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SELVAGGI
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Carlo Vanzina
Soggetto e sceneggiatura: Enrico e Carlo Vanzina
Fotografia: Gian Lorenzo Battaglia
Montaggio: Sergio Montanari
Musica: Federico De Robertis
Costumi: Nicoletta Ercole
Scenografia: Tonino Zera
Produzione: Enrico e Carlo Vanzina per la Video 80
(Italia, 1995)
Durata: 95'
PERSONAGGI E INTERPRETI
Bebo: Ezio Greggio
Luigi: Leo Gullotta
Mario: Antonello Fassari
Carlina: Monica Scattini
Cinzia: Cinzia Leone Felice: Emilio Solfrizzi
Marissa: Carmela Vincenti
Cindy: Cash
Linda: Michele Merkin
Jimmy: Franco Oppini

Un gruppo di turisti italiani provenienti dalle più
disparate origini sociali, politiche e regionali, precipita con l'aereo su di un'isola
deserta del Mare dei Caraibi. Si crea così un microcosmo, che per i conflitti e le
incomprensioni, per la testardaggine degli ideali e l'incomunicabilità, rispecchia
l'Italia. E lo fa a tal punto che nonostante la necessità imperante sia quella di
sopravvivere, una volta tratti in salvo i nostri 'eroi', non hanno imparato niente, tutti
fuorché una che ha scoperto la marijuana, sono rimasti sulle loro stupide e limitate
posizioni. Come dice Carlo Vanzina: "Non sono riusciti nemmeno a fare i
selvaggi."
Non male come idea. Poteva essere una bella metafora sul nostro paese. E a vederne non
soltanto i contenuti ma anche la forma, questo film rappresenta in modo allarmante
l'emblema del cinema italiano. Naturalmente a discapito dei fratelli Vanzina. Truffaut
diceva che a un regista di cinema non bisogna mai chiedere cosa abbia voluto dire, ma
piuttosto cosa abbia voluto fare. I fratelli Vanzina possono pensare, come hanno
puntualmente fatto, che quello che conta è il messaggio del loro film, ma questa è mera
illusione. Perché osservando il film, notando le scelte (saranno scelte oppure
condizionamenti?) che sono state fatte, dunque facendo attenzione a quello che è stato
fatto, più che alle parole che ci vengono dette, ecco svelarsi la povertà di questo
film.
Se vi capita di vederlo, osservate come sono disposti sullo schermo i personaggi. Vedrete
che in quasi tutte le scene corali, gli attori parlano tra di loro in favore della
cinepresa. Sono disposti orizzontalmente e parlano tra di loro. Questa è la stessa
disposizione che viene utilizzata in televisione. Non è cinema questo. Poi domandatevi la
ragion d'essere di due personaggi secondari, ma pur sempre importanti: le due modelle
americane. Esiste un motivo che abbia una qualche importanza drammaturgica o che
contribuisca a fare avanzare la storia, che giustifichi la presenza di questi due
personaggi, oltre al fatto che si voleva, si pensava di dovere, mostrare un po' di carne
umana? No. Ezio Greggio e le due veline.
Ora, queste scelte, oltre a tante altre che non starò ad elencare, sono i fatti. Queste
rappresentano il cuore, l'essenza del film. Non le parole. Le parole le sento più tardi,
in una conferenza stampa delirante che dura un'ora e mezza. Il regista, il produttore, e
tutti gli attori stanno di fronte ai loro svogliati giudici: i critici. E tutto quello che
non c'è nel film viene detto a parole. Ognuno ha qualcosa da farsi perdonare, ognuno deve
giustificare il proprio operato. I fratelli Vanzina devono giustificare la mediocrità del
loro film dicendo che sono costretti a fare un cinema commerciale, che lo fanno per potere
fare dei film più belli. Accusano il sistema, fanno le vittime e intanto cercano di
ammaliare i critici con le loro parole. Promettono grandi film, promettono arte. Cinzia
Leone si cimenta in un'arringa dai toni accesi dichiarando che è stufa di sentire dire
che il cinema è invaso dalla televisione. Dice che il cinema non esiste più come entità
separata, che non può più prescindere dalla televisione. Sta naturalmente giustificando
se stessa, la sua origine televisiva. Forse qualche voce maligna ha parlato male di lei.
Ma da qui a dire queste cavolate, da qui a fare dei discorsi impropri sul cinema, a
mischiare due forme di espressione completamente differenti nel linguaggio e nella
finalità, ci passa in mezzo il mare. Lo stesso fa Leo Gullotta. Anche lui deve
giustificarsi. E lo stesso fanno i critici. Nessuno ci ascolta più, le nostre opinioni
non valgono nulla. Dunque non ce ne frega più di nulla.
Insomma siamo tutti vittime. E' colpa del cinema americano, è colpa dei produttori, è
colpa dei distributori, (staranno parlando dei benzinai?), è colpa dello Stato, è colpa
di tutti, all'infuori di noi stessi, povere vittime. Se le cose non stessero così, I
Vanzina farebbero dei grandi capolavori, Leo Gullotta e Cinzia Leone starebbero
nell'Olimpo dei Mastroianni e delle Magnani. I critici avrebbero il potere di un
magistrato di Corte D'Assise. Ma siccome siamo delle vittime possiamo permetterci di
parlare e di sparlare, di non assumerci le nostre responsabilità individuali e
collettive, di non agire insomma. Potessimo spogliarci di tutte queste stupide parole,
potessimo essere un pochino più sinceri con noi stessi, un pochino più selvaggi.
Sebastiano Tecchio |