|
INTERVISTA A MATHIEU KASSOVITZ
Venuto a Roma con due dei suoi attori - Vincent Cassel e
Said... - per accompagnare l'uscita del suo film, "La haine", Mathieu Kassovitz
ha risposto alle domande dei giornalisti nel corso di una conferenza stampa di cui vi
ofriamo il seguente resoconto.
D: Come le è venuta l'idea del film?
K: Tre anni fa, c'è stato un episodio grave a Parigi: un ragazzo di periferia fu
ucciso dalla polizia. Questo fatto mi ha molto colpito e ho pensato che meritasse di
essere raccontato in un film; ho scritto il soggetto e l'ho proposto ad un produttore con
il quale avevo già lavorato fin dai miei cortometraggi; trovare i soldi non è stato
semplice, dato il soggetto e il fatto che il film doveva essere in bianco e nero.
D: Come le è venuta l'idea di realizzare il film in
bianco e nero?
K: Non è stata un'idea iniziale; è venuta a mano a mano che scrivevo a
sceneggiatura; ci siamo resi conto che la storia si costruiva in modo tale da richiamere
il bianco e nero.
D: Come ha scelto gli attori?
K: Li conoscevo già da alcuni anni, siamo amici. Mi piace, quando lavoro ad un
progetto, poterlo pensare assieme ad attori che già conosco: Said era una fonte continua
di ispirazione, Hubert aveva già lavorato con me nel mio film precedente,
"Metisse", Vincent è un'attore già affermato che mi attirava l'idea di fargli
interpretare un personaggio molto diverso da quello che è nella vita.
D: I dialoghi del film sono in "verlan" (un
tipico dialetto parigino, che consiste nel pronunciare le parole al contrario); erano già
molto scritti nella sceneggiatura oppure sono stati improvvisati sul set?
K: Ottanta per cento dei dialoghi erano nella sceneggiatura, che era una
sceneggiatura molto scritta; ma sono stati in gran parte rielaborati con gli attori nella
fase di preparazione; con gli attori abbiamo iniziato a lavorare sei mesi prima delle
riprese; ci vedevamo ogni giorno mentre io scrivevo la sceneggiatura e ne parlavamo; ho
cercato di scrivere la sceneggiatura in modo tale da renderla il più leggibile possibile,
in modo da rendere naturale una certa improvvisazione sul set; non si tratta di dialoghi
alla Shakespeare, non volevo che si sentisse la "recitazione", volevo che
apparissero vivi, naturali e che gli attori potessero appropriarsene liberamente.
V: (Vincent Cassel, attore): Non so come siano venuti
i sottotitoli o la versione doppiata, ma il francese parlato nel film è un francese molto
particolare, molto poco elegante, quello che si parla nella vita di tutti i giorni in
quell'ambiente; non potevamo scrivere una sceneggiatura in quel modo direttamente, perchè
nessuno avrebbe dato i soldi per dei dialoghi scritti così male; Mathieu ha quindi
scritto dei dialoghi leggibili, ad uso dei produttori, poi noi ci abbiamo lavorato sopra;
nelle periferie, si usa parlare un dialetto particolare che viene chiamato "il
verlan", e che consiste nel rovesciare tutte le parole; si parla male; abbiamo
frequentato un pò le periferie per imparare le "finezze" di questo linguaggio;
ma se la sceneggiatura fosse ststa tutta scritta con i dialoghi che appaiono nel film,
sarebbe stata troppo lunga, dato che nel film si parla sempre e sensa sosta.
D: La descrizione così particolareggiara di questo
ambiente delle "banlieus" è frutto di una ricerca approfondita?
K: Said e Hubert sono nati e cresciuti in un quartiere come quello; io e Vincent
siamo invece parigini; ma da tempo siamo stati portati a interessarci e a conoscere questo
ambiente perchè ci interessiamo da sempre di musica "Rap", e quel tipo di
musica, anni fà, era fatto da gente che venia da quei quartieri; è frequentandoli che
abbiamo imparato a conoscere quella realtà; poi ci siamo adattati al quartiere dove
abbiamo girato, ma non abbiamo fatto uno "stage" vero e proprio. Ogni borgata a
Parigi, è diversa dall'altra, quella in cui abbiamo girato a caratterstiche che non sono
per forza generali.
D: L'attualità degli attenati a Parigi rende ancora più
attuale il suo film...
K: Il film non ha nulla a che vedere con quello che succede oggi a Parigi, ne con
la rivolta a Mururoa; noi ci siamo occupati del rapporto tra i giovani e la polizia
cercando di capire come sia possibile oggi che nlla periferia un giovane si sveglia
tranquillo la mattina e vine ucciso la stessa sera da un poliziotto.
D: Avete avuto dei problemi con i giovani della borgata in
cui avete girato, quali sono stati i rapporti con il quartiere?
K: Ci sono stai un pò di problemi all'inizio, per la diffidenza che i media hanno
generato nei giovani di periferia; la televisione in Francia ha fatto dei disastri nel
modo in cui ha coperto le notizie sui disordini in periferia, sempre alla ricerca della
violenza per fare degli scoop; abbiamo dovuto convincerli che il nostro film non aveva
nulla a che fare con i media dell'informazione.
V.C.: Ci siamo sforzati di fare di questa storia un
vero film di cinema e non un documentario; un film dove ci si commuove, dove si ride, dove
ci si appassiona, ecc...; questo implica inevitabilmente una deformazione del reale, ma
nel cinema bisogna trovare un compromesso tra quello che è interessante e quello che è
veridico; questo fa si che possiamo essere accusati di aver fatto un film troppo violento,
o troppo poco violento...
K: Anche se il film fosse stato fatto in uno stile
documentaristico, sarebbe inevitabilmente diverso dalla realtà, come avviene sempre con
la finzione cinematografica.
S. (SAID): Non bisogna dimenticare che la vita e le
abitudini cambiano da periferia a periferia; i codici di base, il linguaggio, sono gli
stessi, ma tutto il resto cambia.
D.: Non teme di suscitare l'odio invece di risolverlo, facendo un film
così pessimista?
K: Quando si fa un film, si pongono delle domande, non risolvono i problemi; io
faccio cinema, non politica; tocca a voi trovare le risposte che il film può suscitare.
Sono venuto qui per parlare del film, non per parlare della situazione politica in
Francia. Ho difficoltà ad esprimermi dialetticamente su questi problemi; ho impiegato due
anni a fare questo film, e tutto quello che avevo da dire, l'ho detto nel film; non c'è
quindi nulla che possa aggiungere ora. Tutto sta nel film. Un film è un film, e rimane
tale; se si vuole fare la politica o la rivoluzione, bisogna avere il coraggio di prendere
le armi, non fare cinema; se un film riesce, oltre a divertire, a far prendere coscienza
aloo spettatore di certe cose, tanto meglio. Cerchiamo di fare un film per divertire,
mettendoci delle idee, una coscienza politica, ma un film non provocherà mai una
rivoluzione; e credo che sia molto pericoloso di chiedere a gente di spettacolo quello che
pensano della politica; sono gli ultimi a cui fare queste domande; se nelle loro canzoni o
nei loro film, mettono il loro pensiero, tanto meglio; ma non sono in grado di dare
risposte politiche; quello è il lavoro dei politici. Nessuno è uscito dal cinema, dopo
aver visto "La haine", con l'intento di voler sparare ad un poliziotto; e se
può accadere, è solo perchè lo aveva già deciso e ha trovato nel film un alibi. Quando
è stato ucciso il ragazzo algerino, nessuno si è mosso: c'erano solo trecento persone a
manifestare per la strada; invece, sono andati a vedere il film in due milioni; e se la
gente si fa commuovere di più dal cinema che dalla realtà, vuol dire che preferisce il
"confort" alla rivoluzione. Non bisogna sopravvalutare il cinema: rimane un
"entertainment" e basta; il cinema è un'industria, non un'arte.
A cura di Gianguido Spinelli |