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NEL BEL MEZZO DI UN GELIDO INVERNO
(IN THE BLEAK MIDWINTER)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia e sceneggiatura: Ken Branagh
Produttore: David Barron
Produttori associati: Iona Price, Tamar Thomas
Fotografia: Roger Lanser
Scenografo: Tim Harvey
Musiche: Jimmy Yuill
Costumi: Caroline Harris
(England, 1995)
Durata: 100'
Distribuzione cinematografica: MEDUSA
Distribuzione home video: MEDUSA VIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Joe Harper: Michael Maloney
Henry Wakefield: Richard Briers
Vernon Spatch: Mark Hadfield
Tom Newman: Nick Farrell
Carnforth Greville: Gerard Horan
Terry Du Bois: John Sessions
Margaretta D'Arcy: Joan Collins

"Why must the show go on" , perché deve
continuare lo spettacolo? Questo è il titolo di una delle canzoni che Kenneth Branagh ha
scelto come commento musicale al suo ultimo film. Perché questa antica e nobile forma
d'arte chiamata teatro deve continuare ad esistere se ha perduto i favori di un pubblico
'ingrato', perduto la sua funzione sociale e culturale? Allestire uno spettacolo di teatro
oggi giorno, con tutte le difficoltà ed i sacrifici che comporta è veramente un'impresa
improba. E allora perché continuare a fare teatro?
E' quello che Branagh cerca di spiegarci in questo film a basso costo che racconta le
vicende di Joe, un attore frustrato che non lavora da quasi un anno. Joe decide di
autofinanziare l'allestimento di un'edizione di 'Amleto', durante le imminenti vacanze
natalizie. Sarà lui stesso ad interpretare la parte del principe danese. Dopo aver messo
su il bizzarro cast di sei attori altrettanto frustrati che insieme ricopriranno i 24
ruoli della grande tragedia di Shakespeare, Joe li conduce nel paesino di Hope (speranza)
dove 'Amleto' sarà allestito in una chiesa. Portando il teatro in questa comunità di
"tele-dipendenti", Joe spera di persuaderli a uscire dalle loro 'tane', per
valorizzare la chiesa abbandonata e salvare la propria anima. Ce la farà Joe a
raggiungere il suo scopo in mezzo alle mille difficoltà che sono poi le stesse che molte
compagnie teatrali d'oggi affrontano - la mancanza di tempo per le prove, gli scontri
caratteriali dei capricciosi attori, la mancanza di soldi?
Questo soggetto sul dietro le quinte di uno spettacolo viene messo in scena da Branagh con
uno stile tipicamente britannico, pieno di ironia, con dei personaggi costruiti
sapientemente sempre pronti alla battuta brillante. La scelta di
girare in un bianco e nero da altri tempi, da commedia di Ealing è giustificata dal
desiderio di Branagh di suscitare una visione nostalgica del teatro. In oltre l'unità di
luogo - il film si svolge quasi per intero dentro alla chiesa - evoca, per quanto il
cinema possa fare, l'atmosfera che c'è dietro alle quinte di uno spettacolo di teatro. E'
una buona sceneggiatura questa, che sa divertire e a tratti commuovere, costruita senza
particolari tocchi di grande inventiva, ma comunque coerente con i propositi iniziali,
senza intoppi o salti drammaturgici. Ed è anche buona la messa in scena, semplice, non
ostentata, e rafforzata da un cast di attori (tutti naturalmente provenienti dal teatro)
sconosciuti al pubblico d'oltre Manica, ma di altissima qualità tecnica. Insomma, un buon
lavoro, a nostro avviso il più riuscito dell'opera finora discutibile di Kenneth Branagh.
C'è un 'ma' tuttavia. Non sempre basta una buona sceneggiatura per fare di un film un
buon film. E neanche una buona regia. E neanche dei buoni attori. Malgrado gli
apprezzamenti fatti fin qui, noi non consigliamo questo film a coloro che veramente amano
il teatro. Perché la visione romantica che ha Branagh del teatro è una visione effimera,
da osservatore esterno (sembra un controsenso), da colui che del teatro ama l'odore del
legno stagionato degli antichi palcoscenici, dei costumi un po' ammuffiti dal tempo e
dall'umidità. E' la visione di chi pensa che la 'magia' del teatro sia qualcosa di
misterioso, il frutto di chissà quale alchimia e non tanto della profonda ricerca, della
necessaria conoscenza di un linguaggio espressivo e formale che sono poi gli unici
elementi reali che possono rendere uno spettacolo grande e perché no, magico. Peter
Brook, Grotowski, Kantor, e altri ancora ci hanno mostrato con la loro opera, con una vita
intera dedicata alla ricerca teatrale, la natura immortale del teatro, e la complessità
del linguaggio teatrale. E dunque quanto sia superficiale la visione romantica, estetica,
di Branagh.
E' inoltre interessante notare come Branagh abbia insertito nella sceneggiatura la
'minaccia' del grande cinema Hollywoodiano, rappresentata da una prodruttrice insensibile
ed avida quali solo gli stereotipi riescono ad essere, che rischia, con le sue offerte di
ingaggi miliardari, di sottrarre Joe-Amleto al resto della compagnia. La vita dell'attore
è dura, sembra dirci Branagh: se potesse farebbe teatro, ma essendo il teatro un pezzo di
antiquariato, è costretto a fare il cinema. Strano che lo dica un attore-regista che non
solo fa cinema, ma che l'ha fatto per alcuni anni a Hollywood. Strano che semplifichi i
problemi del teatro con l'avvento del cinema. Il cinema d'altro canto può puntare il dito
sulla televisione. La televisione tra qualche anno su Internet. Internet chissà su chi...
Il cinema che compatisce il teatro sa di cattivo gusto e non aiuta di certo il teatro.
Lasciamo il teatro al teatro e il cinema al cinema, in una convivenza fraterna, nel giusto
e sacrosanto rispetto della differenze.
Lo spettacolo deve continuare, è questa la condivisibile 'morale' del film, perché il
teatro è una delle maggiori rappresentazioni della vita, perché è uno specchio della
nostra vita, dei nostri tempi, e dunque illumina noi che lo guardiamo e coloro che lo
fanno.
Lasciamo che lo spettacolo continui...
Sebastiano Tecchio
Intervista a Ken Branagh a
cura di Sandra Bordigoni |