Tempi Moderni

Interviste


INTERVISTA A THEO ANGELOPOULOS
e
HARVEY KEITEL

ulisse1.jpg (9551 bytes)Théo Angelopoulos è venuto a Roma in occasione dell'uscita italiana del suo ultimo film "Lo sguardo di Ulisse", in compagnia del suo protagonista, Harvey Keitel. Vi offriamo un resoconto della loro breve conferenza stampa. Va ricordato che "Lo sguardo di Ulisse" ha ottenuto al festival di Cannes nello scorso maggio il premio speciale della giuria, con la quale Angelopoulos non ha esitato a polemizzare per non essere stato consacrato con la Palma d'oro, concessa invece ad un altro film monumentale sui balcani, "Underground" di Emir Kusturika. L'incontro con la stampa italiana è stata anche un'occasione per rendere omaggio a GianMaria Volontè, attore prescelto da Angelopoulos per la parte del conservatore della cineteca, venuto a mancare durante le riprese e rimpiazzato da Erland Josephson.

THEO ANGELOPOULOS

Su Gian Maria Volontè: Molte volte ho desiderato lavorare con lui; una volta eravamo a due passi dal farlo, ma pretese contrattuali del suo agente che non potevano essere accolte ce lo hanno impedito. Io e Volontè siamo della stessa generazione, abbiamo percorsi politici e artistici molto simili. Credo che il suo contributo sarebbe stato fondamentale per il film. Volontè si era preparato da tempo a quella parte e avrebbe dato al film una sua impronta personale. Ma stimo molto Erland Josephson, un grande attore.

Sul suo stile: Non giro in piani sequenza per contrastare la televisione. Questo tipo di conflitto tra cinema e televisione non esisteva all'epoca in cui ho introdotto questo mio stile di ripresa, venticinque anni fà. Ho semplicemente sperimentato questo stile nel mio primo film, l'ho trovato congeniale al mio modo di fare cinema, e da allora, non l'ho più abbandonato. So che il cinema di oggi si basa su un ritmo più veloce, so che gli spettatori possono non seguirmi. Ma ormai sono troppo vecchio per cambiare.

Sul mito di Ulisse: Il mio film non pretende essere una trasposizione dell'Odissea, mi sono preso molte libertà rispetto a Omero. Il mio film si basa piuttosto sul mito di Ulisse come eterno viaggiatore. Alla fine del film, il monologo del protagonista evoca l'idea del ritorno, del Nostos. Il viaggio non ha mai fine.

Sul Marxismo: Nel mio film, si vede una grande statua di Lenin che viene rimandata in Germania. Non è un caso che la sua destinazione sia proprio quel paese: la Germania è il paese dove è nato il marxismo, a sua volta influenzato da Hegel.

Sulla guerra in Bosnia: Spero che la tregua sia definitiva, ma quelli come me che hanno ormai vissuto a lungo in questa regione del mondo, non osano farsi più troppe illusioni. Sanno che la situazione può degenerare da un momento all'altro.

HARVEY KEITEL

Su Gian Maria Volontè: Abbiamo lavorato assieme nelle sequenze girate a Mostar (che doveva figurare come Sarayevo, dove è stato impossibile girare). Mi ricordo di un episodio: giravamo la scena in cui io e il conservatore della cineteca corriamo attraverso la città, per evitare i cecchini, con due pesanti taniche d'acqua. La scena viene ripetuta varie volte. Mi accorgo che Volontè non è in una buona forma fisica (era già malato) e gli chiedo di lasciarmi trasportare da solo le due taniche per evitare che si affatichi. Lui rifiuta categoricamente, vuole portare il peso della parte tutto sulle sue spalle. E' una scena che non dimenticherò facilmente.

ulisse2.jpg (8565 bytes)Sulla sua esperienza in un film di Angelopoulos: Il cinema di Angelopoulos, fatto di piani sequenza, si avvicina più di tutti gli altri in cui ho lavorato, alla mia esperienza teatrale. Con lui posso lavorare in continuità, per un attore è gratificante. Non caratterizzerei la mia presenza in questo film come quella di un attore di Brooklynn che si ritrova in un fim d'autore tra le macerie dell'europa in guerra. Oltre ad essere un attore americano, sono anche padre di una bambina, e come padre mi preoccupo da tempo dello stato del mondo. Sono già stato personalmente a Sarayevo, con altri attori tra cui Vanessa Redgrave. Di quel posto mi ha sempre impressionato la capacità della gente di sopravvivere e di continuare, malgrado le condizioni estreme, a creare. Mentre giravamo a Mostar, mi ricordo di una ragazzina che un giorno mi ha chiesto di seguirla tra le rovine della città bombardata, per mostrarmi, in un palazzo diroccato, una stanza arredata con delle sedie e un piccolo palcoscenico: era il suo teatro personale, che aveva creato tra le macerie della guerra...

a cura di Gianguido Spinelli