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L'ISOLA DELL'INGIUSTIZIA
(MURDER IN THE FIRST)
CAST TECNICO-ARTISTICO
Regia: Marc Rocco
Sceneggiatura: Dan Gordon
Fotografia: Fred Murphy
Scenografia: Kirk M. Petruccelli
Montaggio: Russel Livingstone
Costumi: Sylvia Vega Vasquez
Musica: Christopher Young
Produzione: Marc Frydman
(USA, 1995)
Durata: 122'
Distribuzione cinematografica: MEDUSA
Distribuzione home video: MEDUSA
PERSONAGGI E INTERPRETI
James Stamphill: Christian Slater
Henry Young: Kevin Bacon
Guardiano Glenn: Gary Oldman
Mary McCasslin: Embeth Davidtz
Byron Stamphill: Brad Dourif
Giudice Clawson: R. Lee Ermey

Finalmente, un film americano bello, generoso e intelligente nel
desolante panorama di scemi che piu' scemi non si puo' che Hollywood ci sta propinando da
oltre un anno. Il miglior film americano precedente si intitolava "Le ali della
liberta'" (THE SHASHWANK REDEMPTION) ed era anche quello un film
"carcerario"; un altro bel film americano degli ultimi anni, "Pomodori
verdi fritti", era un dramma del profondo sud; i migliori film americani degli ultimi
anni sono stati "Schindler' list", "Carlitos Way" e "Gli
spietati", altri film che trattavano della Storia e di temi "seri". A
questo punto ci sembra che il cinema hollywoodiano debba continuare a seguire la sua
vocazione realistica e umanistica, nella quale puo' ancora dare il meglio di se'; mentre
sul piano del cinema "di genere puro", il thriller, il film d'azione, la
commedia, si sta impantanando nella cialtronaggine piu' bieca. Ma le regole del mercato
sono quelle che sono, e l'industria continuera' a rivolgersi principalmente al pubblico
infantile. Peccato, perche' ormai e' solo nella sua veste "adulta" che il cinema
americano puo' ridiventare grande. Riprendendo la tradizione Warner degli anni trenta e
quaranta, basata su storie vere trattate con realismo, e tralasciando la tradizione Mgm,
che costruiva i film solo su un cast di stelle.
"L'isola dell'ingiustizia" appartiene quindi ad un genere tradizionale ma ormai
minoritario del cinema americano: il film carcerario e il "court-room drama",
abilmente legati tra loro. Il film ricostruisce la storia vera di un processo che si tenne
all'inizio degli anni quaranta, in cui un giovane avvocato, per difendere un carcerato
dall'accusa di omicidio, mise sotto accusa l'intero sistema carcerario americano, ed in
particolare quello della colonia penitenziaria di Alcatraz.
"L'isola dell'ingiustizia" avrebbe potuto essere un grande film, un classico, ma
e' semplicemente un "bel film". Questo e' imputabile principalmente alla regia
del giovane Marc Rocco. Come se volesse far sentire la sua presenza e riappropriarsi con
le sue armi di una sceneggiatura scritta da altri, il regista sceglie uno stile invadente
ed esibizionista che si muove contro la storia. La sua azione di sabotaggio inconscio, e'
palese in una delle scene cruciali del film, quella del primo incontro tra i due
protagonisti: mentre il giovane avvocato cerca faticosamente di comunicare con il suo
cliente catatonico, il farneticante regista muove la sua macchina da presa girando senza
sosta attorno alla gabbia, come se volesse entrare anche lui nel dramma dal quale sembra
escluso, e non si accontentasse semplicemente di metterlo in scena. Cosi' facendo, fa
correre un rischio mortale alla scena: il pubblico, invece di concentrarsi sul dramma dei
due personaggi, inizia a porsi delle domande sulla realizzazione tecnica della scena: come
ha fatto la macchina da presa a superare le sbarre per entrare nella gabbia e poi uscirne?
Piu' volte Rocco cerca di mettersi in mostra, ma per fortuna la storia
e' piu' forte di lui e lo costringe a fermarsi di tanto in tanto per filmare il volto
scavato dell'ottimo Kevin Bacon; e il primo piano di un volto umano, come diceva John
Ford, e' la cosa piu' bella che il cinema puo' offrire. Se il film va apprezzato, non e'
quindi per la sua messa in scena, ma per la sua storia e la sua sceneggiatura. Ed e' di
questa che vogliamo parlare.
Un giovane avvocato (Christian Slater) e' incaricato di difendere un detenuto accusato di
omicidio di primo grado. Il delitto e' avvenuto nel refettorio del carcere di Alcatraz, di
fronte a duecento testimoni. Si tratta quindi di una causa persa. Ma l'idealismo
dell'avvocato lo spingera' ad indagare sulle cause che hanno portato all'omicidio;
scoprira' che esse si celano nelle terribili segrete della prigione, nelle quali
l'imputato e' stato rinchiuso per oltre tre anni, in un completo stato di isolamento.
Costruita con molta abilita', la sceneggiatura anticipa allo spettatore il movente del
delitto nel corso di un lungo prologo, prima di far entrare in scena il personaggio
dell'avvocato. Ispirandosi all'iconografia evangelica del Cristo in croce, il film ci
presenta il carcerato come l'uomo piu' disgraziato della terra, la vittima simbolica di
tutta la malvagita' del mondo. Rinchiuso in una cella senza luce dopo un tentativo di
evasione, torturato fisicamente e psichicamente dal vice direttore del carcere (Gary
Oldman) per oltre tre anni, ridotto ad un ragazzo selvaggio, il carcerato viene
scaraventato improvvisamente nel mondo dei vivi, dove l'unico istinto che lo anima e'
quello di vendicarsi su un altro detenuto, reo di averlo tradito nel corso del tentativo
di evasione.
Lo spettatore e' dunque al corrente del movente del delitto e si e' gia' costruito
mentalmente la sua linea di difesa prima ancora dell'intervento dell'avvocato; tutta
l'attenzione e' rivolta quindi alla reazione di quest'ultimo quando scoprira' quello che
noi gia' sappiamo. Questo sistema di racconto, basato sulla suspence (lo spettatore ne sa
piu' del protagonista) permette di evacuare il falso problema della prevedibilita' della
storia: il punto non e' sempre, in un film, di chiedersi come andra' a finire; in questo
caso, e' perfettamente prevedibile. Quello che conta, e' osservare il processo di
avvicinamento tra due esseri umani, l'avvocato e l'imputato, che hanno la stessa eta', ma
che il caso (o, se preferite, il destino), ha separato crudelmente: il primo, nato in un
ambiente privilegiato, ha avuto una vita facile; il secondo, nato in condizioni di
miseria, non ha mai avuto la possibilita' di scegliere il suo destino.
Il senso di colpa che prova l'avvocato nei confronti del suo alter ego meno fortunato -
che lo spingera' a mettere a repentaglio la sua carriera e i suoi affetti per difenderlo -
e' il vero tema del film. "L'isola dell'ingiustizia" non e' l'ennesimo
documentario su Alcatraz, non e' un film sul trionfo della giustizia in America. Questo e'
solo lo sfondo che permette di far risaltare la vera storia che ci viene raccontata: la
storia di un riscatto.
Questa dimensione morale rende il film molto attuale, in un mondo dove il senso di colpa
della nostra civilta' nei confronti dei popoli disgraziati della terra sta diventando il
sentimento predominante che anima ogni persona di buona volonta'.
In una sequenza di raccordo del film, il protagonista attraversa la strada, lasciando
intravedere alle sue spalle il cartellone di un cinema nel quale si proietta un film di
Frank Capra. La citazione ci sembra alquanto appropriata: "L'isola
dell'ingiustizia", per la sua generosita', naviga dalle parti del grande regista de
"La vita e' meravigliosa".
Gianguido Spinelli |