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KILLING ZOE
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Roger Avary
Sceneggiatura: Roger Avary
Fotografia: Tom Richmond
Produzione: Lawrence Bender
(USA, 1995)
Durata: 100'
Distribuzione home video: RCS HOME VIDEO
INTERPRETI
Eric Stoltz
Jean Hughes-Anglade
Julie Delpy
Gary Kemp

L'opera prima del co-sceneggiatore di Tarantino ha
una genesi che ci riporta ai tempi della nouvelle vague, vera e propria età dell'oro per
gli esordienti, in cui per fare un film bastava essere coetaneo di Truffaut ed avere a
disposizione un set cinematografico a basso costo. Un bel giorno, Lawrence Bender, il
produttore di Tarantino, annuncia ad Avary che dispone di un'intera banca ad un prezzo
irrisorio per girarvi un film. Avary ha una settimana a disposizione per immaginare una
storia che si ambienti quasi interamente su quel set provvidenziale e non si lascia
sfuggire l'occasione. Nel cinema di genere le equazioni sono molto semplici: banca +
pellicola = rapina; se si moltiplica questa somma per la personalità del co-autore di
Pulp Fiction si ottiene: rapina molto sanguinaria.
"Killing Zoe" è infatti la storia di una rapina, la più sanguinaria che si sia
vista al cinema negli ultimi anni. E' quindi un "gangster movie"; ma è anche un
film a basso costo, e siccome nel cinema le modalità di produzione influiscono sempre
sullo stile di un film, "Killing Zoe" risente molto del suo status di film
americano "indipendente". Ne risente positivamente e negativamente.
I vantaggi della sua indipendenza si colgono nella spregiudicatezza del film rispetto ai
canoni hollywoodiani classici. Dagli anni ottanta in poi, un neo-moralismo imposto
dall'abbassamento generale dell'età degli spettatori e dalla pressione dei gruppi di
potere etnico-religiosi e quant'altro - che dettano ormai legge a Hollywood - ha finito
con lo svuotare il genere thriller dalla sua primordiale vocazione trasgressiva e amorale.
I film di Tarantino e di Avary (ma anche e sopratutto quelli di Abel Ferrara), hanno il
merito di aver restituito al genere la sua dimensione anarchica, e di aver eliminato la
commedia (che serviva a sdrammatizzare e ad anestetizzare la violenza: vedi "Arma
letale" e tutte le produzioni targate Joel Silver), a favore dell'ironia, unico vero
antidoto alla retorica moralistica che si annida dietro ad una rappresentazione violenta
del mondo.
E' soprattutto nell'arte di maneggiare l'ironia nel thriller che va
riconosciuta la maestria di Tarantino. Ed è in questo aspetto che Avary rischia di
superare il maestro. Un esempio: durante la rapina, uno dei malviventi di "Killing
Zoe", si trova alle prese con una cicca di sigaretta che non sa dove spegnere, un
problema quotidiano dei fumatori; e finisce col buttare la sigaretta nella pozza di sangue
lasciata per terra dal cadavere di un ostaggio; questa piccola idea porta in sè il tocco
di stile che ha fatto il successo dei film di Tarantino; ma è nel film di Avary che
quest'ironia trasgressiva viene sfruttata nella maniera più onesta. Lo si vede sopratutto
nei dialoghi "pornografici" tra il protagonista e le poche donne che incontra,
in cui l'autore non ha paura di far pronunciare ai personaggi frasi che fanno apparire le
battute audaci di Joe Estheraz in Basic Instinct come dei discorsi tra bambini che giocano
al dottore. Mentre Tarantino basa la sua irriverenza ironica sul contrasto tra la
banalità dei dialoghi dei suoi personaggi (che è più che altro
"conversazione") e la violenza delle loro azioni, Avary va dritto al punto, con
un'imprudenza che è il segno di una maggiore onestà: quando sono davanti ad un letto,
l'uomo e la donna parlano di perversioni sessuali, quando sono in una banca, i suoi
gangsters parlano di come prendere i soldi e scappare. Quando si drogano, Avary li mette
in uno stato di alterazione reale, palpabile; ed è proprio nella messa in scena del loro
"trip" allucinogeno che Avary eccelle.
La parte migliore del film è infatti quella che racconta la vigilia della rapina vera e
propria, in cui i banditi, invece di andare a dormire presto dopo aver scrupolosamente
rivisto il piano - come fanno tutti i professionisti delle rapine in tutti i films sulle
rapine visti nel passato - vanno a rovinarsi la testa e lo stomaco in uno scantinato che
rievoca ironicamente le "cave" parigine di Saint-Germain, dove un tempo si
ascoltava jazz parlando di esistenzialismo.
L'azione di "Killing Zoe" infatti si svolge nella capitale francese, e l'aver
ambientato questa importante scena in un luogo tipico di tutti i films che parlano di un
americano a Parigi, invece di andare alla ricerca di luoghi moderni, neutri e non
identificabili per aggirarne i clichè (come faceva pigramente Polansky in
"Frantic") è un altro merito di Avary.
Bravo nell'affrontare con ironia i clichè dell'ambientazione e nell'evitare quelli del
genere cinematografico al quale vuole rifarsi, Avary tuttavia si dimostra ancora debole
sul piano della struttura narrativa. Come avviene per i suoi personaggi, il pubblico si
risveglia a poco a poco dal torpore allucinogeno delle droghe e riacquista tutta la sua
lucidità. A quel punto siamo nella banca per assistere alla rapina vera e propria, e la
mancanza di personaggi tridimensionali, l'impossibile empatia col protagonista apatico
(Eric Stolz), l'isteria ripetitiva del "cattivo" (Jean-Hughes Anglade),
l'assenza di antagonisti esterni (i poliziotti che accerchiano la banca non si vedono mai;
interessante partito preso stilistico dovuto all'esiguità dei mezzi, ma che funzionava
meglio in "Reservoir Dogs" perchè lì c'era un vero conflitto interno al
gruppo), tutte queste mancanze ci ricordano che stiamo in fondo assistendo ad un "B
movie" , e ci fanno rimpiangere l'efficace retorica di "Un pomeriggio di un
giorno da cani".
La constatazione che "Killing Zoe", pur non essendo affatto stupido e gratuito,
non regge la durata del lungometraggio, ci porta a riflettere sulla valutazione che
fin'ora è stata data dell'opera di Tarantino e di Avary. Considerarli dei grandi
innovatori del cinema americano è lecito solo se si guarda al panorama desolante degli
ultimi anni. Ma in senso assoluto, essi non hanno ancora dato la prova di essere dei
grandi narratori dello schermo. Il loro universo estetico è ancora fatto di piccoli
tocchi simpatici, di abili trovate narrative, ma è privo di complessità; il loro
rapporto col cinema del passato è quello di irriverenti cinefili, che scherzano sui
classici ma evitano di parlarne seriamente e criticamente perchè non li hanno ancora
assimilati; abili nell'utilizzare la scarsità di mezzi a favore dello stile, (l'unità di
luogo in "Reservoir Dogs", la struttura a episodi in "Pulp Fiction"),
essi non si sono ancora cimentati con una vera struttura narrativa che comporti sviluppo,
conflitto e risoluzione catartica e dia una loro visione morale del mondo e del cinema. Se
li mettiamo fin da ora sull'Olimpo del cinema, quali vette potranno mai ospitare gli
esordi di Martin Scorsese, Brian De Palma o Steven Speilberg?...
Gianguido Spinelli |