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INTERVISTA A THEO ANGELOPOULOS
e
HARVEY KEITEL
Théo Angelopoulos è venuto a Roma in occasione
dell'uscita italiana del suo ultimo film "Lo sguardo di Ulisse", in compagnia
del suo protagonista, Harvey Keitel. Vi offriamo un resoconto della loro breve conferenza
stampa. Va ricordato che "Lo sguardo di Ulisse" ha ottenuto al festival di
Cannes nello scorso maggio il premio speciale della giuria, con la quale Angelopoulos non
ha esitato a polemizzare per non essere stato consacrato con la Palma d'oro, concessa
invece ad un altro film monumentale sui balcani, "Underground" di Emir
Kusturika. L'incontro con la stampa italiana è stata anche un'occasione per rendere
omaggio a GianMaria Volontè, attore prescelto da Angelopoulos per la parte del
conservatore della cineteca, venuto a mancare durante le riprese e rimpiazzato da Erland
Josephson.
THEO ANGELOPOULOS
Su Gian Maria Volontè: Molte volte ho desiderato
lavorare con lui; una volta eravamo a due passi dal farlo, ma pretese contrattuali del suo
agente che non potevano essere accolte ce lo hanno impedito. Io e Volontè siamo della
stessa generazione, abbiamo percorsi politici e artistici molto simili. Credo che il suo
contributo sarebbe stato fondamentale per il film. Volontè si era preparato da tempo a
quella parte e avrebbe dato al film una sua impronta personale. Ma stimo molto Erland
Josephson, un grande attore.
Sul suo stile: Non giro in piani sequenza per
contrastare la televisione. Questo tipo di conflitto tra cinema e televisione non esisteva
all'epoca in cui ho introdotto questo mio stile di ripresa, venticinque anni fà. Ho
semplicemente sperimentato questo stile nel mio primo film, l'ho trovato congeniale al mio
modo di fare cinema, e da allora, non l'ho più abbandonato. So che il cinema di oggi si
basa su un ritmo più veloce, so che gli spettatori possono non seguirmi. Ma ormai sono
troppo vecchio per cambiare.
Sul mito di Ulisse: Il mio film non pretende essere
una trasposizione dell'Odissea, mi sono preso molte libertà rispetto a Omero. Il mio film
si basa piuttosto sul mito di Ulisse come eterno viaggiatore. Alla fine del film, il
monologo del protagonista evoca l'idea del ritorno, del Nostos. Il viaggio non ha mai
fine.
Sul Marxismo: Nel mio film, si vede una grande statua
di Lenin che viene rimandata in Germania. Non è un caso che la sua destinazione sia
proprio quel paese: la Germania è il paese dove è nato il marxismo, a sua volta
influenzato da Hegel.
Sulla guerra in Bosnia: Spero che la tregua sia
definitiva, ma quelli come me che hanno ormai vissuto a lungo in questa regione del mondo,
non osano farsi più troppe illusioni. Sanno che la situazione può degenerare da un
momento all'altro.
HARVEY KEITEL
Su Gian Maria Volontè: Abbiamo lavorato assieme nelle
sequenze girate a Mostar (che doveva figurare come Sarayevo, dove è stato impossibile
girare). Mi ricordo di un episodio: giravamo la scena in cui io e il conservatore della
cineteca corriamo attraverso la città, per evitare i cecchini, con due pesanti taniche
d'acqua. La scena viene ripetuta varie volte. Mi accorgo che Volontè non è in una buona
forma fisica (era già malato) e gli chiedo di lasciarmi trasportare da solo le due
taniche per evitare che si affatichi. Lui rifiuta categoricamente, vuole portare il peso
della parte tutto sulle sue spalle. E' una scena che non dimenticherò facilmente.
Sulla sua esperienza in un film di Angelopoulos:
Il cinema di Angelopoulos, fatto di piani sequenza, si avvicina più di tutti gli altri in
cui ho lavorato, alla mia esperienza teatrale. Con lui posso lavorare in continuità, per
un attore è gratificante. Non caratterizzerei la mia presenza in questo film come quella
di un attore di Brooklynn che si ritrova in un fim d'autore tra le macerie dell'europa in
guerra. Oltre ad essere un attore americano, sono anche padre di una bambina, e come padre
mi preoccupo da tempo dello stato del mondo. Sono già stato personalmente a Sarayevo, con
altri attori tra cui Vanessa Redgrave. Di quel posto mi ha sempre impressionato la
capacità della gente di sopravvivere e di continuare, malgrado le condizioni estreme, a
creare. Mentre giravamo a Mostar, mi ricordo di una ragazzina che un giorno mi ha chiesto
di seguirla tra le rovine della città bombardata, per mostrarmi, in un palazzo diroccato,
una stanza arredata con delle sedie e un piccolo palcoscenico: era il suo teatro
personale, che aveva creato tra le macerie della guerra...
a cura di Gianguido Spinelli |