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L'ODIO
(LA HAINE)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Mathieu Kassovitz
Sceneggiatura: Mathieu Kassovitz
Fotografia: Pierre Aim
Montaggio: Mathieu Kassovitz,
Scott Stevenson
Suono: Vincent Tulli
Prodotto da: Christophe Rossignon
(Francia, 1995)
Durata: 95'
Distribuzione cinematografica: MIKADO
Distribuzione Home video: MONDADORI VIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Vinz: Vincent Cassel
Hubert: Hubert Kounde
Said: Said Taghmaoui
Samir: Karim Belkhadra
Upim: Edouard Montoute
Asterix: François Levantal
Santo: Solo Dicko
Ispettore "Notre Dame": Marc Duret

Quando morì François Truffaut, un critico dei "Cahiers du
cinema" scrisse, con notevole preveggenza: "non ci saranno più, in Francia,
uomini di cinema completi.(...) Saremo ormai, ancora più di prima, alla mercè dei
giovani geni che non durano, degli ossessionati del marchio di stile, dei necro-cinefili,
dei bidoni mediatico-cinematografici, degli entusiasmi sospetti, che raramente raggiungono
le poche traiettorie trascendentali che conosciamo...
Con il suo secondo film, "La haine", Mathieu Kassovitz si conquista un posto di
primo piano in una delle categorie elencate qui sopra, accanto ad altri geni destinati a
non durare, come Leos Carax, Arnaud Deplechin, Eric Rochand, Eric Barbier, Cristian
Vincent, e altri giovani cineasti, ai quali una struttura industriale cinematografica
assai meglio organizzata della nostra fornisce i mezzi adeguati alla realizzazione delle
loro smisurate ambizioni.
Che "La haine" sia un film ambizioso, lo dimostrano le prime immagini: un
cocktail molotov cade sulla terra, mentre una voce fuori campo ci racconta la storia
dell'uomo che precipita dal cinquantesimo piano e che ripete a se stesso mano a mano che
si avvicina all'impatto fatale: "fin'ora, tutto va bene". La stessa storia viene
riproposta alla fine del film, ma questa volta, al posto dell'uomo, si dice: "la
società".
Con questa dichiarazione iniziale, Mathieu Kassovitz annuncia fin dalle prime immagini la
sua intenzione di realizzare un pamphlet sulla caduta irreversibile della Francia, della
società occidentale, forse del mondo intero, distrutto dall'odio, prendendo come pretesto
i disordini scoppiati in una borgata alla periferia di Parigi, in seguito al pestaggio da
parte dei poliziotti di un giovane di origine algerina.
La scelta dei tre protagonisti della storia, un ragazzo di origine algerina, un ebreo e un
nero, rappresentanti quindi di tre minoranze storicamente perseguitate, sembra fatta
apposta per rendere la dimostrazione più esplicita, e vorrebbe sconfessare il principio
(spesso espresso da Truffaut nei suoi film) che per trattare un tema universale bisogna
essere indiretti e raccontare il particolare.
Il Mac Guffin della storia, una pistola di cui si è appropriato uno dei personaggi, che
vuole sfogare la sua rabbia uccidendo un poliziotto, è anche quello, assai emblematico.
In una delle scene chiave del film, per scoraggiare la testa calda dall'usare l'arma,
Kassovitz non esita a far pronunciare ad uno dei suoi personaggi le parole seguenti:
"l'odio porta all'odio", proverbio giusto quanto banale, che però, essendo la
morale stessa del film, non andrebbe mai pronunciato a chiare lettere, ma lasciato
sottinteso.
Per evocare la violenza del mondo in cui viviamo, Kassovitz ricorre ripetutamente,
abusandone, al tipico montaggio ad effetto che consiste nel far sbattere una porta, o far
dare un pugno a qualcuno su un punching ball, e staccare brutalmente sulla scena
successiva con l'aiuto di un suono sordo e subliminale.
Questo stile di transizione è tipico dei film che si basano, come "La haine",
su una costruzione per accumulazione; dove gli avvenimenti, invece di essere concatenati
tra loro da un sistema di causa-effetto diretto, si accumulano gli uni agli altri senza
una vera progressione drammatica. Potendo quindi costruire la storia più liberamente,
senza il diktat del meccanismo narrativo, il regista è costretto a legare le scene tra
loro ricorrendo ad effetti di stile, per mantere artificialmente il ritmo in vita.
Va detto che con un soggetto e con dei personaggi come i suoi - dei
ragazzi di borgata che si annoiano e non hanno uno scopo preciso da raggiungere -
Kassovitz non poteva fare a meno di usare questa forma di narrazione. Il problema, è che
in questo tipo di struttura a forma di cronaca, tutto il peso va sulle singole scene,
quindi sull'inventiva dell'autore. E Kassowitz fatica a mantenere allo stesso livello la
sua inventiva per tutta la durata del film: accanto ad alcuni episodi molto riusciti, come
quello della visita all'amico "schizzato" che vuole giocare alla roulette russa,
ve ne sono altri pù banali o puramente descrittivi.
"Rumble Fish" di Coppola, al quale Kassovitz certamente si ispira, era anche
quello un film costruito per accumulazione; ma la sua forza era dettata dalla forza del
conflitto interno dei personaggi. E in "La haine", malgrado l'indubbia bravura
degli attori, e quindi l'abilità del regista nel dirigerli, i personaggi non sono
tridimensionali: dietro alle loro divergenze attorno all'uso della pistola fatale, non
emerge un conflitto più profondo, legato alla loro psicologia.
Certo, se lo paragoniamo alle produzioni italiane che trattano degli stessi problemi (vedi
i film di Marco Risi o di Ricki Tognazzi), "La haine" ha il merito di avere uno
stile cinematografico deciso, che lo allontana dalla banalità del reportage televisivo.
Ma se lo giudichiamo in assoluto, il film di Kassovitz si presenta come un film
pretenzioso e ingenuo anche se indubbiamente brillante. Un aggettivo che, come
"carino", non avrebbe avuto diritto di cittadinanza ai tempi di Francois
Truffaut.
Gianguido
Spinelli
INTERVISTA A
MATHIEU KASSOVITZ |