Tempi Moderni

I film del 1995


KILLING ZOE

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Roger Avary
Sceneggiatura: Roger Avary
Fotografia: Tom Richmond
Produzione: Lawrence Bender
(USA, 1995)
Durata: 100'
Distribuzione home video: RCS HOME VIDEO

INTERPRETI

Eric Stoltz
Jean Hughes-Anglade
Julie Delpy
Gary Kemp

killzoe1.jpg (9887 bytes)L'opera prima del co-sceneggiatore di Tarantino ha una genesi che ci riporta ai tempi della nouvelle vague, vera e propria età dell'oro per gli esordienti, in cui per fare un film bastava essere coetaneo di Truffaut ed avere a disposizione un set cinematografico a basso costo. Un bel giorno, Lawrence Bender, il produttore di Tarantino, annuncia ad Avary che dispone di un'intera banca ad un prezzo irrisorio per girarvi un film. Avary ha una settimana a disposizione per immaginare una storia che si ambienti quasi interamente su quel set provvidenziale e non si lascia sfuggire l'occasione. Nel cinema di genere le equazioni sono molto semplici: banca + pellicola = rapina; se si moltiplica questa somma per la personalità del co-autore di Pulp Fiction si ottiene: rapina molto sanguinaria.
"Killing Zoe" è infatti la storia di una rapina, la più sanguinaria che si sia vista al cinema negli ultimi anni. E' quindi un "gangster movie"; ma è anche un film a basso costo, e siccome nel cinema le modalità di produzione influiscono sempre sullo stile di un film, "Killing Zoe" risente molto del suo status di film americano "indipendente". Ne risente positivamente e negativamente.
I vantaggi della sua indipendenza si colgono nella spregiudicatezza del film rispetto ai canoni hollywoodiani classici. Dagli anni ottanta in poi, un neo-moralismo imposto dall'abbassamento generale dell'età degli spettatori e dalla pressione dei gruppi di potere etnico-religiosi e quant'altro - che dettano ormai legge a Hollywood - ha finito con lo svuotare il genere thriller dalla sua primordiale vocazione trasgressiva e amorale. I film di Tarantino e di Avary (ma anche e sopratutto quelli di Abel Ferrara), hanno il merito di aver restituito al genere la sua dimensione anarchica, e di aver eliminato la commedia (che serviva a sdrammatizzare e ad anestetizzare la violenza: vedi "Arma letale" e tutte le produzioni targate Joel Silver), a favore dell'ironia, unico vero antidoto alla retorica moralistica che si annida dietro ad una rappresentazione violenta del mondo.
killzoe2.jpg (11502 bytes)E' soprattutto nell'arte di maneggiare l'ironia nel thriller che va riconosciuta la maestria di Tarantino. Ed è in questo aspetto che Avary rischia di superare il maestro. Un esempio: durante la rapina, uno dei malviventi di "Killing Zoe", si trova alle prese con una cicca di sigaretta che non sa dove spegnere, un problema quotidiano dei fumatori; e finisce col buttare la sigaretta nella pozza di sangue lasciata per terra dal cadavere di un ostaggio; questa piccola idea porta in sè il tocco di stile che ha fatto il successo dei film di Tarantino; ma è nel film di Avary che quest'ironia trasgressiva viene sfruttata nella maniera più onesta. Lo si vede sopratutto nei dialoghi "pornografici" tra il protagonista e le poche donne che incontra, in cui l'autore non ha paura di far pronunciare ai personaggi frasi che fanno apparire le battute audaci di Joe Estheraz in Basic Instinct come dei discorsi tra bambini che giocano al dottore. Mentre Tarantino basa la sua irriverenza ironica sul contrasto tra la banalità dei dialoghi dei suoi personaggi (che è più che altro "conversazione") e la violenza delle loro azioni, Avary va dritto al punto, con un'imprudenza che è il segno di una maggiore onestà: quando sono davanti ad un letto, l'uomo e la donna parlano di perversioni sessuali, quando sono in una banca, i suoi gangsters parlano di come prendere i soldi e scappare. Quando si drogano, Avary li mette in uno stato di alterazione reale, palpabile; ed è proprio nella messa in scena del loro "trip" allucinogeno che Avary eccelle.
La parte migliore del film è infatti quella che racconta la vigilia della rapina vera e propria, in cui i banditi, invece di andare a dormire presto dopo aver scrupolosamente rivisto il piano - come fanno tutti i professionisti delle rapine in tutti i films sulle rapine visti nel passato - vanno a rovinarsi la testa e lo stomaco in uno scantinato che rievoca ironicamente le "cave" parigine di Saint-Germain, dove un tempo si ascoltava jazz parlando di esistenzialismo.
L'azione di "Killing Zoe" infatti si svolge nella capitale francese, e l'aver ambientato questa importante scena in un luogo tipico di tutti i films che parlano di un americano a Parigi, invece di andare alla ricerca di luoghi moderni, neutri e non identificabili per aggirarne i clichè (come faceva pigramente Polansky in "Frantic") è un altro merito di Avary.
Bravo nell'affrontare con ironia i clichè dell'ambientazione e nell'evitare quelli del genere cinematografico al quale vuole rifarsi, Avary tuttavia si dimostra ancora debole sul piano della struttura narrativa. Come avviene per i suoi personaggi, il pubblico si risveglia a poco a poco dal torpore allucinogeno delle droghe e riacquista tutta la sua lucidità. A quel punto siamo nella banca per assistere alla rapina vera e propria, e la mancanza di personaggi tridimensionali, l'impossibile empatia col protagonista apatico (Eric Stolz), l'isteria ripetitiva del "cattivo" (Jean-Hughes Anglade), l'assenza di antagonisti esterni (i poliziotti che accerchiano la banca non si vedono mai; interessante partito preso stilistico dovuto all'esiguità dei mezzi, ma che funzionava meglio in "Reservoir Dogs" perchè lì c'era un vero conflitto interno al gruppo), tutte queste mancanze ci ricordano che stiamo in fondo assistendo ad un "B movie" , e ci fanno rimpiangere l'efficace retorica di "Un pomeriggio di un giorno da cani".
La constatazione che "Killing Zoe", pur non essendo affatto stupido e gratuito, non regge la durata del lungometraggio, ci porta a riflettere sulla valutazione che fin'ora è stata data dell'opera di Tarantino e di Avary. Considerarli dei grandi innovatori del cinema americano è lecito solo se si guarda al panorama desolante degli ultimi anni. Ma in senso assoluto, essi non hanno ancora dato la prova di essere dei grandi narratori dello schermo. Il loro universo estetico è ancora fatto di piccoli tocchi simpatici, di abili trovate narrative, ma è privo di complessità; il loro rapporto col cinema del passato è quello di irriverenti cinefili, che scherzano sui classici ma evitano di parlarne seriamente e criticamente perchè non li hanno ancora assimilati; abili nell'utilizzare la scarsità di mezzi a favore dello stile, (l'unità di luogo in "Reservoir Dogs", la struttura a episodi in "Pulp Fiction"), essi non si sono ancora cimentati con una vera struttura narrativa che comporti sviluppo, conflitto e risoluzione catartica e dia una loro visione morale del mondo e del cinema. Se li mettiamo fin da ora sull'Olimpo del cinema, quali vette potranno mai ospitare gli esordi di Martin Scorsese, Brian De Palma o Steven Speilberg?...

Gianguido Spinelli