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IL GIARDINO DELL'EDEN
(El jardin de Eden)
Regia: Maria Novaro

Esistono ormai due tipi di registi: quelli che accettano il
"gioco della finzione" e quelli che lo rifiutano. I primi costruiscono i loro
film approfittando degli strumenti della drammaturgia per prendere il pubblico per mano e
costringerlo a partecipare emotivamente alle storie che raccontano. I secondi considerano
questa manipolazione una forma di ipnosi disonesta, e preferiscono lasciare al pubblico la
scelta di entrare o rimanere fuori dalla porta socchiusa del loro racconto.
La regista di "Il giardino dell'Eden", Maria Novaro, fa senz'altro parte della
seconda categoria. Partendo da un progetto promettente - la descrizione dei rapporti tra
nordamericani e messicani nella città di frontiera "Tijuana", attraverso
l'incrocio di vite all'ombra del muro che divide il paese ricco da quello povero - la
regista messicana decide di raccontare la sua storia rimanendone rigorosamente
all'esterno. Si rifiuta di creare un'empatia tra pubblico e personaggi, presentandoli in
situazioni non conflittuali e evitando di identificarli con chiarezza: l'esposizione,
interminabile, non ci permette di capire esattamente chi sono e cosa vogliono; accenna a
possibili trame che non sviluppa fino in fondo, come quella dell'americano studioso delle
balene e del suo avvicinamento alla madre messicana; e quando le trame rischiano di
prendere un senso - e quindi di interessare lo spettatore - sembra pentirsene e fa in modo
di sgretolarle: la relazione tra l'americana affascinata dalla cultura india e l'immigrato
clandestino, è rovinata da super-ellissi e salti narrativi dettati, sembra, dalla paura
di cadere nel melodramma. Quando cerca, malgrado tutto, di giocare sul pathos - il ragazzo
messicano che cerca nell'amicizia col clandestino il rapporto perduto col padre morto - la
Morelo fallisce, perchè si è rifiutata di creare le premesse del dramma.
Questo modo di porre sui personaggi uno sguardo neutro, di seguirli senza giudicarli,
senza metterli sotto pressione per portali allo stremo, senza sviluppare i possibili
conflitti che possono nascere dall'intreccio di trame, è riconducibile al rifiuto della
Morelo di intervenire prepontentemente nel dramma, con tutti i rischi di retorica che
questo comporta. E la porta fatalmente a frammentare il racconto non sulla base della
conseguenzualità drammatica ma su altri criteri decisi a tavolino.
Con questo atteggiamento, che è di tutti i registi "post-wendersiani"
(sopratutto i latino-americani e certi italiani, da Silvio Soldini a Marco Bechis) la
regista crede forse di evitare di far sentire la sua presenza di burattinaio nella storia.
Il paradosso di questo cinema "documentaristico", è che l'autore invece finisce
con l'essere onnipresente, al limite dell'invadenza. A chi attribuire in effetti, se non
alla volonta dell'autore, e dell'autore soltanto, i cambi di scena, le ellissi, le
interruzioni brutali di una scena in pieno svolgimento, che agli occhi dello spettatore
non-ipnotizzato appaiono ora in tutto la loro arbitrarietà?
La finzione cinematografica con tutte le sue regole, non ha altro scopo che quello di far
entrare lo spettatore in un film, e fargli dimenticare che sta assistendo ad una storia
inventata da qualcun altro. A voler rifiutare di giocare questo gioco, per paura di
barare, in nome del rispetto di un realismo impossibile, si finisce col elevare tra il
pubblico e quello che gli si vuole tramettere, un muro ancora più invalicabile di quello
che separa gli "Alambristas" dal giardino dell'Eden...
Gianguido Spinelli |