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DIE HARD - DURI A MORIRE
(DIE HARD WITH A VENGEANCE)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: John McTiernan
Sceneggiatura: Jonathan Hensleigh
Fotografia: Peter Menzies Jr.
Scenografia: Jackson De Govia
Montaggio: John Wright
Musica: Michael Kamen
Produzione: Andrew G. Vajna
(USA, 1995)
Durata: 130'
Distribuzione cinematografica: WARNER per CECCHI GORI GROUP
Distribuzione home video: Cecchi Gori home video.
PERSONAGGI E INTERPRETI
John McClane: Bruce Willis
Simon: Jeremy Irons
Zeus: Samuel L. Jackson
Joe Lambert: Graham Greene
Connie Kowalski: Colleen Camp
Ricky Walsh: Anthony Peck

Come puntualizzò André Bazin fin dai lontani anni
cinquanta, non esiste una gerarchia dei generi cinematografici, ma solo dei buoni e dei
cattivi film. Ci spiace dover scomodare Bazin per parlare di un prodotto come "Die
Hard", ma è necessario ricordare che un film va apprezzato o respinto sulla base del
raggiungimento o meno degli obbiettivi che si è prefisso e non in merito al giudizio
sulla fondatezza di questi obbietivi. Un buon western può essere superiore alla
trasposizione cinematografica di un classico della letteratura, perchè la nobiltà
dell'intento non garantisce la riuscita del film.
In nome di questo principio, non possiamo relegare il genere dell'"action
thriller" nel purgatorio dell'arte cinematografica, solo perchè il suo obiettivo è
quello di trattare il cinema come un gioco pirotecnico. Ma possiamo affermare che Die Hard
è un film mediocre proprio perchè non riesce a sfruttare questa sua prerogativa in modo
soddisfacente. Il motivo di questo fallimento sta nella debolezza di quello che è il
cardine di questo tipo di cinema: il meccanismo narrativo, vale a dire le regole del gioco
al quale il film vuole farci partecipare.
Regola fondamentale è la riuscita dell'antagonista. Più è riuscito il cattivo, più è
riuscito il film, diceva Hitchcock. Il cattivo di Die Hard è molto riuscito nella prima
parte del film in quanto non lo vediamo e non conosciamo le sue motivazioni. E'
invisibile, omnipresente, indecifrabile e quindi indistruttibile. E' dotato di una forza
esplosiva micidiale con la quale ricatta un'intera città, sottomettendo l'eroe al suo
gioco, costringendolo a gimcane inverosimili per puro diletto. Questa è un'idea
interessante, sulla quale il film avrebbe potuto costruirsi quasi interamente; e che
invece non è sfruttata fino in fondo. Partendo con la
tensione al massimo, gli sceneggiatori sapevano senz'altro che non appena avessero
rivelato l'identità del cattivo, il film fatalmente si sarebbe sgonfiato, in quanto
occultare nel cinema è sempre più efficace che mostrare. Presentandoci il cattivo dopo
una mezz'ora, hanno dimostrato di avere un'audacia molto relativa in fatto di esplorazione
delle possibilità che il meccanismo dell'action thriller mette a disposizione.
Seconda regola: la posta in gioco. Quando si costruisce tutto un film sulla pericolosità
dell'antagonista, non si può indebolire la posta in gioco a metà percorso. In "Die
Hard", la posta in gioco è una scuola nella quale il cattivo ha nascosto una bomba
micidiale. Ma una battuta del cattivo ("hanno abboccato") ci rivela che si
tratta di un bluff. La conseguenza è che tutte le azioni del protagonista che derivano da
questa minaccia perdono ogni importanza perchè non esiste un pericolo reale. La tendenza
anni ottanta del cinema d'azione americano a santificare ogni personaggio continua a
colpire, e in questo caso investe addiritura il cattivo, che può a buon diritto definirsi
nel film "un soldato e non un mostro".
Terza regola: l'identificazione col protagonista. La riuscita di "Trappola di
cristallo", primo film della serie, si basava sull'idea dell'isolamento totale
dell'eroe, che era costretto ad agire da solo per salvare la comunità; e su questa
solitudine si fondava l'identificazione dello spettatore. In "Die Hard", per
variare, a Bruce Willis viene affiancato un co-protagonista non-poliziotto - capitato nel
gioco suo malgrado - con conseguente aumento delle situazioni di commedia tra i due, che
sdrammatizzano l'azione ed indeboliscono il protagonista.
Quarta regola: la spettacolarità degli effetti. Questa caratteristica,
non propriamente drammaturgica, è tuttavia essenziale nell'action thriller, che fonda la
sua ragione di esistere sulla consapevolezza, da parte dello spettatore, di poter
assistere a devastazioni senza limiti. Perchè il gioco sia convincente, le penitenze
devono essere convincenti, ed il pubblico deve toccare con mano il risultato dei miliardi
spesi. L'action thriller è forse l'unico genere in cui la pubblicità sul costo del film
è direttamente attinente al meccanismo narrativo. Su questo punto, contrariamente a
quanto detto prima sull'antagonista, è fondamentale mostrare con chiarezza. Il ricorso
continuo, in "Die Hard", a inquadrature ravvicinate a scapito dei campi lunghi,
da invece la sensazione che si voglia, attraverso il montaggio, confondere le idee e
nascondere una relativa povertà delle scene d'azione.
Su questi punti, ed altri ancora, "Die Hard" non sfrutta appieno tutte le
possibilità che l'action thriller mette a sua disposizione, e dimostra quanto la prudenza
che oggi domina il cinema hollywoodiano indebolisca quello che dovrebbe costituire il suo
genere principe.
Gianguido Spinelli |