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HELLO DENISE
(DENISE CALLS UP)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Hal Salwen
Soggetto: Hal Salwen
Sceneggiatura: Hal Salwen
Fotografia: Michael Mayers
Scenografia: Susan Bolles
Montaggio: Gary Sharfin
Supervisione musica: Lynn Geller
Produzione: J. Todd Harris
(USA, 1995)
Durata: 90'
Distribuzione cinematografica: ACADEMY
Distribuzione home video: MONDADORI
PERSONAGGI E INTERPRETI
Denise: Alanna Ubach
Frank: Tim Daly
Barbara: Caroleen Feeney
Martin: Dan Gunther
Gale: Dana Weehler Nicholson
Jerry: Liev Schreiber
Linda: Aida Turturro
Sharon, zia di Gale: Sylvia Miles
Il tassista: Jena Lamarre
Dr. Brennen: Mark Blum
Jerry da bambino: Hal Salwen
 
"Denise calls up" è in
apparenza un tipico film indipendende di New-York. Piccola produzione, soggetto intimista,
personaggi che vivono, pensano, soffrono e amano solo come possono farlo quelli che
abitano nella capitale degli psicoanalisti.
C'è tuttavia una caratteristica che distingue nettamente Hal Salwen dagli altri noti
esponenti di quel cinema (Jim Jarmush, Hal Hartley), ed è fondamentale: il notevole
lavoro sulla costruzione narrativa. "Denise calls up" è un gioiello sotto il
profilo della struttura, per l'intelligenza con cui Hal Salwen ha saputo sfruttare un'idea
di partenza geniale quanto pericolosa.
L'idea in questione è una vera e propria scommessa: raccontare al cinema una storia in
cui i personaggi non si incontrano mai, ma comunicano tra loro solo attraverso il
telefono. Si tratta di una di quelle idee che di solito si esauriscono dopo un quarto
d'ora, troppo brillanti per costruirci sopra un film, perfette per un cortometraggio. Hal
Salwen, che è sceneggiatore di formazione, sa che dietro ad ogni partito preso narrativo
forte, si nasconde una trappola. In questo caso, il pericolo era di fare un esercizio di
stile brillante ma freddo, in cui il racconto rischiava paradossalmente di essere
offuscato dall'originalità dell'impianto narrativo. Questo avviene quando si applica alla
struttura decisa a priori una storia che potrebbe essere racconta in un modo diverso,
magari più semplice; oppure quando la storia è troppo debole, e diventa solo un supporto
pretestuoso per esibire lo stile programmato in partenza. "Stranger
than Paradise", per esempio, si basava su un partito preso narrativo della stessa
portata: raccontare una storia in un numero limitato di piani-sequenza, eliminando i
raccordi. Ma l'inconsistenza del racconto faceva emergere la stilizzazione come unico
valore del film, mettendo a nudo l'arbitrarietà delle intenzioni artistiche dell'autore ,
e rendendo la sua opera cerebrale e poco emozionante.
Hal Salwen ha costruito invece un racconto che si fonde perfettamente con la scommessa
iniziale e la trasforma anzi nel tema stesso del film: i suoi personaggi non comunicano
per telefono perchè l'autore ha deciso di riprenderli solo in quei momenti, ma pechè
essi stessi non riescono a fare diversamente. E questo loro impedimento, apparentemente di
ordine pratico (pretendono di essere sempre presi dal lavoro), è in realtà il segno di
un blocco psicologico reale che Salwen - malgrado la sua tendenza tipicamente Newyorchese
a sdrammatizzare ricorrendo al tono della commedia e della satira - racconta con
l'angoscia di un vero moralista. E grazie ad un'abilissima dinamica narrativa fondata
sulla suspence, che gioca sulla frustrazione dell'attesa per gli appuntamenti mancati, lo
spettatore segue con partecipazione questa storia di moderna incomunicabilità.
Gianguido Spinelli
INTERVISTA ad Hal
Salwen di GianGuido Spinelli |