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CLINT EASTWOOD A ROMA
Giunto a Roma per ricevere il premio della rivista
"Filmcritica" e per promuovere il suo ultimo film, "I ponti di Madison
County", Clint Eastwood ha partecipato a due conferenze stampa; una con i
giornalisti, per la presentazione del film, l'altra con i cinefili, per confrontarsi con
considerazioni più generali sulla sua opera. Abbiamo raccolto le sue dichiarazioni
dividendole per argomenti.
Sergio Leone e l'Italia
Sono ormai passati trentatrè anni dal mio primo arrivo in Italia, dove venni a girare
"Per un pugno di dollari", un film semplice, umile, piccolo, che non aveva
nessuna pretesa di avere successo. Invece le cose sono andate diversamente, la mia
carriera ha avuto inizio qui, ho potuto fare molti film, ed è anche grazie a questo che
mi trovo qui ora. In questo senso mi sono sentito sedotto all'italiana, e questa
sensazione non mi ha mai abbandonato.
Quando ho lavorato per la prima volta con Sergio Leone, io e lui eravamo dei novellini nel
mondo del cinema. Io avevo un'esperienza televisiva alle spalle, lui aveva realizzato un
primo film, "Il colosso di Rodi". Ma aveva la reputazione di essere un regista
molto innovativo. "Per un pugno di dollari" era una coproduzione Italo-Tedesco-
Spagnola a bassissimo costo, e ho potuto osservare come Sergio riusciva a cavarsela
egregriamente con mezzi infimi. La sua arte non era tanto il suono, quanto il lato visivo.
Gli piaceva il cinema di grande spettacolo, i paesaggi sterminati. Era un grande
ammiratore di John Ford e David Lean. Aveva un talento notevole per i campi lunghi e per i
primi piani; o piuttosto su come combinarli tra di loro, in quanto realizzare campi
lunghi, filmare paesaggi vasti può essere facile, così come può essere semplice
realizzare primi piani; ma stabilire il collegamento tra queste due proporzioni
dell'inquandratura è un'arte particolare, nella quale Sergio Leone era un maestro. Da lui
ho imparato soprattutto ad osservare come si lavora in altri paesi oltre agli Stati Uniti,
come uno può realizzare un film in condizioni produttive limitate.
La genesi del progetto
Una mia amica mi consigliò di leggere il romanzo dicendomi che mi vedeva bene nella parte
del fotografo. Quasi contemporaneamente, Kathleen Kennedy (produttrice per la Amblin) mi
chiamò per propormi la parte del fotografo. Lessi quindi il libro, le risposi che ero
interessato a condizione di avere una sceneggiatura a disposizione per poter valutare il
progetto. Cosa che fu fatta. La sceneggiatura mi piacque, e così accettai, come attore,
non come regista. Ci furono vari registi interessati al progetto, che per una ragione o
l'altra se ne allontanarono (Bruce Beresford - Ndr), e così decisi di dirigerlo io
stesso.
Le riprese
"I ponti di Madison County" ha avuto il vantaggio di essere girato in
continuità, coiè rispettando nelle riprese la cronologia della storia.
E' una possibilità raramente offerta in una produzione, ma di cui vale la pena
approfittare quando si presenta l'occasione. In questo caso, la semplicità
dell'organizzazione della produzione, dovuta al fatto che si girava solo in tre ambienti,
ci ha permesso di poter godere di questo privilegio. E' un vantaggio soprattutto per gli
attori.
Clint, eroe romantico
La decisione di interpretare una parte tanto diversa da quelle che mi hanno reso famoso
non è stata fatta a tavolino, per motivi di immagine. L'ho fatto perchè mi piaceva la
storia. Una storia che parla di un uomo e una donna che s'incontrano, diventano amici, poi
amanti, e infine devono decidere se continuare ad essere amanti oppure tornare alla loro
vita di prima. C'erano due scelte possibili, entrambe valide. Il romanzo indicava una
scelta, che abbiamo deciso di rispettare nell'adattamento. Ho sentito che, alla mia età,
ero in grado di interpetare un personaggio semplice in una storia semplice, fatta di
conflitti interiori, dove le persone non muoiono di morte violenta.
Gli "spaghetti western" che ho realizzato negli anni sessanta, così come i film
sull'ispettore Callagan sono lavori che non rinnego, anche se posso provarne nostalgia.
Sono legati ad un periodo importante e divertente della mia vita, ma che non credo possa
ripetersi. Se avessi continuato imperterrito a interpretare unicamente pistoleri o
poliziotti la cui battuta più famosa è "come on, make my day" (nella versione
italiana: "coraggio, fatti ammazzare"), credo che oggi non esisterei, se non
altro dal punto di vista cinematografico. Credo che bisogna essere realisti, e capire che
ci sono periodi in cui si possono fare certe cose, e altri in cui bisogna farne altre.
Un film d'amore sensa delitti passionali
So che ci sono altri modi per risolvere il conflitto d'amore da quello mostrato nel film,
modi più violenti, più definitivi, come il crimine passionale. Ma si tratta di soluzioni
adatte ad altre storie, più legate forse alla generazione attuale, più individualista,
più egoista. Ne "I Ponti di Madison County", la donna decide di non partire con
l'amante, perchè capisce che il suo senso di colpa finirebbe col distruggere il loro
amore, e devo dire che approvo questa decisione. E' anche per questo che mi sono trovato
d'accordo con l'adattamento fatto dallo sceneggiatore, che, a differenza del romanzo,
trattava la storia dal punto di vista della donna, che dei due è il personaggio che vive
il conflitto più forte.
La donna come protagonista
Se ho scelto di raccontare una storia dal punto di vista di una donna non è in virtù di
un mio cambiamente rispetto alle donne. Non l'ho fatto prima solo perchè non mi era mai
capitata l'occasione di avere tra le mani una storia in cui la donna aveva il conflitto
maggiore. Le mie opinioni sulle donne nel cinema sono sempre rimaste le stesse: sono
cresciuto in un periodo, gli anni quaranta, in cui il cinema hollywoodiano concedeva molto
spazio ai personaggi femminili. Il pubblico si spostava per andare a vedere film in cui il
protagonista era una donna. Penso che il cinema si sia indebolito da questo punto di
vista, dando sempre maggior peso al protagonismo maschile. Credo che un personaggio
femminile forte non può che esaltare un personaggio maschile, e viceversa.
Meryl Streep e la recitazione
So che il regista che mi ha preceduto su questo progetto (Bruce Beresford - Ndr) ha
intervistato molte attrici di vari paesi (Italia, Inghilterra, Norvegia, Danimarca) per la
parte che poi è stata di Meryl Streep. Quando sono arrivato sul progetto, ho pensato
subito a Meryl Streep per la parte di Francesca. Non la conoscevo personalmente, anche se
la conideravo una delle migliori attrici americane. Aveva l'età giusta per la parte, e un
aspetto che corrispondeva a quello del personaggio. Non ho quindi avuto dubbi nel
sceglierla. Il che non significa che altre attrici non avrebbero potuto fare altrettanto
bene la parte.
Uno dei vantaggi di poter girare in continuità "I ponti di Madison County" si
è visto proprio nel rapporto che avevo con Meryl Streep. Non la conoscevo bene all'inizio
delle riprese (ci eravamo incontrati prima per parlare dell'aspetto generale del film), e
questa mancanza di familiarità corrispondeva a quella dei personaggi nel film. A mano a
mano che le riprese procedevano, abbiamo imparato a conoscerci meglio, così come accadeva
per i due personaggi che interpretavamo, e questo è andato a favore della recitazione,
della immedesimazione drammatica. Abbiamo quindi deciso di sfruttare questa mancanza di
familiarità e il successivo affiatamento per la recitazione. Infatti, non penso che
recitare sia un lavoro puramente intelletuale, cerebrale. Dò molto spazio all'istinto.
Certo, è importante avere tecnica, ma mi piace molto basarmi sulla spontaneità
dell'attore. Penso che il lavoro dell'attore debba basarsi essenzialmente sull'emotività.
Se si incominca con l'intelletualizzare tutto, va a finire che l'istinto dell'attore viene
represso e mortificato. Meryl Streep era molto preparata, è un'attrice estremamente
professionale. Siamo diventati molto amici e ho imparato a stimarla, non solo
professionalmente.
Una donna italiana
Il personaggio di Meryl Streep, Francesca, è quello di una donna di origine italiana.
Abbiamo preso in considerazione questo aspetto, lo sceneggiatore stesso (Richard
LaGravenese) essendo di origine italiana, vi ha contribuito; ma non abbiamo potuto
utilizzare più di tanto l'italianità di Francesca, prima di tutto perchè è una donna
che vive negli Stati Uniti da venticinque anni, e poi perchè in un film, non si possono
descrivere tutti gli aspetti di un personaggio, ma si deve prendere in considerazione solo
le sue azioni relative al conflitto principale.
Una scelta sincera
Non realizzo mai un film pensando al suo esito commerciale o artistico. Lo realizzo
perchè riesco a visualizzare una storia che mi piace; lavoro pensando unicamente al
materiale drammatico che devo trattare, ma mai all'accoglienza che potrebbe o dovrebbe
suscitare il film. Quando si pensa a questo, si fallisce sempre. Perchè il modo in cui un
film è accolto dal pubblico sfugge completamente al controllo di chi lo realizza. Bisogna
realizzare il film e poi consegnarlo nelle mani dello spettatore, che ne farà quello che
vuole. Da quel momento in poi, si perde ogni controllo sull'opera.
Il mestiere del produttore
Dopo un certo numero di anni, ho capito alcune cose sul cinema, che potevo trasmettere ad
altri registi più giovani e meno esperti. Per questo sono diventato produttore. Il
compito del produttore non è certo divertente come quello del regista o dell'attore. E'
un lavoro di gestione aziendale. Si tratta di organizzare la produzione, di controllare
che il budget messo a disposizione dallo studio (Warner Bros - Ndr) non venga superato, di
assicurare il buon esito del film; si tratta soprattutto di incoraggiare il regista e
tutti coloro che lavorano al film. In questo momento, la mia compagnia di produzione, la
"Malpaso", sta producendo un film con Robert Duvall che si svolge durante il
periodo della depressione in Texas, attorno ai pozzi di petrolio.
Il Festival di Venezia
Pensavo che presentare un film ("Gli spietati"- "Unforgiven") in cui
tornavo alle origini western dei miei inizi con Sergio Leone, e che per di più era
dedicato al regista italiano, sarebbe stato interessante in un festival italiano. Ma non
nutro alcuna animosità nei confronti di chi ha deciso di non prenderlo. Credo che ognuno
abbia la sua opinione, e ognuno sia libero di decidere come vuole. Quello che conta per me
è che il film abbia funzionato in tutto il mondo, che abbia avuto una buona carriera. Lo
ripeto, non nutro nessun rancore nei confronti di chi ha preso quella decisione. Questa è
la vita...
I film degli altri
Quando vedo un bel film al cinema non mi sento mai scoraggiato. Anzi, trovo che un bel
film non può che avere l'effetto di incoraggiare a migliorarsi.
I migliori film della mia vita
Molte volte mi si chiede qual'è tra i film che ho fatto, quello che preferisco. Io non so
rispondere a questa domanda. Non riesco ad essere oggettivo sul mio lavoro; credo che sia
più facile per gli spettatori. Potrei dire che i miei western migliori siano "Il
texano dagli occhi di ghiaccio" ("The Outlaw Josey Wales") o "Gli
spietati" ("Unforgiven"); che considero "Honkytonk man" un film
particolarmente riuscito; che "Bronco Billy" sia un film innovativo; ma non
posso seriamente stabilire una graduatoria, anche perchè non ho rivisto da tempo molti
dei miei films, e quindi non so se ancora reggono il tempo. Il coinvolgimento nel quale ci
si trova implicati ventiquattro ore al giorno in un film quando lo si realizza non
permette di vederlo e giudicarlo oggettivamente; è quindi giusto che a film finito, lo si
lasci nelle mani dello spettatore, che è l'unico a poterlo giudicare. Quando ripenso ad
un mio film, non riesco a vederlo nella sua interezza, è come congelato nella mia
memoria; ne vedo solo degli stralci, quindi non posso valutarlo complessivamente.
"Bird"
Considero senz'altro "Bird" come uno dei miei film migliori come regista,
e conservo della lavorazione un'ottimo ricordo: c'erano molti attori giovani ed
entusiasti, così come lo erano stati i jazzisti che essi interpretavano. Ho avuto il
privilegio da ragazzo di assistere ad alcuni concerti di Charlie Parker; non ho mai capito
da dove venisse il suo senso di rivolta, ma sono in grado di interpretare questo senso di
autodistruzione dell'artista. Anche in "Honkytonk man" avevo trattato questo
tema, ma lì il musicista non aveva certo il talento di Charlie Parker. Il tema
dell'autodistruzione dell'artista è comunque qualcosa che mi affascina in quanto lo
considero un mistero; il musicista di "Honkytonk man" è probabilmente qualcuno
che ha paura di poter avere successo. Charlie Parker qualcuno che non sopporta l'idea di
averne.
Il montaggio
Non costruisco mai il ritmo dei miei film al montaggio. Lo faccio nella fase delle
riprese. Mentre giro, cerco di trovare ed imprimere il giusto ritmo. So che alcuni registi
girano con l'idea di poter recuperare il film al montaggio. Ma questo li induce ad un
montaggio difensivo, e non costruttivo. Questo metodo comunque non mi si addice. Per
questo la durata del montaggio dei miei film è sempre molto breve: una settimana per
"Play Misty for me" per sei settimane di lavorazione, seguita da un mese di
post-produzione; un mese per "I ponti di Madison County", compresa la
post-produzione, perchè ho per la prima volta montato con il sistema "Avid" che
permette di fare anche il montaggio del suono e della musica.
La musica
Ho sempre dato un'importanza primordiale alla musica nei miei film. Non solo quella che
ascoltano o suonano i personaggi ("Bird", "Honkytonk man") ma anche la
partitura originale composta per il film: penso che il suo utilizzo debba essere fatto con
molta attenzione. Se la musica è troppo presente, rischia di trasformarsi in una sorta di
lavaggio del cervello per lo spettatore e vanificare ogni emozione.
Carmel
Sono nato a San Francisco e fin da ragazzo mi sono innamorato del posto in cui vivo ora
(Big Sur, Carmel); mi ero da sempre proposto di andarci a vivere un giorno, non appena
avrei fatto qualche soldo. Conosco la reputazione del luogo, per aver ospitato grandi
scrittori, da Jack London a Kerouac, ma non è questa la ragione che mi ha spinto a
sceglierlo. Mi piaceva il paesaggio.
La "beat-generation"
Non mi sono mai potuto immedesimare con la "beat-generation", quella di Kerouac
per intenderci. Sarà perchè sono cresciuto negli anni della depressione e i miei
genitori mi hanno inculcato che se non si lavora non si ottiene niente dalla vita. Una
lezione che sono però felice di aver imparato. Mi sento quindi distante da una
generazione che forse perchè cresciuta in un contesto più privilegiato, ha potuto
coltivare sentimenti di ribellione.
Roma, 16 settembre 1995
Dichiarazioni raccolte da Gianguido Spinelli |