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IL PRIMO CAVALIERE
(FIRST KNIGHT)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Jerry Zucker
Soggetto: Lorne Cameron, David Hoselton, William Nicholson
Sceneggiatura: William Nicholson
Fotografia: Adam Greenberg
Scenografia: John Box
Montaggio: Walter Murch
Musica: Jerry Goldsmith
Produzione: Jerry Zucker e Hunt Lowry
(USA, 1995)
Durata: 112'
Distribuzione cinematografica: COLUMBIA
Distribuzione home video: COLUMBIA TRISTAR home video.
PERSONAGGI ED INTERPRETI
Artu': Sean Connery
Lancillotto: Richard Gere
Ginevra: Julia Ormond
Malagrant: Ben Cross

La cosa che più colpisce di "First Knight"
è la sua serietà. L'autore di questa ennesima trasposizione cinematografica dei
cavalieri della tavola rotonda è lo stesso Jerry Zucker di "Airplane" e
"Naked gun", classici della comicità demenziale, ma il suo ultimo film è
maledettamente serio, o, per essere più precisi, serioso.
La sua visione del conflitto di re Artù, Lancillotto e Ginevra è completamente priva di
ironia. Per ironia non intendiamo l'introduzione di elementi di commedia nel dramma - che
pure era uno dei pregi di alcuni classici del cinema d'avventura hollywoodiano che il
maestro delle parodie deve ben conoscere, come il "Robin Hood" con Errol Flynn o
"I tre moschettieri" con Gene Kelly - ma l'introduzione nel dramma di elementi
paradossali, di ritmo, e soprattutto, l'assenza di pathos. "First Knight" è un
film prevedibile nello svolgimento dei suoi conflitti, lento, e melodrammatico.
Siccome Jerry Zucker non è uno stupido, supponiamo che queste caratteristiche siano
volute e calcolate. Zucker non vuole che ci si diverta troppo nel suo film, per lasciare
emergere il suo aspetto metaforico. Una metafora politica sul pericolo che rappresentano
le passioni umane per l'interesse generale. Quest'ultimo è rappresentato da Camelot, il
regno di Artù, realizzazione delle utopie di giustizia e di tolleranza, la cui esistenza
è messa a dura prova dal triangolo amoroso tra Ginevra, Artù e Lancillotto. I tre
personaggi rappresentano tre atteggiamenti distinti dell'uomo rispetto alla politica:
Artù è l'uomo di stato, che ama Ginevra ma è pronto a sacrificarla per ragion di stato,
Ginevra è divisa tra le sue responsabilità di governante e l'egoismo del suo amore,
Lancillotto è un qualunquista che ha smesso da tempo di credere negli ideali di un mondo
migliore. La sua "back-story", che giustifica questo pessimismo, è stilizzata
in modo tale da evocare conflitti moderni più che immagini medioevali: il giovane
Lancillotto assiste al massacro della popolazione civile, intrappolata in una chiesa che
brucia; un'immagine che evoca i massacri nazisti e quelli serbi.
L'esigenza della dimostrazione porta addirittura Zucker a tradire la
logica drammaturgica: nel terzo atto, Artù, avendo scoperto il tradimento di Lancillotto
e Ginevra, decide di metterli sotto processo davanti all'opinione pubblica, aprendo le
porte della città fortificata, malgrado sappia che il nemico esterno, Malagant, che è
ben lungi dall'essere stato annientato (come è stato sottolineato dopo la battaglia),
abbia l'intenzione di prendere e distruggere Camelot (come Artù stesso ha sottolieneato
più volte nel dialogo). Questo controsenso nelle azioni di un personaggio che per tutto
il film agisce sulla base della ragione è dovuto all'urgenza con cui Zucker vuole
dimostraci che le passioni umane accecano l'uomo e rendono vulnerabile la società. In
realtà esso dimostra come la mancanza di rigore nella sceneggiatura rischia di vanificare
gli intenti tematici. Zucker si preoccupa della struttura del racconto senza sottometterla
all'evoluzione dei suoi personaggi e fa fare a quello di re Artù un "salto"
drammatico che ne compromette la credibilità psicologica. Lo spettatore capisce il
conflitto in atto, le sue implicazioni politiche, ma se ne distacca emotivamente, e quindi
lo dimentica.
L'unico momento di ironia, in questo film freddo e teorico, è involontario: all'inizio
del film, Lancillotto-Richard Gere ci viene presentato attraverso la sua immagine riflessa
in uno specchio d'acqua, come la rappresentazione classica di Narciso. Un
"lapsus" di regia, che però la dice lunga su un'attore la cui unica
giustificazione per essersi creduto credibile nella parte del primo cavaliere può essere
giustificata solo dalla sua atavica e patologica megalomania.
Gianguido Spinelli
Intervista a Jerry
Zucker |