattano di una
tragedia paragonabile, se non per l'immensità, almeno per la sua natura, alla Shoah:
"Lo sguardo di Ulisse" e "Underground".
Il film di Angelopulos, che ha scelto l'Odissea come archetipo narrativo per svolgere la
sua metafora sui balcani, si conclude con un piano sequenza impressionante, la cui
efficacia cinematografica è pari alla sua ambiguità: la famiglia del conservatore della
cineteca viene massacrata dietro ad un muro fitto di nebbia, in modo tale che lo
spettatore senta solo le voci delle vittime e gli spari dei carnefici. Ma cosa si nasconde
dietro a questa nebbia? Il pudore dell'autore, che evita di mostrare l'evidenza - cioè la
nazionalità serba dei carnefici - per sfuggire alla retorica e universalizzare la
tragedia? Oppure, come legittimamente sostiene Enzo Bettiza sul Corriere della sera, il
rifiuto, dettato dalla tendenza filoserba della cultura greca, di additare con chiarezza i
veri responsabili? Comunque sia, quella scena dimostra quanto il linguaggio
cinematografico - inteso Lubitchianamente come l'arte di alludere invece di mostrare -
applicato ai grandi drammi collettivi, possa trasformarsi in un mezzo di propaganda
potente: perché tutto quello che è lasciato fuori campo può essere letto e recuperato
da chiunque per i propri fini.
Kusturica non si nasconde dietro ad un velo di nebbia. Ricorre anzi ad
una metafora molto più limpida; filma tutto, usando tutti i mezzi dimostrativi che il
cinema mette a disposizione - dalla parabola surreale al documentario, passando per
l'onirismo - offrendo provocatoriamente il petto all'eventuale plotone di esecuzione dei
moralisti pronti a snidare nella sua opera i segni di una qualsiasi contraddizione. Devo
premettere che mi colloco tra questi ultimi, avendo maturato sulla tragedia bosniaca
alcune certezze morali: primo, quando si tratta questo tema (e "Underground",
volente o nolente l'autore, per il solo fatto di essere stato realizzato durante il
conflitto con i mezzi di produzione di una delle parti in causa, è un film su
Sarajevo) quando si tratta questo tema, dicevo, bisogna prendersi la responsabilità di
avere un punto di vista preciso su chi sono le vittime e chi i carnefici: come insegna
Primo Levi, il relativismo morale porta al revisionismo; secondo: le vittime sono le
persone asserragliate nel ghetto (Sarajevo, Srebrenizca, Mostar); terzo: è il punto di
vista di queste ultime che va privilegiato, non di quelle che stanno fuori dal ghetto (e
rimando il lettore alle considerazioni amare rilasciate dall'ex-sceneggiatore di
Kusturica, Abdulah Sitran, cittadino di Sarajevo).
Kusturica ha scelto di raccontare la Storia dal punto di vista dei "cattivi",
come egli stesso definisce i suoi eroi, ma con il preciso intento di seminare il dubbio
sulla loro presunta cattiveria, e per concludere che in questa guerra non ci sono
né
buoni, né cattivi; e quindi che non ci sono né vittime, né carnefici; ma che anzi, i
cattivi sono gli altri.
I due eroi in questione, Marko e Blacky, sono due simpatiche canaglie, innamorati della
stessa donna, Natalija. La loro vita fatta di piccoli traffici illeciti, grandi
ubriacature e scazzottate goliardiche, viene sconvolta dall'invasione tedesca della
primavera del 41. Natalija diventa l'amante e la protetta di un ufficiale nazista, Franz.
Geloso, Blacky la rapisce con un'azione rocambolesca che gli costa la cattura da parte dei
tedeschi. Viene liberato da Marko, ma nel corso della fuga viene ferito gravemente e
nascosto in una cantina che ospita intere famiglie di resistenti scampate agli invasori.
Passano quindici anni. Nella Jugoslavia di Tito, Marko è diventato un potente funzionario
di partito e si è preso la donna dell'amico, dato per morto e celebrato come un martire
della resistenza. In realtà Blacky è vivo e vegeto; ma, abilmente manipolato da Marko,
egli è convinto che la guerra non sia ancora finita e, nascosto nella cantina, si prepara
per la liberazione. Quando, per l'intervento di un deus ex-machina, Blacky esce finalmente
dal sottosuolo e ritorna in superficie, si ritrova nel bel mezzo delle riprese di un film
di propaganda che ricostruisce le sue gesta passate. Scambiando le comparse travestite da
nazisti per i veri tedeschi, Blacky non si renderà mai conto dell'inganno di cui è stato
vittima e continuerà a condurre la sua guerra personale contro i fascisti, a capo di una
milizia serba nella ex-Jugoslavia lacerata dall'attuale conflitto.
Il perno del racconto, la manipolazione di Blacky da parte di Marko, è
indebolito da una significativa incongruenza narrativa: è difficile credere, infatti, che
uno come Blacky, che non ignora il desiderio di Marko per la sua donna, possa accettare
pacificamente di vivere per quindici anni sottoterra senza verificare di persona quello
che succede in superficie. Per rendere credibile la passività del personaggio, Kusturica
aveva la possibilità di inchiodarlo al sottosuolo con menomazioni fisiche conseguenti
alle ferite, ma non lo ha fatto. Il motivo è probabilmente da ricondursi alla volontà
dell'autore di scavalcare una lettura puramente emozionale del racconto e anzi, mettendo a
nudo l'arbitrarietà della convenzione narrativa su cui poggia tutto il suo sistema,
incoraggiare una lettura direttamente cerebrale della sua metafora. Accettiamo il suo
invito e andiamo quindi a leggere quello che ci dice Kusturica sulla Storia col pretesto
della storia.
Il popolo Jugoslavo è stato ingannato per quarantacinque anni da Tito e dai suoi eredi,
che hanno governato agitando lo spauracchio di una imminente guerra contro gli invasori.
Ma quando la vittima dell'inganno esce dal sottosuolo, la realtà che si presenta ai suoi
occhi non è poi tanto diversa della finzione: la Germania è ridiventata un paese ricco e
potente, i manipolatori (Marko e Natalija) guidano una macchina tedesca e si dedicano al
traffico di armi con i croati, con la complicità dei soldati delle Nazioni Unite, i quali
guadagnano sul traffico dei bambini profughi. La paranoia di Blacky trova quindi una
paradossale conferma nei fatti: i "fascisti" di ieri esistono dunque sempre,
nascosti sotto altre spoglie, e sono gli altri: gli europei, i tedeschi, i croati, gli
ex-comunisti convertiti. E Blacky ne esce fuori come un commovente eroe donchisciottesco,
che conduce una guerra forse non giusta, ma senz'altro giustificata: combatte per
ritrovare il figlio scomparso (cresciuto assieme a lui nel sottosuolo e annegato), simbolo
vivente della patria perduta, combatte perché è stato spinto a farlo . Egli ha dalla sua
parte delle motivazioni umane, comprensibili. E' vittima irresponsabile. Le motivazioni
indifendibili, (il profitto, il tradimento subdolo) sono tutte dall'altra parte. E nella
scena finale, in cui Kusturica fa risorgere tutti i suoi personaggi in una riconciliazione
ideale quanto impossibile dei popoli della ex-Jugoslavia, sulla tavola del banchetto
troneggia un maiale (non un montone), un incredibile lapsus che esclude a priori la
presenza di musulmani sull'isola perduta che va alla deriva.
Perversione del cinema, che finisce col manipolare il burattinaio inconsapevole, e
trasforma Kusturica nella vittima di quell'inganno che voleva denunciare. La sua visione
anacronistica e distorta della realtà era forse involontaria. Si dirà che un film non
deve dare risposte e non deve avere certezze, ma porre domande e seminare dubbi rispetto
alla retorica ufficiale. Certamente. Ma le domande di Kusturica sono poste in modo tale da
rendere le risposte implicite; e le sue risposte non sono una visione originale, inedita
della realtà, ma coincidono stranamente con la giustificazione di Milosevic dello
scatenamento della guerra.
Sembra che Kusturica - a cui l'indubbia maestria tecnica e poetica toglie ogni attenuante
- non abbia riflettuto abbastanza sulle conseguenze della sua metafora; e abbia anzi
volutamente sottovalutato la portata ideologica del suo film, attratto narcisisticamente
dall'impatto provocatorio del suo impianto narrativo.
Ma quando si costruisce una finzione attorno ad un incendio che non si è ancora spento,
privilegiare il gusto del "politicamente scorretto" fine a se stesso sulla
responsabilità di quello che si dice, è un peccato altrettanto grave di quell'elegante
"recadrage" sulla vittima del campo di concentramento denunciato a suo tempo da
Rivette.
Gianguido Spinelli |