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PASOLINI - UN
DELITTO ITALIANO CAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Marco Tullio Giordana
Sceneggiatura: Marco Tullio Giordana, Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Fotografia: Franco Lecca
Scenografia: Gianni Silvestri
Montaggio: Cecilia Zanuso
Produzione: Cecchi Gori, Numero 5, Raiuno
(Italia, 1995)
Durata: 110'
Distribuzione cinematografica: Cecchi Gori group
Distribuzione home video: Cecchi Gori Home Video
INTERPRETI
Carlo De Filippi
Nicoletta Braschi
Giulio Scarpati
Ivano Marescotti
Claudio Amendola
Antonello Fassari
 
Diversamente da quanto affermano numerosi critici,
"Pasolini, un delitto italiano" non è il contrario di "JFK" di Oliver
Stone, ma ne costituisce una buona imitazione. "JFK" a sua volta riprendeva e
spingeva al suo parossismo la tecnica di racconto dei film di Costa Gravas.
Il film di Marco Tullio Giordana si inserisce quindi nella tradizione del "thriller
politico" di cui "Z, l'orgia del potere" rimane l'archetipo incontrastato.
Questo non è affatto un demerito. Al contrario, l'onestà con cui Marco Tullio Giordana
riconosce l'esistenza di una tradizione cinematografica di genere, e desideri inserirsi
sulla sua scia, per utilizzarne al meglio le tecniche narrative, è il motivo che fa del
suo "Pasolini" un film quasi riuscito. Sospettiamo tuttavia che la vera mente
creativa si annidi nei cervelli dei due sceneggiatiori, Stefano Rulli e Sandro Petraglia,
che consideriamo oggi i migliori sceneggiatori del cinema italiano. Essi garantiscono ad
ogni film che scrivono, uno standard di struttura, di ritmo e di emozioni primarie molto
elevato, e sanno modificare il loro linguaggio a secondo che si tratti di un film
televisivo o di un'opera cinematografica. Affermare che "Pasolini, un delitto
italiano" sia televisivo è superficiale e sbagliato: il ritmo che Rulli e Petraglia
hanno impresso al film è tipicamente cinematografico; basta paragonarlo alla voluta
lentezza "soaperistica" delle loro Piovre per rendersene conto.
L'altro loro merito è la chiarezza. "Pasolini..." è un film che ha come
obbiettivo principale di fare chiarezza sulla confusione sospetta dell'indagine che seguì
la morte dello scrittore, per aprire la porta ad altre ipotesi sul suo assassinio; e su
questo punto, il film coglie nel segno. Riprendendo la tecnica di "JFK", il film
si apre sulla versione ufficiale, secondo la quale lo scrittore fu ucciso da un solo uomo
per motivi personali; questa versione viene a poco a poco scardinata con la presentazione
delle controprove: gli indizi che la sconfessano, la mancanza di una seria indagine
poliziesca, i moventi di un possibile delitto politico, che gli autori fanno risalire agli
scritti di Pasolini contro il potere e all'epoca storica che il paese attraversava in quel
periodo.
E' soprattutto nella ricostruzione epocale che il film è efficace.
Ricostruire gli anni settanta ha sempre costituito uno scoglio estetico sul quale si sono
infranti numerosi film, non solo italiani. Giordana riesce invece a ricreare l'atmosfera
di quegli anni grazie sopratutto alla scelta delle facce, dei costumi, e del modo di
parlare dei personaggi. A tal punto che le immagini d'archivio in bianco e nero che
vengono spesso inserite nell'azione sembrano la naturale continuità delle scene di
ricostituzione.
Purtroppo, come accade sempre nei film italiani contemporanei, il rigore non viene
mantenuto fino all'ultimo, e il film cade in alcune trappole che ne compromettono la
completa riuscita. Le trappole in questione sono quelle che potremmo definire "il
pathos", ovvero l'abuso di strumenti cinematografici per creare senza sforzo
un'emozione patetica nello spettatore: il ricorso ripetuto alle note di Morricone quando
si accenna alla orrenda morte di Pasolini, la messa in scena della reazione emotiva di
coloro che gli stavano vicino, tolgono al film il pudore necessario ad ogni requisitoria
efficace. L'intenzione di Giordana di trascendere la dimensione di cronaca del suo film
esprimendo il rimpianto per l'enorme perdita subita con la morte del grande intelletuale
è legittima e anzi doverosa. E' un peccato quindi che Giordana non abbia studiato con
maggiore attenzione i suoi modelli (Gavras, Stone), per cercare di far passare questa
emozione senza cadere nella retorica.
Si rimprovera spesso a Oliver Stone di essere manicheo e melodrammatico, ma in
"JFK" il lutto per la figura scomparsa è portato con estrema discrezione,
l'emozione patetica viene inserita solo in alcuni momenti precisi - i momenti "di
riposo" per il pubblico, quando l'accumulazione di informazioni sul complotto diventa
insostenibile per lo spettatore e la sua indignazione raggiunge il culmine - per dilagare
solo nel "climax", al momento della requisitoria finale.
Quello di cui stiamo parlando è l'arte della manipolazione. Il cinema è manipolazione,
manipolazione delle emozioni dello spettatore. Calcolare come e quando bisogna giocare
sulla nota patetica per non abusarne, ragionare sull'economia dell'emozione. Questo
aspetto diventa ancora più importante quando si usa il cinema per difendere una giusta
causa morale e politica. Non è improbabile che Giordana, Rulli e Petraglia, intimiditi
dalla figura di Pasolini al punto di sentirsi in colpa per il solo fatto di dedicargli un
film "commerciale", non abbiano osato applicare alla gestione delle loro
emozioni sul grande uomo quel ragionamento scrupoloso che hanno dimostrato nella
ricostruzione giudiziaria della sua morte.
Gianguido Spinelli |